26 maggio 2000

L’uscita dal Libano

Nel 1982 l’esercito israeliano entrò nel Libano, giungendo fino a Beirut e stanziandosi poi nel sud del Paese, con lo scopo di spazzare dalla faccia del mondo Arafat e l’Olp. Dopo diciotto anni e 728 caduti, Israele lascia il Libano e l’impossibile sogno di fare ordine nel paese del caos. Oggi Arafat vive tra Ramallah (alle porte di Gerusalemme) e la striscia di Gaza e con lui Israele tratta per giungere ad un accordo che permetta a palestinesi ed israeliani di vivere in pace. Il suo posto di nemico l’hanno preso i libanesi e per tutti questi anni l’esercito israeliano ha combattuto invano contro i guerriglieri del Hizbollah. Forse fra diciotto anni o meno verremo a patti anche con loro, sperando di non aver creato nel frattempo un nuovo nemico.

 

Un piano per il Nord

Il ritiro delle truppe israeliane dal Libano ha aperto un periodo di incertezza, soprattutto sul futuro del Nord del paese, zona immediatamente a ridosso del confine. 170000 persone abitano in 170 località sparse da Rosh ha-Nikrà sul mare a Metulla nell’estremo nord, dalla città Kiriat Shmone ai kibbutzim più distanti ma ancora a tiro di Katiusha. Nessuno sa se la nuova situazione permetterà loro di vivere in tranquillità o se la loro vita si trasformerà in incubo. Nel frattempo il governo ha deciso di stanziare la somma record di un miliardo e seicento milioni di Shekel per finanziare un piano di intervento massiccio nei campi delle infrastrutture, dell’occupazione, della sanità , dell’istruzione pubblica, a favore di tutti gli abitanti della zona. La speranza è che la realizzazione del piano convinca gli abitanti del Nord a non lasciare le loro case anche se la situazione militare dovesse divenire nuovamente insostenibile.

 

Il Kotel si apre alle donne

Con una inaspettata decisione il Tribunale Supremo d’Israele ha sentenziato che lo Stato deve preoccuparsi di permettere ad un Minian (Comunità ) femminile di pregare davanti al Kotel (muro occidentale), stabilendo entro sei mesi le norme atte ad assicurare l’ordine pubblico e il regolare svolgimento delle funzioni. La Comunità "Donne del Kotel" ha così vinto la sua battaglia pubblica e giudiziaria cominciata più di dieci anni fa. Le "Donne del Kotel" fecero scalpore alla fine degli anni ’80 quando cominciarono a pregare davanti al Kotel alla maniera degli uomini: avvolte nel Talèd (manto di preghiera) e leggendo la Torà (Bibbia) dal Sefer (rotolo di pergamena) e a voce alta. La pretesa delle donne di stabilire preghiere pubbliche uguali a quelle degli uomini aveva acceso l’ira dei frequentatori del Kotel e si era giunti persino a gesti di violenza verbale e fisica. Ora la suprema istanza giudiziaria israeliana ha stabilito che le donne hanno ragione. Un altro passo in avanti nel cammino della parità fra i sessi, anche nel campo che pare ancora il più sciovinista.

 

Sposarsi? Sì , però a modo nostro

È ormai diventato un fenomeno di costume. I dati possono far sorridere o preoccupare, ma sono inequivocabili: un sesto delle coppie che si sono sposate in Israele nel 1999, hanno scelto il matrimonio civile. 6400 coppie sono volate a Cipro o altrove per sposarsi di fronte alle autorità civili del posto, per poi far riconoscere il matrimonio dal Ministero degli Interni israeliano. Fra le mete più ambite, e più costose, l’Italia, soprattutto la Toscana. L’atmosfera pastorale della colline e la bellezza austera delle città medievali attirano numerosi i promessi sposi dalla Terra Promessa. Unendo la luna di miele alla cerimonia, la spesa non è poi così grande. L’allontanamento dalle istituzioni religiose e l’esistenza di numerosi cittadini impossibilitati a sposarsi religiosamente, sono le cause che stanno all’origine del fenomeno.

Alon Shevut 26/5/2000


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