Raccolta di commenti inviati a Morasha.it sulla nuova Intifada

24/10/2000

I giovedì di Yunis e il prestito di Mariam

Per il mio lavoro uso il sistema operativo Unix che non è molto user-friendly. L' altro giorno mi sono sbagliata, e invece di cancellare una subdirectory ho battuto uno spazio in piu' e cancellato uan directory principale. Per un errore così banale ho perso irremediabilmente una serie di grafici, figure, foto, raccolte di posta elettronica, indirizzi e numeri di telefono. Ed anche un enorme file di notizie su Israele e il processo di pace, raccolte con cura quasi maniacale negli ultimi 5 anni e mezzo (prima il mio dossier era solo su carta). Da piu' di due anni non facevo un backup di queste cose. Pensando agli avvenimenti di questa settimana mi domando se il mio errore non sia spiegabile freudianamente con una volonta' di cancellare quello in cui ho sperato e creduto negli anni passati, ora che la pace appare così lontana ed impossibile. Perche' mai i palestinesi desiderino così tanto annientare un nemico che si sta ritirando, che ha concesso tutto ciò che non è mai stato concesso da un governo israeliano prima, è un mistero per me. C' è stata una elezione ed il popolo israeliano ha votato a favore della pace. Possibile che non lo capiscano???

Mi sento delusa, amareggiata, e quasi sotto shock dalle notizie ed immagini che provengono dal regno del Rais Arafat. Ripenso ai miei amici palestinesi di un tempo e mi dico che forse non dovrei essere così sorpresa. Forse.

Le mie delusioni in passato le ho avute: credo nell'amicizia e il fatto che questa possa venire messa in crisi da cose come la politica e le divergenze tra popoli quando ero giovane mi pareva inaccettabile. Non dirò qui i veri nomi degli amici di cui voglio raccontare: gia' tanti anni fa, quando scrissi un piccolo reportage sulla comunità araba israeliana per il giornale Hakeila di Torino, un' insegnante di un liceo arabo di Haifa reagì malissimo quando le mostrai che avevo riportato la sua intervista con il suo nome proprio. Mi disse che il nome e la professione la rendevano facilmente identificabile. Se mai si fosse risaputo che una professoressa palestinese rilasciava interviste a giornaletti di comunità ebraiche all' estero, sarebbe finita vittima di rappresaglie. Spaventata non osai neppure domandarle di che tipo di rappresaglie parlasse. Le feci solo notare che il giornale Hakeila' e la comunità ebraica di Torino erano illuminati, di sinistra, non nemici dei palestinesi. Lei scosse solo la testa, irata e cupa. Racconterò allora che avevo un amico, che chiamerò Yunis Sweti, anche se questo non è il suo vero nome. Il vero nome è... non proprio "Yasser", ma un altro simbolico della lotta palestinese. Il padre di Yunis aveva inventato qualche frottola per giustificare la scelta all' anagrafe israeliana. Già, mi ripeteva Yunis, perche' allora i palestinesi israeliani non erano liberi, ma trattati come osipti stranieri e sgraditi. Questa situazione si protrasse per almeno 12 anni, finche' non vennero annullate le leggi speciali, e poi lentamente migliorò anche l'immagine dell' arabo israeliano nella società israeliana. Yunis è un uomo dalla carnagione scura, la corporatura un pò massiccia, barba e capelli nerissimi. Gli occhi sono scuri e profondissimi, pieni di vita e di un ardore che mi affascinava. Mi piaceva come persona, non come rappresentante dell' altro sesso.

Era stato chiarito subito che io e Yunis saremmo stati come fratello e sorella, il sesso era off-limits nel nostro rapporto durato qualche anno. Un fratello palestinese-israeliano-musulmano e una sorella italiana-israeliana-ebrea-convertita-in giovane-età e rappresentante di quell' Europa e di quella cultura amata ed odiata così tanto nel paesino dove è nato Yunis. È un paesino di agricoltori, fieri di esserlo. Mi dicevano sempre che il popolo palestinese è basato sui fallach ed è sui sentimenti di questa gente, che la terra la coltiva, che si basa l' attaccamento dei palestinesi alla propria terra. Tuttavia, la nuova generazione del paese frequentava le scuole e le università israeliane e i giovani ambiscono a diventare dottori ed ingegneri. Nel paese, fondato dalla hamula (il clan familiare) dei Sweti, sono tutti imparentati. Anche chi non è esattamente parente sente di esserlo. Il paese, diceva Yunis, è comunque una entità ed una identità superiore alla hamula. Già, perche' alcuni rami della loro hamula erano finiti a pochi chilometri dall' altra parte, in Cisgiordania, e rimasti isolati fino alla guerra del 1967, in cui tragicamente i soldati israeliani avevano aperto i confini dopo essere passati dal paese distribuendo caramelle ai bambini (che spesso accettavano di nascosto dai genitori). Dunque, i genitori di Yunis erano molto anziani, e il padre indossava lo shalvar e la kefiah bianca tipici dei contadini palestinesi (la kefiah a scacchi, di Arafat, non è palestinese ma tipica di alcune tribu' beduine - perche' Arafat l' abbia scelta era un mistero anche per la famiglia Sweti).

La mamma di Yunis aveva la schiena terribilmente curva dal lavoro dei campi, che svolgeva in una posizione scomodissima ma molto tipica da queste parti. I volti erano bruciati dal sole, da contadini. Tuttavia il padre di Yunis aveva una sua nobiltà, sia nell' aspetto, che al' interno dell' estabilishemnet palestinese. Era stato con i suoi fratelli uno degli eroi dell' Intifada contro gli inglesi negli annì30. Durante la guerra del 1948 il turbine non era passato molto per il loro paesino, e non essendo stati fatti scappare dai soldati il padre di Yunis e i suoi fratelli avevano scelto di rimanere sotto il dominio israeliano. Chi la lascia, la terra, chissà se la potrà mai rivedere, dicevano - e loro alla terra erano veramente attaccati. Negli annì80 non mancava piu' niente in paese, e tutti avevano costruito da soli case grandi e luminose con enormi bagni. Dopo il 1948, tuttavia, c'erano voluti parecchi anni perche' il governo israeliano li allacciasse all' acquedotto e alla rete elettrica, che erano stati beni immediati e scontati per gli insediamenti ebraici. Io ascoltavo stupita, non ricordandomi neppure nei discorsi di mia nonna un tempo senza acqua e senza luce in casa.

Giardini attorno alle belle case, il paese di Yunis però non ne ha: nessuno pensa a coltivare la terra per "bellezza': dicono che è una buffonata europea. La mancanza di armonia e di ordine appena al di fuori delle porte della propria casa si rispecchia però anche nei rapporti sociali tra le famiglie del paese. I parenti piu' stretti di Yunis non parlano piu' con i loro cugini. Scelte politiche diverse li hanno separati. Yunis e i suoi fratelli appartengono ad un partito israeliano. Un partito pacifista, d' accordo. La scelta l' hanno fatta il padre e i due fratelli piu' grandi insieme ad alcuni loro cugini, e il resto del paese è contrario a collaborare con il nemico - al massimo erano consentiti rapporti con Raccah, il partito comunista ligio alle direttive dell' Unione Sovietica. Ma come si fa a dichiarare gli israeliani nostri nemici se questo è il nostro paese? Così diceva Yunis. Dobbiamo lavorare insieme per la pace. Con il tempo mi accorsi però che questo lavorare per la pace aveva una sua interpretazione tutta particolare nella famiglia di Yunis. Mi raccontavano che tutti loro appartenevano al partito e discutevano le scelte politiche "votando" per un comportamento unito in famiglia. Tuttavia, Yunis raccontava casualmente che il suo fratello medico era stato nei guai con la polizia israeliana perche' studente a Gerusalemme, frequentava gli ambienti di Fatah a Gerusalemme Est. Chiedevo perche' un iscritto ad un partito israeliano frequentasse l' OLP, e Yunis scrollava le spalle: "tu non capiscì'.

Le sorelle di Yunis sono due, una piu' anziana ed una piu' giovane, e non sembravano trovare un loro ruolo all' interno della società del paesino palestinese. La piu' anziana non ha studiato, e non ha trovato un compagno che le piacesse tra quelli proposti dai genitori. In quel periodo era sui 35 anni, troppo vecchia non solo per i contadini, ma anche per i laureati del paese che che cercavano donne giovani ed istruite. Non le restava che accudire i suoi genitori mentre invecchiavano e lavorare nei campi, diceva Yunis. I genitori avevano lasciato studiare invece la sorella giovane, tuttavia solo per una professione paramedica - di ingegneria o medicina come per i quattro maschi non si parlava. In ospedale si innamorò di un dottore arabo, e dopo un idillico fidanzamento coronatosi con la cerimonia di fidanzamento ufficiale, Samar scoprì l' amato dottorino che faceva l' amore con un' infermiera ebrea. "E cosa vuoi?" pare le abbia detto "tu sei una ragazza palestinese seria, con te non posso avere rapporti prematrimoniali. Non sei contenta che ti rispetto??". Tuttavia, il fidanzamento ufficiale per la legge musulmana (l' unica che fa vece di diritto civile in Israele) il matrimonio, come il divorzio, si celebra in tre fasi. Per disdire il fidanzamento, in cui si è firmato il contratto matrimoniale, ci vuole una causa di divorzio. E l' amato dottore non sembrava intenzionato a concedere il divorzio a Samar consentendole di diventare una divorziata vergine.

Alla fine degli studi al Technion Yunis cercava un' abitazione per gli ultimi 4 mesi. Prima di allora aveva abitato negli alloggi universitari di cui diceva di essersi stufato. Io affittavo un appartamento grande da sola e gli proposi di subaffittargli una camera. I miei padroni di casa accettarono un uomo arabo con un certo stupore che tentavano di nascondere: cercarono di non battere ciglio.

Quando si trasferì in casa mia, Yunis era innamorato di una ragazza araba israeliana, Radir, che studiava al Technion e veniva da una famiglia colta. Radir era insolitamente libera nelle sue abitudini per essere una donna araba e tuttavia dichiarava di avere simpatie per gli estremisti islamici: gli unici, mi diceva, che libereranno il popolo palestinese. Cercai di farle capire che con gli estremisti islamici non avrebbe potuto condurre lo stile di vita che le era congeniale. Un' alzata di spalle fu la risposta. "Ma io, guarda, per esempio, durante il Ramadan mica ho bisogno di rapporti sessuali. Posso sopravvivere benissimo". La bella Radir si dimenticava un picolo dettaglio, che durante gli altri mesi i rapporti sessuali sono consentiti solo alle donne sposate.

Yunis partiva ogni giovedi perdendo le lezioni dell' ultimo corso rimastogli per laurearsi. Mi confidava che andava nei territori occupati, dove ogni giovedi pomeriggio l' OLP organizzava incontri e dibattiti in vista di una nuova strategia che si voleva adottare tra pochi mesi per avanzare la lotta del popolo palestinese. Era la primavera del 1987. Io ero terrorizzata che il mio coinquilino mi trascinasse nei guai perche' gli incontri di cittadini israeliani con l' OLP erano assolutamente contro la legge. E poi, l' OLP era ancora nemica della pace nel 1987, e Yunis non era pacifista? Ero trasecolata, infuriata e non sapevo cosa dire. Yunis era uscito dal collegio del Technion per incontrarsi liberamente con Radir al riparo da sguardi indiscreti o perche' voleva eludere la polizia israeliana? E perche' allora mi raccontava così tranquillamente dove andava?! Di solito era un certo Muhammad a venire a prendere Yunis per andare ai "giovedì palestinesì'. Le sorelle Huri, le mie amiche arabe cristiane della Galilea, mi dissero un giorno: "È un vero ipocrita il tuo amico Yunis, a parole così pacifista e amico degli israeliani! Tutto il Technion lo vede in giro sempre con quella brutta faccia di Muhammad. Sappiamo benissimo che Muhammad è iscritto alla Hamas, e vorrebbe sgozzare non solo tutto Israele ma anche noi palestinesi cattolici!" (Notate: il movimento Hamas stava nascendo in quei giorni). Rimasi trasecolata e quella sera chiesi notizie a Yunis di Muhammad. Yunis svicolò, e da allora Muhammad non salì piu' in casa ed evito di presentarsi per telefono. I rapporti tra me e e Yunis si raffreddarono. Io feci una telefonatina al partito e spiegai che Yunis e i suoi fratelli avevano alcune amicizie strane, non sarebbe stato il caso di indagare prima di dare loro tanta fiducia? Al termine dei 4 mesi, il giorno in cui Yunis lasciò l' appartamento mi disse "Tu mi accusi di fare il doppio gioco e di cadere in contraddizione. Quelle che tu chiami contraddizioni tuttavia sono solo tali se mi guardi e studi ogni momento come palestinese. Ti dimentichi che sono prima di tutto un essere umano anche io!"

Ci siamo incontrati altre volte io e Yunis, per bere un caffe' insieme brevemente. Tuttavia sentivo che c' era stata tra di noi una frattura che non si poteva ricucire. Iniziò l' Intifada il dicembre di quell' anno. Tutti la ritenevano una manifestazione assolutamente spontanea, ma a me parve chiaro di cosa si parlasse e quali azioni si programmassero nei famosi incontri del giovedì. Qualche mese dopo il fratello grande di Yunis doveva avere una importante carica pubblica all' interno di Israele, sostenuto dal partito. Due ministri del presente governo lo chiamarono, ed annunciarono che avrebbero dato il loro appoggio ad un altro arabo israeliano. "Tu sai benissimo perche' abbiamo perso la fiducia in te, e non occorre che te lo spieghiamo", si vocifera che abbiano detto. Io allora mi sono domandata chi altri avesse parlato oltre a me... Sono comunque certa che i due importanti politici si siano sentiti traditi dalla famiglia di Yunis come mi sono sentita io, come ora, nell' anno 2000, tutti noi che abbiamo lavorato per la pace in passato.

Tuttavia la realtè degli arabi israeliani era molto complessa e non sempre ovvia. Qualche anno dopo il caso ha portato lungo la mia strada un cugino di Yunis della parte della famiglia "nemica", quella oltranzista, che non era disosta a compromessi. Proprio questo cugino "falco" era molto piu' legato alla società israeliana che non a quella palestinese. Aveva israeliani ebrei tra i suoi migliori amici e... un bel giorno ho capito che aveva anche una fidanzata ebrea. Non osava presentarla ai genitori, e non sapeva come fare. Era imbarazzato anche con me che conoscevo così bene le "colombe" del suo paese ed avrei potuto tradirlo con i cugini pacifisti.

Dopo i continui attacchi a Gilo, l' altra notte l' esercito israeliano ha mitragliato Beth Jala (l' hanno fatta evacuare prima). Altri ricordi e sensazioni confuse vengono alla mia mente. Beth Jala è stato l' unico luogo nei Territori (allora li chiamavamo così) in cui sia stata ospitata ed abbia dormito. Mi ci aveva portato Mariam, mia compagna di volontariato al Rifugio per donne picchiate di Haifa. Mariam ci era finita perche' picchiata dal cognato. Aveva divorziato, giovanissima, con tre bambini. La tragedia era che lei, palestinese dei Territori, aveva sposato un "gashash beduino", soldato ricognitore dell' esercito isreliano. Come si fossero conosciuti, era un mistero. Mariam era innamorata, e si fece accusare di essere una traditrice ed una rinnegata per sposarlo. La vita con lui non era tutta rose e fiori però. Tanto per cominciare, diceva, questi beduini che hanno lasciato la vita nomade sono comunque dei primitivi tremendi. Mangiano seduti per terra, sosteneva (ho potuto constatare che è vero), e trattano le donne come schiave. Troppe differenze sociali e culturali minarono il rapporto col marito, per cui Mariam aveva rischiato l' affetto della propria famiglia e l' onore nell' ambiente palestinese. Avendo avuto la cittadinanza israeliana, tre figli con padre un soldato di Zahal, per musulmano che fosse, Mariam aveva tagliato i ponti con Beth Jala. I genitori erano morti, ed aveva solo una matrigna e vari fratelli e fratellastri. Dopo che il cognato l' aveva picchiata, Mariam era finita al Rifugio a Haifa lì aveva deciso che avrebbe iniziato una nuova vita. Sarebbe rimasta a Haifa, avrebbe cercato casa lì e fatto la volontaria al Rifugio per aiutare le donne arabe a liberarsi dai mariti violenti. Ma da Haifa, come "araba israeliana", avrebbe anche cercato di ricostruire i rapporti con il proprio ambiente di origine. Dove per altro, sentiva che non avrebbe mai potuto stabilirsi di nuovo. Mariam era magrissima, nervosa, chiusissima, amava essere al centro dell' attenzione ed era affascinante quasi quanto Yunis. Al volontariato al Rifugio dedicavamo entrambe tante ore ed abiamo finito per frequentarci. Il collettivo del Rifugio era molto pacifista, di sinistra, molto sensibile ai problemi delle donne palestinesi. Avrei voluto a volte che le mie compagne fossero piu' sensibili anche ai problemi delle donne ebree provenienti da culture diverse. Dopo tutto, anche da questo tipo di incomprensioni nasce il nodo intricato con i palestinesi.

Mariam la Volontaria Palestinese era un pò un fiore all' occhiello del collettivo femminista e pacifista. I bambini di Mariam erano quasi diventati come miei nipotini ma mai lei li avrebbe lasciati, di fronte ai suoi vicini tutti arabi del quartiere di Halissa, anche per poche ore ad una amica ebrea che glie li guardasse. Cercava sempre di conoscere uomini, ma non voleva assolutamente frequentare uomini ebrei. Aveva già sbagliato abbastanza di fronte ai propri parenti ed amici d' infanzia. Quando il primo figlio, che era un maschio, compì 7 anni, per la legge islamica fu affidato alla famiglia del padre e Mariam si ammalò quasi per il dispiacere. Come può il governo israeliano lasciare che sia il Cadi a decidere e permettere cose del genere? Mi chiedeva. E non avevo risposta. Aveva ragione!

Quando Mariam chiese un prestito in banca per acquistare un appartamentino a Haifa, aveva bisogno di almeno di due garanti. Aveva solo un'amico arabo. E me. Nessuna delle nostre amiche del Collettivo del Rifugio si mosse. Pensavano che fossi pazza, che Mariam avrebbe potuto pentirsi e tornare a vivere come cittadina giordana, lasciando tutti i debiti da pagare in Israele. Io mi informai e scoprii che la banca avrebbe preso possesso dell' appartamento senza rifarsi sui garanti. Se l' appartamento ci fosse ancora stato... Forse Mariam avrebbe messo una bomba e distrutto il palazzo prima di andarsene, forse questo temevano le nostre amiche??? Ero stupita da tanta sfiducia da persone così aperte a parole.

La visita a Beth Jala insieme era stata un' idea di Mariam. Sarei stata un cuscinetto utile contro i rancori che i familiari ancora covavano, perche' solo due frateli di Mariam avevano ufficialmente fatto la pace con lei. Uno dei due era handicappato fisicamente a causa delle ferite riporate nel Settembre Nero. L' altro era uno studente molto curioso della società israeliana, che a parole diceva però di odiare. La matrigna di Mariam viveva a Beth Jala in una casa orribile, circondata da una serie di figli e figliastri grandi che non si staccavano da casa. In tutto una decina di persone. A Beth Jala c' erano anche belle case, per lo piu' appartenenti ad antiche famiglie cristiane del paese. L' appartamento della matrigna di Mariam era però in uno stabile basso e piatto, di aspetto molto trasandato. La porta principale di tutti gli appartamenti dava sulla strada, come delle villette a schiera.

Di villetta certo non si trattava, anche se c' erano due piani: un piano terra, con una grande stanzone non rifinito e disadorno che sembrava un magazzino, e un piano rialzato con due stanzette arredate normalmente e un bagno. Le due stanze normali della casa erano un salotto per gli ospiti, con un divano e un tavolino basso per consumare i pasti con gli ospiti al "buffet" arabo, e una cameretta per una sorella sposata che viveva in famiglia. Nel grande bagno non funzionava niente e non c'era piu' la vasca, che precedentemente essere stata al suo posto. La vera stanza dove viveva la famiglia era il "magazzino", con un alto soffitto, un tavolone per fare mangiare tutti seduti, un piano di lavoro rudimentale, il lavandino di cucina, e scaffali dove si riponevano anche i fouton da usare per la notte (come molti arabi dormivano su materassi per terra). Il fratello studente di Mariam mi raccontò che era un incubo vivere senza la vasca da bagno e che ogni due o tre giorni prendeva una camera in un ostello arabo di Gerusalemme, dove studiava. Spesso tornava a casa a dormire lo stesso, ma almeno lì faceva la doccia. Era facile capire perche' Mariam preferisse tutto sommato restare in Israele. Era tuttavia difficile capire perche' i suoi parenti, sebbene poveri, non facessero uno sforzo per migliorare la situazione dell' abitazione. I parenti di Mariam dicevano tuttavia che non valeva la pena di spendere soldi in un paese occupato dove non si può fare niente senza permessi della polizia israeliana. "Figurati tu, dobbiamo chiedere il permesso perfino per piantare una pianta di pomodori dietro casa!".

Ero rattristata da tanta povertà e da quel senso di scoramento, tuttavia capii anche che i plaesitinesi amano sbandierare la loro povertà e le loro difficoltà ed esaltarle, quando visitai alcuni parenti di Mariam in una via poco lontana. Lì ci sono "case" di rifugiati, che dal 1948 vivono in capannoni e magazzini. Non un vero campo profughi, un "centro profughi" di condizioni un pò migliori dei famosi campi. I "profughi" (di seconda generazione) parenti di Mariam vivevano in spazi ristretti ed angusti ma avevano un enorme televisore, uno stereo bellissimo, un forno a microonde, e numerosi gadgets elettronici. "Non possono spendere qualche soldo per trasferirsi altrove al posto di comprare tutta quella roba?" chiesi piu' tardi a Mariam. "Figurati un pò, se lo fanno, che profughi sono? E dove va a finire la lotta del popolo palestinese se non abbiamo questi benedetti profughi da mostrare al mondo?" sbottò Mariam. Pare che quando mi aveva introdotto agli amici profughi questi avessero chiesto "E questo viso-pallido da dove spunta? È dei nostri o dei vostri?" "Dei nostri" rispose Mariam - e loro ripetevano la parola "vostrì' in arabo storpiandola, e trasformandola in "fottuti" (chi sa l' arabo capira': minchum/minnikum). Io non capendo il gioco di parole stringevo la mano sorridendo a questi signori che ripetevano in arabo "ah, sei una dei fottuti !". Uno scherzo proprio divertente.

Un giorno la sorella di Yunis, Samira, mi mostrò un giornale arabo, il "Grazia" della Donna Palestinese, pubblicato a Gerusalemme Est. "Un' intervista alla tua amica Mariam! Impara a conoscerla!" Nell' intervista quella che noi conoscevamo come la pacifista Mariam, aveva dichiarato che la sua esperienza di ospite e di volontaria al Rifugio le aveva insegnato che la convivenza tra donne palestinesi ed ebree non è assolutamente possibile. A suo dire le donne palestinesi al Rifugio erano sempre discriminate e la cosidetta "sinistra israeliana" usava a suo dire questa istituzione come un trabocchetto per fare il lavaggio del cervello a povere arabe disperate. Il tutto era corredato da foto di Mariam dietro le sbarre del cancello del Rifugio e la didascalia: "Mariam Makoul: uscita dalla Palestina per trovarsi prigioniera dall' altra parte." Mi infuriai moltissimo e presi il giornale per chiedere spiegazioni a Mariam. Che prese due appuntamenti con me per non farsi trovare. Feci tradurre una mia lettera in arabo alla "Donna Palestinese" e non venne pubblicata. Telefonai e mi dissero in redazione che gli spiaceva di avere perso la lettera, potevo per favore riscriverla? Allora raccontai alle altre del collettivo dell' intervista rilasciata da Mariam. Mariam negò che la traduzione in mio possesso fosse accurata. Le altre preferirono crederle. Nessuna sapeva leggere l' arabo. In quei giorni ero amareggiata anche per altre cose, che mi sembravano ipocrisie insopportabili nei confronti delle ebree arabe ed etiopi, da parte delle mie compagne di collettivo. Detto tra parentesi, erano tutte appartenenti alla sinistra ultrapacifista ma ben poco sensibili alle differenze culturali all' interno della società israeliana stessa. Finii per litigare con diverse di loro e mi espulsero dal collettivo. Mariam era la principale mia accusatrice. Avevo dedicato al Rifugio da quattro a dieci ore settimanali del mio lavoro per tre anni e mi espulsero senza dirmi certo grazie per gli anni di lavoro. E di cosa dicesse Mariam ai giornali palestinesi non glie ne importava niente, era meglio continuare ad esibire la Volontaria Palestinese ai compagni di partito.

Non tutte le mie amicizie palestinesi sono state così amare. Ripenso alle sorelle Houri, cristiane della Galilea, così europeeggianti, ingenue nell' esporre le loro idee politiche senza curarsi di nascondere nulla. Eraano ben lontane (al contrario di Yunis e Mariam) a quella figura di arabo misterioso e criptico che Yunis e Mariam invece amavano impersonare a mio beneficio. Ripenso soprattutto ad Amir, ingegnere palestinese dei dei territori occupati, che diceva dopo Madrid: "Non se ne può piu'! Non se ne può di Israele, e per questo punto purtroppo dopo avere fatto tante guerre per nulla, l' unica soluzione è la pace. Non se ne può piu' di tutti questi capi di stato arabi, una banda di manigoldi corrotti che hanno sempre sfruttato la "causa palestinese" per i propri fini. Ed ora che la pace sembra arrivare, chi scegliamo come nostro capo? Arafat, proprio lui, il nostro Rais da quattro soldi! Violatore per eccellenza dei diritti umani. Il popolo plaestinese, uno dei piu' istruiti del mondo secondo le statistiche, vuole entrare nel 21esimo secolo con Arafat a capo. Ma quello lì ci portera' alla rovina!". Temo ora che Amir avesse previsto giusto. Ma dove è ora lui, quelli come lui? Non possono fare qualcosa???

Rabin ha pagato con la vita, e prima di lui Sadat. Rabin e Peres non si sono intascati i soldi del premio Nobel. Li hanno devoluti per la pace, per fare conoscere giovani ebrei israeliani e palestinesi. Si può sapere lei invece, signor Abu Amar. che cosa ci ha fatto con questi soldi? E perche' è andato ad Oslo a ritirare il premio se non aveva nessuna intenzione di fare l' eroe? Begin quando ha sbagliato si è almeno ritirato dalla scena politica. Lei non aveva alcun obbligo di ritirare il premio Nobel per la pace signor Arafat. Ma non può andare in pensione anziche' accontenare Hamas per salvarsi la pelle? E la sua figlioletta, signor Abu Amar, è per le strade a tirare le pietre o in un lussuoso appartamento di Parigi con la governante americana? Eh gia': c' è ancora chi crede che ci sia gente che manda i bambini propri e di spontanea volontà per le strade a rischiare la vita. Ma via, i palestinesi non sono ne' fatalisti ne' scemi: che organizza l' Intifada ci manda sempre i figli degli altri per le strade. Era sparito un bambino da una povera famiglia del Cairo la scorsa settimana, i genitori hanno mosso mezzo mondo per ritrovarlo, e guarda caso, era a Gaza che tirava le pietre. Eh già, ma é tutto un complotto di Israele per riprendersi i territori. Credeteci pure se volete.

Proprio recentemente gli scienziati del Progetto Genoma hanno publicato le loro nuove scoperte sull' origine dell' umanità di oggi. Gli uomini di Neanderthal, e tutti i piu' antichi uomini Sapientes, non sono nostri parenti. I primi ominidi ed uomini veri e propri sono tutti estinti, e la nostra origine risale ad una piccolissima tribu' familiare vissuta 70mila anni fa (forse tra 130mila e 50mila, la barra d'errore è un pò larga) ed uscita allora dall' Africa. Adamo ed Eva e noi figli allora eravamo uguali: un pò scuri, ma non ancora negri, con gli occhi all' europea, il naso un pò camuso, chissà. Siamo ancora tutti geneticamente estremamente simili, e dal punto di vista biologico non si può parlare di razze nella specie umana. I nazisti avevano le teorie piu' errrate del mondo. Abbiamo sviluppato differenze d' aspetto negli ultimi 50mila anni perche' abbiamo trasmesso alcuni (pochi) geni collegati a fattori che ci difendevano dalle malattie dovute a condizioni ambientali diverse. E se ci sono ora piccole differenze tra le varie nazioni dell' umanità di oggi, dal punto di vista genetico è veramente difficile notarle tra palestinesi, siriani, libanesi, ebrei di tutto il mondo che si sono mescolati tra loro e con i greci prima che avvenisse la diaspora ebraica e molto prima che avvenisse quella palestinese. Mariam e Yunis, che oggi voi siate o no dietro ai bambini con le pietre, io voglio dirvi: siamo, in realtà, tutti cugini. Proprio come Yunis, falso pacifista amico della Hamas, e il suo parente falco innamorato della bella ragazza ebrea. E le loro contraddizioni di esseri umani. Devo ancora capire questa frase, e mi sarà piu' chiara se farete smettere questa guerra. May be it will be a limited war ha dichiarato un mio ex-fidanzato della giovinezza, noto giornalista, alla CNN. May your words be blessed, Daniel. Sulla sua scrivania c'era appeso un tempo un foglio con le parole di Cicerone: meglio una pace ingiusta che una guerra giusta.

Marina Orio


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