Raccolta di commenti inviati a Morasha.it sulla nuova Intifada

TIME 156/17 - 23/10/2000

Il paradosso Barak

È il più pacifista dei leaders nella storia del paese e cosa ottiene? Guerra.

Un paradosso assolutamente peculiare aleggia sul fumo e sul sangue del Medio Oriente di oggi. La attuale rivolta palestinese contro Israele non è indirizzata contro il governo di Izhak Shamir o di Benyamin Nethaniau, capi del Likud conosciuti per la loro linea dura, ma contro Ehud Barak, il più pacifista primo ministro israeliano che il Medio Oriente abbia mai conosciuto. Barak infatti è andato tanto in là che la vedova di Izhak Rabin ha detto che se il marito potesse vedere le concessioni proposte da Barak "si rivolterebbe nella tomba".

Come è possibile allora che il più pro-palestinese, più pro-pace dei governi israeliani nella storia, sia bersaglio della più virulenta, più oltranzista violenza antiisraeliana dell'ultimo mezzo secolo?

Chiamiamolo il paradosso Barak. La risposta è tanto dolorosa quanto chiara. Per trenta anni sono andate avanti discussioni tra falchi e colombe in Israele. Dicevano le colombe: prendiamo in considerazione le lamentele della controparte - terminiamo l'occupazione; diamo ai palestinesi una terra, una milizia, un loro proprio stato - e allora avremo la pace. Dicevano i falchi: è impossibile soddisfare le richieste palestinesi perché sono esistenziali. Essi non vogliono un proprio stato: essi vogliono il nostro stato. Dopotutto gli era stato proposto uno stato nel 1947 (e l'autonomia nel 1979) e lo hanno rifiutato. Perché? Perché essi reclamano non solo Ramallah ma la stessa Tel Aviv. Se fai concessioni, abbassi la guardia e mostri debolezza, chiami la guerra.

Compromesso o deterrenza? Mano aperta o pugno di ferro? Pace subito o pace attraverso la forza? Raramente la storia ha posto questioni così decisive e spietate come queste.

Per sette anni ha dominato la strategia delle colombe. Nel 1993 Israele ha richiamato l'OLP dall'esilio e le ha concesso il riconoscimento, la legittimità internazionale, l'autogoverno, l'aiuto internazionale, le prime elezioni nella storia palestinese e la fine dell'occupazione per il 99% della popolazione palestinese. Questo mese di luglio Barak è andato oltre, offrendo concessioni tanto estese che perfino i negoziatori americani a Camp David sono rimasti stupefatti: il ritiro da tutta la Cisgiordania (compresa la militarmente cruciale Valle del Giordano), l'offerta di dividere

Gerusalemme, perfino la disponibilità a rinunciare alla sovranità israeliana sul luogo più sacro per l'ebraismo, il Monte del Tempio.

Che è successo? Arafat ha rifiutato. Ha rifiutato perfino di fare una controproposta. Poi, non trovando supporto internazionale alla sua intransigenza, ha deciso di rimescolare le carte: iniziare una guerra che gli portasse vantaggi - una guerra che portasse tante pressioni internazionali su Israele da permettergli di imporre le proprie condizioni. Trovato un pretesto, Arafat ha allentato i freni dei suoi. Per tutti i giorni delle pietre, dei proiettili e delle bombe Molotov, non ha pronunciato una sola parola per tranquillizzare gli animi. Al contrario, i suoi mezzi di informazione controllati dallo stato (cioè dalla Autorità Palestinese, n.d.t.) di hanno lanciato il grido di guerra. Alle richieste di uno stop da parte del presidente Bill Clinton e di altri leaders mondiali ha risposto sprezzante: "Il nostro popolo non esita a proseguire la sua marcia su Gerusalemme."

Secondo la teoria del compromesso delle colombe il periodo transitorio del "processo di pace" doveva fornire il tempo necessario alla riconciliazione ed alla fiducia. È avvenuto il contrario. Attraverso il controllo della TV, della radio, della stampa e dei libri di testo Arafat ha imbevuto una nuova generazione del più virulento odio per Israele che spesso sconfina nel puro antisemitismo.

I risultati di questa educazione sono ora in mostra: il linciaggio di due riservisti israeliani, il giovane palestinese che alza in trionfo alla folla festante le sue mani lorde di sangue; la distruzione della Tomba di Giuseppe, luogo sacro ebraico, non solo incendiata e dissacrata ma smantellata pietra per pietra.

Nella furia c'è un entusiasmo. In una dozzina di capitali mediorientali manifestazioni di massa chiedevano la morte degli ebrei. Questa euforia, nota lo studioso di Medio Oriente Daniel Pipes, non si vedeva dal 1967. Deriva dalla sensazione che gli ebrei non ce la facciano più.

A maggio-giugno 1967, alla vigilia della Guerra dei 6 Giorni, folle impazzite al Cairo, a Damasco ed altrove, chiedevano la battaglia finale per distruggere Israele. La rapida e stupefacente vittoria israeliana smontò quell'entusiasmo in fretta e per molti decenni a venire.

Fino ad oggi. Con la miriade di concessioni israeliane, ritiri unilaterali, richieste pressanti di pace e demoralizzazione generale, l'euforia è ritornata. I nemici di Israele fiutano debolezza. Il ritiro disorganizzato dal Libano è divenuto un modello. Se si è potuto cacciare gli israeliani dal Libano, ragionano i palestinesi, li possiamo cacciare anche dalla Palestina. I palestinesi vedono un Israele insofferente alle perdite umane; un Israele che rinuncia a questioni fino ad allora considerate principi inviolabili, senza ricevere nulla in cambio; un Israele pronto ad abdicare la sovranità sul più sacro dei luoghi per l'ebraismo; un Israele che si piega ad ogni pressione americana per ulteriori concessioni senza contropartita.

Ed ora vedono Barak imporre vani ultimatum. Perché Arafat non dovrebbe continuare a combattere? Egli ha dietro di se il Consiglio di Sicurezza dell 'ONU, i mezzi di informazione occidentali ed il mondo arabo. Di fronte a lui è stesa Israele, in stato di shock, disorientata e confusa dal paradosso Barak. Nessuna colomba ha mai desiderato e perseguito la pace con più fervore. E cosa ha ottenuto? Guerra. Neville Chamberlain era altrettanto perplesso il 1° di settembre del 1939.

 

Charles Krauthammer


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