Raccolta di commenti inviati a Morasha.it sulla nuova Intifada

Il Giorno, La Nazione, Il Resto del Carlino - 27/10/2000

Ma Arafat ha detto troppi no alla pace

Il ritmo quotidiano degli eventi nei territori palestinesi e nelle zone adiacenti lo Stato dIsraele ora è chiaro: nella tarda mattinata hanno luogo dimostrazioni in cui i palestinesi non esitano a mandare i bambini in prima linea, nel pomeriggio iniziano le sommosse che comprendono il lancio di bottiglie molotov e sporadici colpi di arma da fuoco e di notte i palestinesi attaccano i soldati israeliani e i veicoli civili, oltre al fuoco proveniente dalle posizioni palestinesi di Gaza, Ramalla, Gerico e Betlemme contro le città e i villaggi israeliani. Non passa giorno senza che la polizia palestinese e gli uomini di Tanzim, il braccio armato del movimento di Arafat, Fatah, aprano il fuoco contro le abitazioni civili e le proprietà dei cittadini israeliani.

La domanda che tormenta le menti in Israele e altrove è: cosa è accaduto? Perché quella che era una chiara agenda per la pace si è trasformata in violenza, lotta armata, morti? Cosa è andato storto? È difficile trovare una risposta perché al ben noto vertice di Camp David di qualche mese fa, al tavolo dei negoziati Israele ha presentato una rosa di proposte di compromesso su tutte le questioni, anche le più spinose, che dovevano essere affrontate e risolte per giungere ad un accordo ed alla riconciliazione tra israeliani e palestinesi. Non devono esserci equivoci su questo punto: a Camp David Israele ha proposto la cessione di più del 90% dei territori di Cisgiordania e Gaza ai palestinesi. Israele ha dichiarato di accettare che un numero molto elevato di rifugiati palestinesi vengano accolti sia in Israele che nei territori.

Abbiamo offerto il riconoscimento di uno Stato palestinese indipendente che nasca sulla base di un accordo negoziato e, soprattutto, un compromesso su Gerusalemme in base al quale la parte araba della città passerebbe all’Autorità Palestinese per poi divenire capitale dello Stato palestinese. Israele ha detto sì anche quando il negoziato ha toccato le corde più sensibili dei nostri sentimenti nazionali e religiosi: Israele non si è tirata indietro quando si è trattato di discutere del Monte del Tempio, al contrario ha accettato che la custodia di questo luogo, sacro anche per gli ebrei, resti ai palestinesi con la supervisione dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

A quel punto tutti i governi, dagli Stati Uniti, ai membri dell’Unione Europea ai paesi arabi hanno compreso che il compromesso e la soluzione erano lì, a portata di mano e la pace era non solo possibile, ma terribilmente vicina.

È stato allora che è giunto il grande diniego di Yasser Arafat e della dirigenza palestinese. Non un uno, ma tanti no: no al compromesso, no alla offerta di pace dIsraele, anche se si trattava di una proposta senza precedenti nella storia delle relazioni con i palestinesi. Il Primo Ministro Ehud Barak ha dimostrato con i fatti la sua volontà di spingersi fino ad un punto che nessun capo di Stato prima di lui, nemmeno Yitzhak Rabin o Shimon Peres, avevano mai neppure preso in considerazione. Insieme al Presidente Clinton e al suo team della pace, siamo rimasti tutti amaramente sorpresi e infine frustrati nell’assistere a questo incomprensibile diniego. Arafat ha deliberatamente scelto la via della violenza. Non cè stato nulla di spontaneo nella sua decisione di dare libero corso alle sommosse, alle dimostrazioni violente e al ricorso alle armi da fuoco.

Tutto era previsto, premeditato e programmato per esercitare la massima pressione sia sui paesi arabi che su Israele. Contemporaneamente Arafat ha sciolto le briglia di quellorribile fenomeno che è il terrorismo: si è consultato con i capi delle organizzazioni terroristiche, i fondamentalisti islamici come Hamas e la Jihad Islamica, e ha dato loro via libera all’azione, poi ha rilasciato i detenuti dalle prigioni palestinesi tra cui alcuni dei terroristi più feroci, responsabili di azioni orribili in Israele e li ha lasciati liberi di continuare a colpire. Ora questi terroristi, che considerano gli europei cristiani ed ebrei come infedeli, minacciano non solo Israele ma anche le installazioni americane, le sedi diplomatiche e quei paesi dell’Unione Europea che potrebbero assumere una posizione di oggettività di fronte al conflitto.

Il demone è uscito dalla bottiglia e la comunità internazionale, soprattutto i paesi democratici, ne subiscono la minaccia. In altre parole, Yasser Arafat vuole andare avanti a lungo con la violenza per fare largo a quelli che lui considera suoi vantaggi politici strategici. In questa sua visione strategica non cè spazio per la pace con Israele. Ciò che offre è solo il ricorso alla violenza per piegare Israele a decisioni contrarie agli stessi interessi vitali della nazione. Arafat sta cercando di destabilizzare l’intera regione mediorientale e i regimi che non simpatizzano con lui, quali l’Egitto e la Giordania. Invece di lasciare che Israele sia il primo paese a riconoscere lo Stato indipendente di Palestina, Arafat ha intrapreso la strada verso la dichiarazione unilaterale dello Stato, con tutte le conseguenze che questo gesto comporterà.

Recentemente, riuniti a Sharm El Sheik, gli americani, gli egiziani, gli europei, i giordani e il Segretario Generale delle Nazioni Unite hanno fatto tutto il possibile per fermare la violenza. Israele ha dichiarato immediatamente la sua volontà di ritirare le sue forze, di non reagire agli attacchi e il Primo Ministro Barak in persona ha dichiarato pubblicamente la sua accettazione delle intese raggiunte. Yasser Arafat non ha fatto nulla di simile. Ancora oggi, dopo altri nove giorni di tumulti, siamo in attesa che dichiari la sua volontà a fermare la violenza, secondo l’impegno preso a Sharm El Sheik.

Il silenzio di Yasser Arafat è stato interpretato da varie organizzazioni palestinesi come il via libera al proseguimento degli atti di violenza. Il rappresentante palestinese ha portato la violenza verbale dentro le mura del Palazzo di Vetro, ma persino lì ha incontrato obiezioni senza precedenti. Più di novanta paesi si sono astenuti dal votare o dal partecipare alla sessione, esprimendo in tal modo le loro riserve in merito ad una risoluzione chiaramente di parte. L’Italia è stata tra quei paesi che si sono astenuti e ha spiegato che ciò è dovuto ai termini sbilanciati della risoluzione. Questa posizione riflette il comportamento dell’Italia nel sollecitare alla moderazione e ad un approccio bilanciato rispetto agli eventi del Medio Oriente. In questo senso non vi sono molte differenze tra le varie forze politiche in Italia. Tutti hanno sostenuto il processo di pace, tutti desiderano la riapertura delle trattative e rifiutano la violenza come mezzo di condotta che può solamente far deragliare gli sforzi per la pace compiuti fino ad ora.

Dove andiamo ora? In realtà, c’è solo un modo per risolvere il problema: innanzitutto bisogna fermare la violenza, e quindi si deve tornare al tavolo dei negoziati. La violenza non ha mai risolto nulla e non solo nel Medio Oriente. Soluzioni che rispettino gli interessi e l’eredità culturale di entrambi i popoli possono emergere solo attraverso il dialogo ed eventualmente il compromesso. Da parte israeliana, il compromesso è sul tavolo. In questi tempi dovremmo guardarci in faccia l’un l’altro e dirci: siamo qui per restarci per sempre, entrambi noi, due popoli non uno accanto all’altro ma intrecciati.

Il dialogo deve prendere il posto della violenza.

Il compromesso deve prendere il posto dei colpi di armi da fuoco.

La soluzione emergerà solo dal tavolo negoziale appena vi faremo ritorno: meno vite umane andranno perdute e meno infelice sarà il destino dei nostri due popoli. Il nuovo Medio Oriente di Shimon Peres non è un sogno; è una realtà che alla fine prenderà il sopravvento nella nostra regione. Prima ci arriveremo, meglio sarà per tutti noi.

Yehuda Millo

Ambasciatore d'Israele a Roma


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