Raccolta di commenti inviati a Morasha.it sulla nuova Intifada

11/2000

Arafat pensa solo a se stesso

Per comprendere il comportamento di Arafat, bisogna fare qualche passo indietro.

1) Negli anni Settanta Arafat creò un mini-Stato palestinese all'interno della Giordania. L'allora re Hussein gli concesse una larga autonomia in alcune zone di frontiera. Ma Arafat volle di più, contando sulla forza della sua milizia Fatah. Dopo una serie di provocazioni, re Hussein fece ricorso al suo piccolo, ma ben addestrato esercito. Sgominò Fatah, ne massacrò i reparti, costrinse i superstiti all'esilio.

2) Negli anni Ottanta Arafat strappò di nuovo un mini-Stato, questa volta nel sud Libano. Ottenne mano libera nel combattere Israele, a patto che non coinvolgesse la popolazione locale. Ancora una volta riteneva di possedere una forza militare: il suo 'Esercito di Liberazione della Palestina' aveva carri armati e artiglieria, anche se non li sapeva utilizzare molto bene. Ancora una volta violò le promesse. Impose la sua autorità sui libanesi. I quali reagirono con determinazione. Formarono una loro milizia, che aiutò gli israeliani quando questi ultimi, nel 1982, invasero il Libano. Ancora una volta Arafat perse ogni cosa. Il suo esercito venne demolito. I superstiti dovettero cercare rifugio in Tunisia, Irak, Yemen.

3) Negli anni Novanta, dal suo esilio in terra tunisina, Arafat riuscì a ricostruire la sua organizzazione con il supporto finanziario di Kuwait, Arabia Saudita e gli Emirati del Golfo. Ma quando l'Irak invase il Kuwait, il 2 agosto 1990, non dimostrò alcuna gratitudine. Si schierò con Saddam Hussein, convinto di una sua vittoria. Centinaia di migliaia di palestinesi vennero espulsi dal Kuwait quando l'Irak venne sconfitto. Il Plo perse gli aiuti finanziari degli Stati del Golfo.

4) Arriviamo ai giorni nostri. Alcuni anni fa, in base all'accordo di Oslo, Arafat riottenne un suo mini-Stato a Gaza e in parte del West Bank. Seguirono lunghi e pazienti negoziati culminati nel summit di Camp David, durante il quale il premier israeliano Ehud Barak rischiò la tenuta della sua coalizione offrendogli il 90 per cento del West Bank e parte di Gerusalemme orientale. L'accordo sembrava vicino ad eccezione di un punto: gli 860 metri quadrati del Monte del Tempio a Gerusalemme. La soluzione più ovvia sarebbe stata rinviare la questione. Ma ad Arafat non bastava il 90 per cento. Voleva il 91, più di quanto Barak gli potesse dare senza essere rovesciato dal parlamento. I suoi consiglieri se ne rendevano conto. Il summit saltò e Clinton ruppe tutte le regole della diplomazia attribuendone pubblicamente il fallimento ad Arafat.

Quali le conclusioni?

Una in primo luogo: emerge un comportamento tipico. Arafat è disposto a giocarsi qualsiasi cosa abbia già ottenuto - uno Stato palestinese a Gaza e nel 90 per cento del West Bank - per avere ancora di più.

Secondariamente ricorre alla forza, nonostante i summenzionati precedenti dimostrino che ogni volta, con la forza, ha perduto tutto quanto aveva guadagnato con la diplomazia. Barak si era assicurato l'approvazione mondiale con la sua iniziativa di pace.

La contromossa di Arafat è stata di mobilitare la solidarietà araba, spedendo i suoi ragazzi a tirare sassi contro i soldati israeliani, mentre i suoi poliziotti aprivano il fuoco per forzare gli israeliani a rispondere col fuoco sotto gli obiettivi della televisione.

Questa strategia non si sarebbe potuta materializzare senza l'eccellente opportunità fornita da Ariel Sharon, che il 27 settembre 2000 e.v. ebbe la bella idea di visitare il Monte del Tempio. La radio e la televisione palestinesi incoraggiarono le violenze con espliciti inviti, confermando il carattere non spontaneo della sollevazione.

Sapremo presto se gli eventi del Duemila porteranno a un esito simile a quelli degli anni settanta, ottanta e novanta, se cioè Arafat abbia ancora una volta sbagliato i suoi calcoli esponendosi a una disastrosa disfatta. Rischia la demolizione del suo mini-Stato, delle sue forze di polizia e della sua radio-televisione.

L'alternativa è una ripresa negoziale, ma senza più la prospettiva di ottenere una vera pace.

Quale che sia il risultato una cosa sola è sicura: per l'ennesima volta ne viene danneggiato lo sviluppo economico delle aree palestinesi. Gli abitanti continueranno a vivere in povertà. Arafat continuerà a mantenere il suo potere, consapevole che le classi imprenditoriali palestinesi lo liquiderebbero una volta firmato un vero trattato di pace. Questa è la minaccia contro la quale combatte".

Edward Luttwak


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