Gianfranco Di Segni: Non è una ricostruzione completa

Ciò che dice Paola Canarutto è -- immagino -- tutto vero. Il problema è che tuttavia non è una ricostruzione completa. Ci sono altri punti di cui si deve tenere conto:

1. Domanda: Gli ebrei hanno diritto all'autodeterminazione in uno stato indipendente? Se sì, come sembra essere opinione comune (è vero che fino qualche tempo fa i nazionalismi non andavano molto di moda, ma ora mi sembra evidente - vedi Europa orientale e altrove - che lo sono di nuovo), bisogna allora decidere dove questo stato dovrebbe esistere: mi sembra ovvio che per motivi storici e culturali l'unica soluzione accettabile sia la terra d'Israele, mentre altre soluzioni proposte in passato (Uganda ecc.) non sono e non erano proponibili. Non è solo questione dell'antisemitismo europeo: credo che l'esigenza di vivere in uno stato proprio sia legittima, a prescindere dai pogrom e dalla Shoà. Il fatto che l'Europa voglia far pagare le proprie colpe ad altri (che è comunque vero) non cambia quindi il problema.

2. E' vero: nella terra d'Israele vivevano anche i palestinesi: lo slogan "un popolo senza terra (vero) per una terra senza popolo (non vero)" è appunto uno slogan che non corrisponde alla realtà. Ma bisogna ricordare che nella prima metà del '900, fino al '48, c'era posto per tutti: non ho le cifre esatte qui con me, ma non credo che il totale degli abitanti (ebrei e arabi) nel '48 superasse di molto il milione. Si poteva benissimo creare due stati. Anche oggi, che ci sono 6-7 milioni di abitanti, fra israeliani e palestinesi, basta andare nella regione e guardarsi intorno per vedere quanta terra disabitata e incolta ancora c'è: e non parlo solo del Neghev, che lo è quasi completamente, ma anche del centro e del nord della terra, e -anche- all'interno della linea verde. Tutta la regione è grande circa quanto la Lombardia, con meno abitanti. Non è un problema di spazi ma di trovare la capacità di convivere.

3. Se dunque accettiamo quanto detto nei punti 1 e 2, la conclusione è che bisogna trovare un compromesso: gli israeliani devono rinunciare al sogno della Grande Israele, sogno che sicuramente hanno avuto per molto tempo e non solo quelli di destra o religiosi; i palestinesi devono accettare che il fatto che risiedessero lì in passato con poche centinaia di migliaia di abitanti non dà loro diritto a tutta la terra. E se la terra va divisa, allora, dopo le lotte e le rivendicazioni, bisogna sedersi attorno a un tavolo e trattare. I palestinesi stanno ora preferendo continuare nella lotta armata: può darsi che abbiano ragione a credere che così otterranno di più. In effetti, se non c'era la prima Intifada, forse non si sarebbe arrivati agli accordi di Oslo. Ma può anche darsi che invece causino un arroccamento delle posizioni israeliane e un indebolimento delle forze, non solo di sinistra, favorevoli alla pace e al compromesso territoriale. E dato che non si sta giocando a una partita a poker al casinò di Gerico, non è detto che puntare al rialzo sia ora la strategia migliore. Personalmente credo che sarebbe convenuto ad Arafat -- nell'interesse dei palestinesi -- continuare a trattare e non incoraggiare la rivolta o lasciare che questa gli prendesse la mano.

Shalom,

Gianfranco Di Segni, Roma


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