Yitzhak Shoham: La nascita di uno Stato

Ormai siamo purtroppo abituati a leggere e ad ascoltare bugie che non si preoccupano neanche più di dimostrare quanto asseriscono. Credo che sia nostro compito riportare il dibattito anche - e soprattutto - ai temi e ai documenti storici. In quest’ottica invio l’intervento di Yitzhak Shoham, direttore del Dipartimento per l’Europa del Ministero degli Esteri di Israele, tenutosi presso l’Aula Magna della Facoltà Valdese di Teologia in un dibattito promosso dalla Federazione delle Associazioni Italia Israele e dall’Associazione Italia Israele Roma, intervento che compare sul mensile SHALOM e sul suo sito http://www.shalom.it, che ospita quotidianamente aggiornamenti e commenti sulla situazione mediorientale.

(…) Ecco uno dei tanti esempi di disinformazione o mancanza di informazione di cui parliamo. Riguarda la risoluzione delle Nazioni Unite del 1947 che stabiliva la spartizione della Palestina occidentale (la parte orientale era già stata concessa al Re Hussein dagli inglesi): il 14 maggio del ’48, quando si ritirano le truppe inglesi, si dice che nasce soltanto lo stato di Israele e non lo Stato palestinese. Ed io chiedo anche a voi: sapete se è nato uno Stato palestinese oppure no? La risposta è sì. La risposta è che nel 1948 è stato istituito un Governo palestinese per la Palestina, ma il problema è che gli arabi non lo hanno voluto. La Lega araba aveva all’epoca 7 membri, di cui i più forti erano l’Egitto, l’Iraq e la Giordania, ed in questo ‘gioco’ storico la Giordania, il Re Abdallah, nonno del Re Hussein, non era affatto interessato alla nascita di questo Stato palestinese perché voleva la terra di Palestina per il suo regno di Giordania, quindi fece un accordo con i suoi cugini dell’Iraq (prima di Saddam Hussein, naturalmente), per conquistare tutto il territorio, cacciare via gli ebrei e stabilire il regno di Giordania sulle due sponde del Giordano. Ma a questo progetto si opponeva l’Egitto che voleva anche per sé un pezzo di questa terra. Il fatto curioso è che all’inizio di questo conflitto, nel 1948, si stabilì un Governo palestinese con sede proprio a Gaza, sotto la protezione egiziana. Ma dall’altra parte la Giordania e l’Iraq fomentarono la creazione di un altro Comitato di governo, il Governo per tutta la Palestina - questo era il nome ufficiale - con sede a Ramallah, che nel suo primo raduno nell’anno ‘48 dichiarò di volere l’annessione alla Giordania. L’origine di tutta questa storia, la ‘non-nascita’ o la ‘non-creazione’ dello Stato palestinese, non è stato un mero rifiuto di accettare la divisione della Palestina storica in due stati, ma è stato il rifiuto dei Paesi arabi di accettare uno Stato palestinese. È questa l’origine di una storia tragica che ha portato a 52 anni di guerre, combattimenti ed odio.

Ma questo è solo un esempio di ciò che della storia non si sa o viene dimenticato. Se oggi i palestinesi hanno qualche possibilità di creare uno Stato palestinese è soltanto grazie agli israeliani che nell’anno 1967 hanno sostituito i giordani e gli egiziani a Gaza e in Cisgiordania, e che sono disposti oggi a negoziare la creazione di questo Stato.

Ma vediamo la situazione attuale ed anche l’atteggiamento israeliano. Per anni abbiamo interpretato il conflitto pensando che il mondo arabo rifiutasse di riconoscere il diritto all’esistenza di uno Stato non arabo, cioè dello Stato ebraico, in quella regione. Questa impostazione è cambiata in un certo qual modo per la prima volta a seguito dell’Accordo di pace con l’Egitto, e successivamente con la Conferenza di Madrid, quando per la prima volta si profilò un cambiamento nel mondo arabo che venne interpretato da noi non come una tattica di azione, ma piuttosto come un cambiamento strategico nel pensiero arabo nei confronti di Israele. Il punto culminante di tutto ciò, sempre secondo la nostra lettura, sono stati gli Accordi di Oslo. Con gli Accordi di Oslo avvenne il riconoscimento dello Stato di Israele da parte dei palestinesi ed il riconoscimento dell’OLP come il rappresentante dei palestinesi con cui negoziare. Abbiamo davvero creduto che ci sia fosse un cambiamento di contenuti nell’atteggiamento dei palestinesi nei nostri confronti e dell’atteggiamento del mondo arabo in generale. Da quel momento, da prima ancora, noi abbiamo ritenuto - ed è stata una convinzione generale, direi perfino mondiale - che la chiave di questa soluzione fosse nelle nostre mani. Cioè noi, Israele, eravamo lo Stato già stabilito, più forte, quello che aveva conquistato territori (anche se in risposta ad una guerra dichiarataci), uno Stato con un’economia al livello delle economie più sviluppate nel mondo, e tutto si riduceva nel trovare un accordo con i palestinesi secondo il quale loro avrebbero riconosciuto Israele ed Israele avrebbe concesso la chiave dello Stato palestinese. E questa è stata la convinzione durante tutti i negoziati: noi credevamo sempre di avere questa chiave nelle nostre mani e che, quando sarebbe arrivato il momento, l’avremmo consegnata.

Così il nostro Primo Ministro Barak è andato a Camp David convinto di avere questa chiave in mano e di poter finalmente trovare una soluzione a questo lungo conflitto. Barak è andato molto più in là di qualsiasi altro leader israeliano e penso che tutti sappiano che a Camp David Barak ha offerto ai palestinesi il 92% dei territori conquistati nel ‘67, ed ha offerto anche di scambiare il restante 8% dei territori (che vogliamo tenere poiché vi sono grosse concentrazioni di insediamenti) con altri territori accanto a questi; ha offerto la possibilità di riconoscere il diritto al ritorno di qualche centinaia di migliaia di profughi palestinesi ed è andato molto più in là di quello che qualsiasi israeliano si sarebbe aspettato, fino a rinunciare ad una parte importante della città di Gerusalemme e fino a trovare una soluzione alla Spianata del Tempio.

Ma Barak ha messo una condizione: c’era una clausola in questo accordo che stabiliva la fine del conflitto. Ciò vuol dire che dopo la firma di questo accordo, i palestinesi prendevano l’impegno di mettere fine al conflitto, così come era nell’accordo che noi avevamo firmato con l’Egitto, il primo accordo di pace con un Paese arabo. Noi volevamo la fine del conflitto con i palestinesi, e qui Arafat si è spaventato. Questa è la nostra lettura oggi, dopo l’esplosione della violenza.

Il problema di Arafat non è stato la Spianata del Tempio e chi avrà la sovranità di sopra o di sotto. Crediamo che il problema sia che Arafat non è disposto o non è in condizione di mettere fine al conflitto. Questo è il problema più grosso con cui ci si deve confrontare e che ci porta a pensare che probabilmente quel cambiamento strategico verso Israele a cui noi avevamo creduto nel ‘93 con gli accordo di Oslo, forse non è mai accaduto: forse Arafat, i palestinesi e tanti altri leader arabi ancora pensano che l’accordo sia solo una tappa verso l’espulsione degli ebrei e l’estinzione dello Stato di Israele attraverso diversi mezzi, particolarmente con la violenza. Dopo il fallimento di Camp David, Arafat ha iniziato a cercare consensi innanzitutto nel mondo arabo, nel mondo islamico e nel resto delle sue amicizie, particolarmente nel mondo occidentale, in Europa, ed ha scoperto che non ha tutto l’appoggio che sperava, e la gente non capisce quello che era così chiaro nel 1988 con l’Intifada, con il sostegno totale a favore dei palestinesi che lottavano contro l'oppressore israeliano. Arafat ha cominciato a comprendere innanzitutto il discorso che il Presidente Clinton ha tenuto alla fine di Camp David, dove è chiaramente affermato che il summit è fallito perché Arafat non ha voluto fare delle controproposte, non solo perché non ha accettato le proposte che gli sono state fatte. Arafat ha cominciato a girare in Europa, è andato dai suoi grandi amici e soprattutto dai sostenitori finanziari, ed ha trovato delle posizioni meno favorevoli verso di lui; ed è a questo punto che arriviamo alla nuova ondata di violenza.

Noi siamo stati accusati di avere voluto questa violenza, di avere scatenato questa ondata di violenza, ma, come diceva Cicerone quando andava in tribunale, "Cui prodest?", a chi giova questa ondata di violenza? Chi trae guadagno da questo? Israele? Israele come democrazia può gestire una guerra, ma gestiamo male un conflitto come quello con cui ci stiamo confrontando adesso. Gli unici che possono trarre beneficio da questa situazione di violenza sono i palestinesi. Per questo è così difficile trovare la strada per risolvere questo nuovo scontro.

Siamo stati accusati di un uso eccessivo della forza, e questo è anche il titolo della condanna alle Nazioni Unite. Io direi che ci si può accusare solo di dimostrazione eccessiva di forza. A parte gli scontri in cui vi sono stati dei morti, noi spariamo con i cannoni e con i missili dagli elicotteri, solo su palazzi vuoti: facciamo sapere che stiamo per sparare, allora tutti scappano e solo dopo spariamo. Non è vero che stiamo usando, come affermano i palestinesi, tutti questi armamenti spettacolari contro la popolazione civile. Attraverso questa dimostrazione di forza cerchiamo di far capire che abbiamo questa forza.

E qui arriviamo ad un altro paradosso, quello di essere considerati come Golia, il più forte, che sta combattendo il più debole. Ma si può essere Golia quando non si può usare la propria forza? Noi non vogliamo avere un nuovo Libano, con la strage di civili, non vogliamo bombardare indiscriminatamente, anche se con l’intento di colpire i terroristi.

Cosa chiede Israele? Israele non chiede nemmeno la sicurezza. La sicurezza è qualcosa che va garantita a tutti.

Israele vuole la fine del conflitto, vuole la pace e vuole legittimazione. Pensate un po’: nel mondo, quando ci sono conflitti, qual è la parte che chiede queste cose? La parte debole. Normalmente è il debole quello che dice: "Io non voglio più combattere, voglio soltanto che siano riconosciuti i miei diritti." Ed invece sembra che siamo noi a chiedere ancora l’espansionismo, la lotta contro un altro popolo.

Siamo arrivati ad una situazione molto particolare, perché da una parte abbiamo Israele che è una società democratica e che si gestisce secondo i metodi di una democrazia e dall’altra c’è un’entità che non si sa esattamente come si gestisce, in situazione che purtroppo anche noi abbiamo accettato perché gli accordi di Oslo erano molto precisi riguardo a come si doveva gestire questa entità che sarebbe diventata lo Stato palestinese. Era stata stabilita una forza imponente di polizia per mantenere la sicurezza di tutte e due le parti. Questa forza era stata stabilita in 30.000 poliziotti, la forza di polizia più grande del mondo in relazione alla popolazione. Oggi vi sono circa 45.000 poliziotti riconosciuti in 8 forze diverse. Questo vuol dire che non c’è un’unica forza di polizia, ma 8 forze diverse che non hanno lo stesso comando. Allora ci si chiede: Arafat ha il controllo di tutto ciò? Forse sì. Ha influenza su questi? Sì, ma non sappiamo se ne abbia anche un effettivo controllo. Ora noi stiamo cercando un partner. Eravamo convinti che il partner fosse Arafat, che avesse il controllo di tutto questo. Oggi non lo sappiamo, anzi, credo che gran parte di questa ultima esplosione del conflitto sia una ribellione di certi settori della popolazione palestinese contro la loro leadership, contro la "pace dei ricchi", perché ritengono che con questo processo di pace chi è stato beneficiato sia solo la leadership palestinese. E come facciamo noi a dialogare e a trovare una soluzione se questa leadership - che abbiamo considerato legittima per anni, non è in condizione di gestire la sua stessa popolazione?

Se raggiungeremo un accordo, verrà rispettato o ci sarà Tanzim o qualche altro gruppo armato che non accetterà le regole del gioco?

In Israele c’è la democrazia. Barak, per arrivare per fare quelle proposte a Camp David, ha sacrificato il suo Governo, la sua coalizione. Quando è andato a Camp David, parte della coalizione è caduta; quando è tornato, il resto lo ha abbandonato. Israele si gestisce secondo le regole democratiche; adesso andremo alle elezioni e sarà una cosa molto, strana, particolare, andare alle elezioni quando si sta sparando e si è in mezzo ad un conflitto. Non so se ci siano casi simili in altre parti del mondo, ma noi siamo un po’ diversi, come al solito.

In conclusione direi che oggi in Israele siamo molto perplessi perché non si intravede una strada da percorrere con fiducia fino alla sua conclusione, cioè fino alla soluzione pacifica per tutti e due i popoli che vivono in questa regione. Ci siamo fidati negli ultimi 7 anni ed oggi siamo delusi perché credevamo a questo processo di pace. Non voglio dire che il partner sia da respingere, perché è con lui che dobbiamo parlare, ma la fiducia che era stata creata in questi anni è persa. Dobbiamo provare, perché non esiste un’alternativa al dialogo, non esiste un’alternativa alla soluzione negoziata del conflitto, ma questa ripresa di negoziati non si farà con la stessa fiducia con cui era stata fatta fino al 28 settembre 2000.

Arafat rappresenta i palestinesi? Abbiamo i nostri dubbi, ma continuiamo a credere che Arafat rappresenti la maggior parte delle forze palestinesi e che la maggior parte delle forze palestinesi faccia capo a lui. Per noi è lui l’interlocutore. Dopo Camp David lui diceva che non poteva prendere decisioni riguardo alla Spianata delle Moschee ed è andato di corsa in Arabia Saudita; allora abbiamo detto: andiamo dai Sauditi, se lui non ha il potere di decidere. Finora lui è il Presidente dell’Autorità palestinese, è stato eletto: come i palestinesi gestiscano le elezioni non lo so, ma è stato eletto. Non tocca a noi scegliere. Ho detto che credevamo di avere la chiave in mano ed abbiamo scoperto che non è così. Sappiamo che ci sono diverse forze che sbilanciano Arafat. Non mi riferisco ad Hamas o Jihad, che sono minoranze, non hanno un peso importante nella società palestinese, sono gruppo estremisti, non contano nelle decisioni. Invece i Tanzim hanno le loro armi, le loro organizzazioni e non fanno parte della polizia di cui abbiamo parlato; è emerso Bargouti, ma come si fa a sapere chi è che comanda? Ora sembra che sia Arafat, e noi continuiamo a dialogare con lui, quando si riesce a dialogare.

E vengo all’ultimo punto: come reagire alle menzogne e come comunicare la verità su Israele?

Credo che non esistano formule magiche, ma non si può non cominciare dalla storia, non si può non citare la storia di Israele: come è nato lo Stato, perché è nato, perché ha diritto di esistere come Stato indipendente senza calpestare i diritti degli altri, questo è importante. Noi vogliamo il nostro diritto, dobbiamo difenderlo e dobbiamo anche far sapere tante cose che non si sanno. Ad esempio perché i ragazzi e i bambini palestinesi che vanno in campeggio non fanno come tutti i ragazzi che vanno in campeggio e studiano la natura, gli uccelli, i fiori, mentre invece a 10 o 12 anni imparano ad uccidere e a odiare. Se li stanno educando così, cosa ci si può aspettare quando scoppia uno scontro se non che questi ragazzi prendano le pietre e subito dopo i mitra, e provochino questa ondata di violenza che chiama altra violenza?

Queste cose vanno dette e nessuno si deve vergognare di parlare anche della Shoah perché la Shoah è anche all’origine dello Stato di Israele. Lo Stato di Israele non è nato per la Shoah, ma è nato dopo la Shoah. È importante farlo sapere, anche se qualcuno dice "Basta con queste storie", perché questa è la Storia, questa è la verità, questo è quello che noi portiamo dei nostri genitori, dei nostri nonni, delle nostre famiglie.

Noi non possiamo dire delle bugie. Il rappresentante palestinese, tre settimane fa, in un Congresso nazionale sul Turismo in una città italiana, ha detto senza battere ciglio che nel 1947 Israele si è rifiutato di accettare la spartizione della Palestina: nessuno ha controbattuto, nessuno ha detto nulla, perché nessuno conosce la Storia. I palestinesi dicono le bugie e nessuno se ne accorge se non si controbatte sul posto. Ma noi non possiamo dire le bugie, non facciamo propaganda, perché siamo una società democratica, aperta; da noi i giornalisti non ricevono istruzioni su cosa devono fare, scrivere o cosa far vedere in TV, e siamo fieri di avere Bet’Tselem che è un’organizzazione per monitorare i diritti umani sia dei palestinesi che degli israeliani, e che Amnesty International in Israele gira apertamente dappertutto e che tutte le telecamere possono andare dove vogliono.

Certamente è più comodo filmare dalla parte israeliana, si sta più tranquilli che dall’altra parte, perché dall’altra parte se non si fa quello che dicono, si viene picchiati. E quindi si riprende sempre il soldato israeliano che spara, e non si riprende il palestinese che spara sugli israeliani, e ce ne sono tanti perché normalmente la risposta armata israeliana non è alle pietre: la riposta al fuoco è al fuoco, ma i giornali preferiscono non dirlo.

Israele si è illuso troppo nel processo di pace con i palestinesi? Non saprei, ma è certo che dobbiamo riconsiderare tutto. Avevamo un’illusione, e penso che perfino politici e capi di Stato abbiano diritto ad avere un’illusione. Non dobbiamo semplificare troppo le cose, non è giusto dire "Non siamo stati attenti". Il conflitto in Medio Oriente non è soltanto il conflitto israelo-palestinese. Viviamo in un contesto ed in una regione dove le minacce sono esistenziali e gravi, ed ogni Governo di Israele ha scelto dove mettere il peso più grande delle sue decisioni perché non si può gestire tutto in tutti i dettagli. Se andiamo indietro al ‘93, dopo Oslo, si dice che uno degli sbagli di Rabin è stato quello di non dare abbastanza peso al problema del terrorismo. Perché è andato così veloce nei negoziati con i palestinesi negli Accordi di Oslo? La risposta è perché per lui e per i servizi segreti israeliani, la minaccia esistenziale contro Israele non era rappresentata dai palestinesi.

I palestinesi non distruggeranno lo Stato di Israele, ve lo garantisco oggi ed ogni giorno che parleremo di questo. I palestinesi non sono una minaccia per lo Stato di Israele, i palestinesi sono un problema che va risolto, ma la minaccia allo Stato di Israele sono le armi chimiche e atomiche che si stanno sviluppando in Iraq, in Iran, o che la Siria sta cercando di sviluppare: questa è la minaccia che può far sparire lo Stato ebraico dalla terra. Ed allora il governo di Israele deve porre meno attenzione a certe cose piuttosto che ad altre. Quindi se i loro libri insegnano ai bambini palestinesi l’odio verso gli israeliani, non è una minaccia allo Stato, e se per combattere la minaccia vera bisogna fare a meno di certe cose, lo si fa.

Sottovalutare il terrorismo è stato comunque uno degli errori di Rabin perché il terrorismo ha fatto in modo che si andasse alle elezioni dopo l’assassinio di Rabin nel ‘96, e il Governo ha perso le elezioni per il terrorismo. Sono problemi che coinvolgono la società, e bisogna scegliere quali sono le priorità. Ciò che era ritenuto meno importante non va trascurato, bisogna occuparsene ugualmente, ma eravamo convinti che si poteva andare avantianche se i palestinesi non avevano rispettato gli Accordi; i palestinesi hanno trasgredito ogni accordo: Oslo I, Oslo II, Oslo III, Wye Plantation, Sharm, Hebron; si dice che Arafat sia un "trasgressore seriale", per lui gli accordi sono qualcosa che si deve trasgredire. Ma abbiamo ancora la convinzione che si possa raggiungere non una soluzione, ma un accordo: l’inizio di una soluzione. Crediamo che si possa raggiungere attraverso negoziati, perché attraverso la violenza non vi è alcuna soluzione.

Voglio dire anche, senza entrare troppo nel problema degli insediamenti: come si può pensare che sotto la violenza Israele si possa ritirare dagli insediamenti? Non parliamo se si debba ritirare o quando, ma davvero si pensa che per la violenza che c’è adesso, Israele si debba ritirare? Domani avremo i palestinesi a Tel Aviv. Nel negoziato finale parleremo anche degli insediamenti, ma non perché ci stanno colpendo. Noi non ci ritireremo perché ci stanno sparando.

(a cura di Silvia Haia Antonucci)


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