| Stato e religione |
Haddèrekh, n. 4, maggio 1971
a) Enunciati
1)
Lo Stato non ha un significato intrinseco, bensì un significato esclusivamente
strumentale. Detto enunciato è comune sia alla concezione religiosa (teocentrica)
sia a quella umanistica (antropocentrica). Considerare lo Stato un valore è
lessenza della concezione fascista.
Lo Stato è in sé il nemico delluomo, costituendo, per sua stessa natura, un ingranaggio di violenza e coercizione. Non essendo altro che un siffatto ingranaggio esso non è atto a realizzare valori (in nessuno dei sensi in cui è adoperato il termine valore): ciò che ha valore è conseguito soltanto da uomini e non dallo Stato (ossia dallingranaggio del potere), e per conseguirlo gli uomini lottano gli uni contro gli altri nellambito dello Stato medesimo. Sui valori non vè fra gli uomini, né può esservi, intesa; per cui lo Stato funge da campo di battaglia di lotte intestine.
Senso e ragion dessere dello Stato è soltanto la necessità di esso. Tale necessità è presente a due livelli: lesistenza del singolo (se non per timore delle autorità costituite gli uomini si divorerebbero vivi1); lindipendenza della nazione. Qualsiasi facoltà e potestà lo Stato abbia al di là dellappagamento dei bisogni inderogabili è dispotismo, giacché ogni potere (in ogni regime) si trasforma immediatamente da mezzo in fine ed è sfruttato da chi lo detiene (in qualsivoglia immaginabile regime) per una perpetuazione del proprio dominio. Lessenza della democrazia consiste nel limitare linfluenza del potere a un minimo indispensabile per lappagamento dei bisogni inderogabili; in altri termini, la democrazia è la tutela dellindividuo dal governo del suo proprio paese.
2) Un popolo non è un ente naturale dato ma un ente di coscienza. Per cui non vi sono criteri di definizione di popolo validi per tutti i gruppi esistenti come popoli nella realtà storica (in passato o nel presente). I popoli non hanno comuni segni di riconoscimento - ceppo biologico, territorio, lingua, religione, strutture statali, sistema di vita, tradizione e simili; cfr. il popolo svedese, il popolo tedesco, il popolo americano, il popolo indiano, il popolo greco (classico), il popolo arabo, il popolo ebraico. Ciascun popolo è definito da determinati elementi della sua realtà e della sua coscienza. Talvolta, da elementi suoi specifici, estranei alla definizione di un altro popolo. Per cui il rapporto funzionale tra Stato e popolo non è il medesimo presso tutte le nazioni. I termini popolo normale e Stato normale sono privi di senso; ogni popolo è la norma di sé stesso. E altrettanto dicasi del suo assetto statale.
3) I due piani di bisogni che lo Stato soddisfa (v. sopra, par. 1) sono in pratica uno soltanto: se cè coscienza nazionale, lesistenza dei popolo diviene anchessa un bisogno per il singolo che se ne considera membro. E fondamento e la ragion dessere dello Stato risultano dunque antropocentrici; lo Stato esiste per luomo ed è guidato e diretto in base a bisogni ed interessi e in vista dei loro soddisfacimento. Solo che cè disaccordo su quale sia il supremo interesse umano: per la concezione umanistica esso è rappresentato dai diritti delluomo (v. la Dichiarazione dIndipendenza degli Stati Uniti dAmerica); per quella fascista (cosciente di sé oppure, talvolta, inconscia) è invece rappresentato dallingranaggio di potere che luomo crea - lo Stato; e per quella religiosa, esso consiste nel culto di Dio (v. appresso, par. 5).
4) Il popolo ebraico storico - in quanto gruppo che preservò in tutte le sue peregrinazioni nel corso dei secoli la propria continuità e fedeltà a se stesso - non era definito quale gruppo nazionale né razzialmente, né territorialmente, né linguisticamente, né in termini di struttura politica: per tutto il tempo che la sua esistenza non fu di per sé problematica (né per gli ebrei, né per i non-ebrei), a definirne la continuità e la fedeltà a se stesso fu solo la sua ebraicità. La quale sincarnava, empiricamente, nella Torà e nelle mitzvòt, correlate in edificio sistematico nellhalakhà. Secondo tale definizione il popolo ebraico è un gruppo dindividui per i quali vige lobbligo dellosservanza della Torà e delle mitzvòt; lhalakhà stabilisce per chi questobbligo viga - o per nascita (e lobbligo non decade perché un ebreo rifiuta di sottostarvi), o per una spontanea adesione al popolo ebraico mediante assunzione del giogo della Torà e delle mitzvòt.
5) Il significato del programma di vita individuale e collettivo dellhalakhà non è antropocentrico ma teocentrico (v. il capitolo primo dello Shulchàn Arùkh, Òrakh Chayìm: intrepido come un leone si levi [luomo] al mattino per servire il suo Creatore). Invece dei diritti esso riconosce i doveri delluomo verso il proprio Dio. Anche tutto il sistema delle mitzvòt fra uomo e uomo - comprese quelle fra uomo e società, nazione e Stato - è istituito sotto questo aspetto. La realtà umana - sia individuale che collettiva - è discussa in quel programma non in se stessa ma nella prospettiva del culto del Signore, e ciò che sembra costituire dal punto di vista delle posizioni antropocentriche il fine dello Stato e delle sue funzioni (luomo coi suoi bisogni e interessi), si rivela da quello religioso un semplice mezzo. Da ciò simpone un atteggiamento critico di principio nei confronti dello Stato, anche quando la sua esistenza sia riconosciuta come necessaria. Il conflitto fra Stato e religione - nella sua accezione di ebraismo della Torà e delle mitzvòt - è essenziale tanto a quello che a questa. Ogni Stato - anche quello del popolo ebraico nella realtà effettuale, del passato del presente e dei futuro, a esclusione dello Stato messianico- utopico - è in quanto tale necessariamente laico. Uno Stato secondo la Torà il popolo ebraico non lo ebbe mai: in epoche diverse ebbe degli Stati in cui gli osservanti della Torà combatterono per la Torà guerre dogni tipo - dalla lotta in campo spirituale ed educativo a sanguinose guerre civili. Tanto in epoca biblica che allepoca del secondo Tempio fondamentale sostanza delle vicende degli Stati del popolo dIsraele fu il conflitto fra religione e ingranaggio politico, anche quando questingranaggio era sorto su ispirazione della Torà. Leccezionale rilevanza religiosa dei regni dIsraele storici sta nel fatto che funsero da campi di battaglia per lotte in nome della Torà e delle mitzvòt; il che a maggior ragione vale per lodierno Stato dIsraele, che non è sorto in forza di un impulso religioso ma in forza di un nazionalismo laico esistente in seno al popolo ebraico, e la cui presentazione in termini di simbiosi politico-religiosa risulta perciò assurda.
6) Il binomio nazionale-religioso2 è un triangolo con quattro lati, a meno che non si falsifichi il significato di uno dei due termini oppure di entrambi: o nazionale viene estromesso dalla sua palese accezione laica, corrente almeno dallepoca della Rivoluzione francese, e gliene viene attribuita una relativa alla nazione israelitica in senso tradizionale - nel qual caso esso è identico a religioso, ed è superfluo; o religioso viene estromesso dalla sua accezione di contrassegno del mondo dellhalakhà per fungere da contrassegno di un accessorio della vita nazional-politica - nel qual caso è privo di valore.
b) Religione e Stato in Israele
Il problema Stato e religione - che è in realtà il problema dellessenza del futuro del popolo ebraico e dellebraismo - è discusso negli ambienti ufficiali dello Stato dIsraele soltanto sotto specie di baruffe amministrative e giuridiche fra i consoci dellapparato direttivo e giudiziario dello Stato. A rappresentare le due grandi scale di valori, la religiosa e lumanistica, il cui aperto scontro è il presupposto della possibilità di plasmare il carattere dellindividuo e della società, non stanno due schieramenti in lotta per quei valori. Il principio ispiratore dello schieramento religioso non è la Torà, così come luomo non lo è di quello laico: principio ispiratore di entrambi è lo Stato; la frenesia nazionalistica che li accomuna fa sì che lo Stato, che non è che linvolucro esterno di un valore, si sostituisca a questo contenuto stesso. Si è trovata una base per la direzione dello Stato per mezzo di una coalizione ateo-clericale indipendente dalla sostanza della realtà politica: è concordato che lo Stato sia laico, e che sia però presentato come religioso. Questaccordo comporta, dal punto di vista religioso, una profanazione del nome di Dio, uno svilimento della Torà e lo sfacelo della religione; dal punto di vista umanistico, un pervertimento della vita sociale; da quello di ogni uomo di nobile sentire, la degenerazione nazionale indotta con la menzogna e lipocrisia.
Sul programma di separazione della religione dallo Stato già sera detto a suo tempo: listanza di separazione della religione dallodierno Stato laico scaturisce dalla vitale esigenza religiosa di impedire la trasformazione della religione in mezzo di appagamento di bisogni politico-sociali, di impedirne la trasformazione in ufficio pubblico di unautorità laica, in funzione della burocrazia e dellamministrazione statale, che mantengano la religione stessa e le sue istituzioni non per motivi religiosi ma per interessi dì potere3. In quella sede si descrivevano parimenti le storture, i guasti e la corruzione derivanti dallesistenza di una religione gestita da un potere non-religioso, e lo sfacelo in tal modo arrecato alleducazione religiosa dei giovani e dellintera collettività.
Le cose scritte più di dieci anni fa (nel corso di un dibattito sulla separazione di religione e Stato svoltosi sulle pagine della rivista Be-tèrem nel 1959-60), si sono nel frattempo avverate in misura paurosa. Nello Stato e nella nazione la religione dIsraele non esiste quale fattore spirituale e quale forza sociale autonoma, bensì come una delle tante branche dellingranaggio dellautorità laica. Proprio mentre negli ambienti ebraici osservanti della Torà cè sempre più comprensione per listanza di separazione di religione e Stato quale istanza religiosa, lestablishment religioso (Rabbinato e partiti religiosi) continua ad afferrarsi ai lembi del mantello del potere laico, e a dissimulare in cambio del diritto di essere riconosciuto consocio di detto potere le umiliazioni e le mortificazioni quotidianamente inflitte alla religione dIsraele dal governo, dallamministrazione e dalla giustizia del regime in balia del quale essa si trova nello Stato dIsraele, che la sfrutta a proprio vantaggio e profitto - la mantiene come si mantiene unamante. In questatmosfera di menzogna e adulazione si distorcono e snaturano tutti i concetti. La religione non compare nella realtà socio-politica israeliana come istanza di trasformazione dei valori e di uniformazione della vita pubblica e privata a una scala di valori autonoma e ampiamente comprensiva, bensì sta bene attenta a comparire proprio come parte inseparabile del regime laico, a operare proprio in suo nome e in forza dei poteri che questo le conferisce. Essa avanza esclusivamente richieste relative a determinati dettagli nella struttura complessiva della legge e del sistema di vita laici dello Stato e della società, richieste avulse dal contesto di un programma di vita secondo la Torà e che suonano strambe, illogiche e ingiustificate sullo sfondo della totalità della vita laica. Alla maggioranza della nazione queste richieste risultano incomprensibili, e non possono che risultare tali, avanzate come sono nellambito delle leggi e dei decreti di un regime laico, per cui non fanno che suscitare derisione e stizza. Col suo modo di presentarsi nella realtà socio-politica israeliana la religione si dà una connotazione di piccoli dispetti, dintralci e sabotaggi al corso della vita normale, ovverosia laica, e non di programma di vita alternativo. Per cui è tanto odiata quanto disprezzata.
La religione non ha in realtà nessun potere nello Stato e nella società, e nessuna apprezzabile influenza sul processo di elaborazione della loro fisionomia, ma si crea con tutto ciò nella coscienza di vasti settori nazionali limpressione di essere oggetto di una costrizione religiosa. Le leggi religiose dello Stato vengono promulgate da unautorità laica nella forma che ad essa più conviene (per ragioni dinteressi di potere), ed oltre ad essere prive di qualsiasi significato religioso, nella maggioranza dei casi il loro contenuto - religioso dal punto di vista formale - è in contrasto con le esplicite disposizioni dellhalakhà. In realtà esse rappresentano una coercizione laico-statale esercitata sulla religione, e vengono al tempo stesso usate da gente di tendenza anti-religiosa come armi atte a suscitare stizza, e talvolta anche furore, contro la religione medesima; ed è indubbio che sono proprio questi gli intenti degli ambienti governativi laici ostili alla separazione di religione e Stato (soprattutto nel Partito laburista4).
Lesempio più lampante di questa situazione è rappresentato dalla questione del sabato - listituto che è al centro della religione dIsraele e della realtà religiosa ebraica. Nella situazione attuale, con la religione integrata, si fa per dire, nello Stato e da esso sostenuta, il sabato è di fatto profanato dallo Stato stesso a destra e a manca. La legge di Stato sul sabato è in realtà una legge abrogativa del medesimo. Tale legge riconosce a chicchessia il diritto di profanarlo, ad esempio viaggiando; e più duna volta per tutelare quel diritto contro chi intendeva conculcarlo è stato messo in moto lapparato giudiziario e di pubblica sicurezza - lapparato di un potere di cui lebraismo religioso ufficiale è consocio di fatto e delle cui azioni è corresponsabile. Il divieto che lautorità laica impone in determinati luoghi (proprio lì e non altrove) ai trasporti pubblici di sabato, non è che una mercede elargita allebraismo religioso per bendargli gli occhi. Quel divieto è inoltre privo di qualsiasi significato religioso: nelle prescrizioni sabbatiche non compare nessuna strana disposizione che autorizzi gli ebrei a viaggiare di sabato, e che proibisca però tali viaggi agli autobus. Lipocrisia di questo accomodamento, sul quale lebraismo religioso non transige, disonora la religione e rende ridicola la posizione religiosa.
E altrettanto dicasi delle ferrovie israeliane, a proposito delle quali esiste fra religiosi e laici lesplicito accordo che per simulare unosservanza sabbatica i treni non effettuino pubblicamente viaggi di sabato, ma che proprio di sabato si compiano tutti i lavori necessari alla strada ferrata (riattivazione di linee, riparazione di locomotive e vagoni). Recentemente è persino capitato che lallestimento di un ponte ferroviario è stato eseguito a bella posta di sabato, per non intralciare la circolazione nei giorni feriali. La santissima trinità dei membri di governo dei Partito nazional-religioso se lè sbrigata (a cose fatte) con una protesta, ma continuando, ovviamente, a ricoprire cariche nel governo responsabile dellaccaduto, ossia a condividere - tanto legalmente che eticamente - la responsabilità dellinfame profanazione del sabato.
Va sottolineato che nessuna legge emanata da un potere laico - quale che ne sia il contenuto - può assumere un significato religioso, non traendo origine dallautorità della Torà. Una legge promulgata dalla Kenèsset - che non è unassemblea riunita in nome del Cielo -, ed esecutiva in grazia di un governo che non riconosce lautorità dellhalakhà è per sua stessa natura una legge laica. E altrettanto dicasi di ogni ente amministrativo delegato dal potere laico: linviato è come quegli stesso che invia6. Il rabbinato, delegato dallautorità laica ai sensi della legge laica, stipendiato da quellautorità e operante nellambito delle competenze che essa gli attribuisce, non è unistituzione rappresentante la Torà ma una delle tante branche dellamministrazione laica, e le sue deliberazioni e sentenze non hanno alcun significato religioso. Figuriamoci un po che significato religioso e che valore storico avrebbe assunto nellebraismo il profeta Elia, se fosse stato ministro delle religioni o rabbino-capo di lzèbel!7 (detto senzalcuna intenzione di identificare Golda con lzèbel e il dott. Warhaftig o i rabbini Unterman e Nissim col profeta Elia).
Tuttavia riguardo al sabato, che è (punto su cui bisogna battere in continuazione) centrale e basilare per la fisionomia di uno Stato e una società ebraici che rispecchino la realtà religiosa, lebraismo religioso ha subito - integrandosi nellingranaggio del potere laico e sostenendosi su di esso - una vergognosa disfatta in campo non solo ideologico ed etico, ma anche sociale, per quanto concerne la situazione oggettiva e le condizioni di vita degli ebrei osservanti della Torà. Grazie alla copertura concessa al governo, allamministrazione e alla giustizia del regime laico dallestablishment religioso ebraico, che ne è attivamente compartecipe e pertanto anche responsabile , quel regime crea nel paese un sistema sociale ed economico che è dintralcio agli ebrei osservanti della Torà, nega loro la possibilità di lavoro in certi tipi di professioni e servizi, preclude loro fonti di sostentamento relegandoli in un cantuccio della realtà socio-economica. Centinaia di fabbriche in tutti i settori produttivi funzionano di sabato con autorizzazione ufficiale e sono precluse ad ebrei osservanti della Torà, che divengono cosi oggetto di un tentativo di far loro perdere la pace dellanima e la fedeltà alle proprie convinzioni religiose; e altrettanto dicasi delle miniere, dei servizi di trasporto (treni, porti, linee di navigazione marittima, aeroporti, linee di navigazione aerea), dei servizi di comunicazione di massa (radio e televisione). Salvo rari casi di necessità vitale (nei quali sarebbe possibile trovare nellhalakhà un appiglio per una dispensa) le autorizzazioni a lavorare di sabato vengono rilasciate per motivi economici - ovverosia di lucro. Analogamente ai mestieri ebraici che il potere non-ebraico assegnava nel medioevo agli ebrei allontanandoli da altre fonti di sostentamento, si stanno istituendo nello Stato dIsraele dei mestieri per osservanti del sabato - commercio, professioni liberali, impiego in determinati servizi (non in tutti); in altri termini: si va creando un ghetto social-professionale per ebrei religiosi. È persino accaduto che un immigrato dallUnione Sovietica, elettrotecnico di professione, che per lunghi anni era riuscito con abnegazione a lavorare nel suo campo in quel paese e sotto quel regime, sia stato condannato nello Stato dIsraele alla disoccupazione per il suo rifiuto di profanare il sabato.
Dinanzi a tali fatti non possiamo esimerci dal chiedere che sia maggiore - se la dose di spudoratezza dei laici che si lamentano della costrizione religiosa nello Stato dIsraele, o la dose di bassezza e viltà dei dirigenti religiosi che continuano a partecipare a questo governo.
Attualmente lidea di portare la Torà al potere nello Stato è irreale, e perfino insensata. Non si tratta dei problema dello Stato dIsraele ma di quello della configurazione spirituale e culturale del popolo ebraico, e in ogni caso di un problema a scadenza secolare. Il compito prescritto attualmente allebraismo religioso non è restituire alla Torà la sua posizione di predominio in seno al popolo dIsraele, frantumatasi nel corso delle ultime generazioni, bensì restituirle - come primo stadio di un rinnovamento dellebraismo della Torà - la sua dignità, involatasi per il vergognoso atteggiamento dellebraismo religioso nello Stato dIsraele. Primo presupposto di ciò è la separazione della religione dallo Stato, o in altri termini: il salvataggio della medesima dallintegrazione in un ingranaggio amministrativo laico e dallasservimento al potere laico, e la sua trasformazione in fattore attivo autonomo. Frutto immediato della separazione sarà un netto miglioramento sul piano dellorganizzazione interna dellebraismo religioso e della regolamentazione dei suoi rapporti con lapparato governativo laico dello Stato.
Non è necessario oggi alcun ulteriore commento a ciò che si disse a suo tempo sulla condizione e sul rinvigorimento delle istituzioni religiose dopo la separazione di religione e Stato. Oggi quelle cose sembrano persino più imposte dalla logica e dalla realtà che non quindici anni fa.
Sul problema dei diritto matrimoniale, presentato oggi come il problema centrale dei rapporti fra religione e Stato, si erano scritte già dodici anni or sono cose che risultano addirittura più valide adesso che non allora: 1) che la consacrazione nuziale secondo il precetto di Mosè e Israele8, quando sia un obbligo imposto dal potere laico a coppie di ebrei che la disdegnano, non solo perde il suo significato di santità ma si profana e svilisce trasformandosi per gran parte della società israeliana in una farsa, e con essa si svilisce la religione dIsraele; 2) che lattuale legge sui matrimoni e divorzi, che tale obbligo contempla, lungi dal salvaguardare la purità famigliare in Israele si trasforma in legge per lincremento dei mamzerìm9, imposta comè ad ebrei che non accettano il severo divieto religioso di commettere adulterio: essa rende una donna coniugata suo malgrado in senso halachico, cioè suscettibile di mettere al mondo dei figli mamzerìm; 3) che listituzione del matrimonio civile di Stato per le coppie che rifiutano la cerimonia di consacrazione nuziale secondo il precetto di Mosé e Israele ridurrà al minimo il sospetto di mamzerùt, in quanto la semplice registrazione di matrimonio presso un ufficio pubblico non avrà valore balachico: la donna resterà nubile - e la trasgressione del divieto di rapporto sessuale con una nubile non implica mamzerùt.
Argomento affine a quello di cui sopra è la questione chi è ebreo? questione che poteva sorgere solo sulla base dellinserimento della religione nella sfera di competenza di uno Stato laico. Siamo stati testimoni di come interessi di potere-e-coalizione effimeri e transetinti portino ora a un tentativo di sradicare laccezione storico-tradizionale dei concetto di appartenenza al popolo ebraico, ora a una neutralizzazione del medesimo, vale a dire: di come la religione diventi carta da gioco di interessi politici. Se non per lasservimento della religione a unautorità statale laica il problema non sussisterebbe: se la laicità-di-fatto dello Stato dIsraele fosse stata riconosciuta anche sul piano formale e legale, il problema non si sarebbe affatto presentato, dal momento che uno Stato laico non decide dellebraicità o non-ebraicità dei suoi cittadini, non riconoscendo altro che cittadini e non-cittadini, e il concetto di ebreo sarebbe rimasto ancorato alla sua denotazione storico- tradizionale.
Oggi, quindici anni dopo, è giunta lora di sottoporre lo slogan dellunità nazionale a unanalisi di fondo senza farne una vacca sacra, e di discutere del rischio di una scissione nazionale preconizzato dai religiosi e ribadito anche dai laici, i quali appunto per timore di essa condannano la separazione di religione e Stato. In tutta la storia umana, nelle vicende di ogni nazione, di ogni società e cultura, non vi è alcunché di valido (nella totalità dei sensi in cui il concetto è adoperato) che sia stato conseguito in grazia dellunità nazionale: ciò che è valido è stato conseguito sempre e solo mediante scismi e lotte intestine sfocianti addirittura in sanguinose guerre civili. Lunità nazionale non sussiste che sullo sfondo del comune obiettivo di razziare e far pingue bottino; i valori reali - allopposto di quello fascista dello Stato in sé - dividono la nazione. La più grande figura della storia inglese è Oliver Cromwell, di quella americana Abraham Lincoln; entrambi uomini di guerre civili. La storia dei popolo ebraico è disseminata di lotte intestine e di scismi proprio a sfondo religioso; per la religione parti del popolo si distaccarono, o furono espulse. Anche oggi, a quanto pare, dovremo risolvere il dilemma: cosè da preferirsi, un contenuto di valore o una struttura di potere?
Dietro la cortina fumogena di una pseudo-ebraicità dello Stato dIsraele si verifica un processo di eliminazione della fisionomia storica del popolo ebraico, ossia di trasformazione di questultimo in un altro popolo: a definire un membro del quale non sarà più lebraicità ma la carta didentità vidimata da un funzionario del Ministero degli Interni dello Stato dIsraele. Non essendovi un copyright sulluso della denominazione di ebreo, può darsi che anche questo popolo si chiamerà ebraico (benché sia tutto sommato probabile che preferisca chiamarsi israeliano o ivrì10). Ma è comunque chiaro che esso non sarà la prosecuzione del popolo ebraico storico, così come lodierno popolo greco non è la prosecuzione del popolo greco dellantichità. Dal momento che parte degli ebrei (una minoranza) seguiteranno a perpetuare la continuità storica, può darsi che giungeremo nostro malgrado a una scissione in due popoli, distinti non solo per non contrarre fra loro vincolo matrimoniale.
Fra i sintomi dellapprossimarsi della scissione è londata di odio per lebraismo e per la collettività degli osservanti della Torà, in continua ascesa fra i gruppi laici, odio emotivo più che razionale, e quindi profondissimo. Esso è diffuso da un lato fra i giovani che hanno ricevuto uneducazione laico-nazionalistica, dallaltro in seno allintellighenzia e fra gli universitari. Lostinazione dellebraismo religioso nel sopravvivere irrita i laici, perché dintralcio allelaborazione della nazione israeliana non-ebraica; al che si aggiunge talvolta - inconsciamente - il fattore psicologico della colpa rinfacciata. Lira sfociante in odio viene espressa pubblicamente, in pubblici dibattiti, alla Kenèset e sui giornali, e finanche in testi e motivazioni di sentenze di tribunali israeliani. Fra quanto dinaccettabile viene sostenuto nellambito di tale controversia, è la tesi in nome del progresso, delletica, dellumanesimo e dei diritti delluomo calpestati dallhalakhà arcaica, barbara e schiavizzante. La menzogna - consapevole o inconscia - insita in essa risulta evidente quando a enunciarla sono i fautori della nazione e dello Stato quali valori posti al di sopra delluomo. Letica e lumanesimo consistono solo nel considerare come valore supremo lindividuo umano, riconoscendogli il diritto di essere padrone di sé, della propria vita e dei propri atti - nella misura in cui egli non viola questi stessi diritti del prossimo. Chi sostiene che unentità trascendente, la nazione o lo Stato, abbia diritto di costringere luomo a prestare servizio militare e a farsi uccidere in suo nome, come osa parlare per conto delletica e dellumanesimo? Quanta falsità - quanta frode o quanto auto-inganno - vi è nella riprovazione morale per lhalakhà che in ambito matrimoniale pone dei limiti alla libertà individuale, quando vi si associa un riconoscimento del diritto dello Stato di chiamare quello stesso individuo alle armi in guerra, di renderne vedova la moglie e orfani i figli! Nella sfera socio-politica un uomo non può essere persona morale e umanista che se anarchico, pacifista e cosmopolita. Un partigiano della nazione e della patria non è persona morale e non è un umanista, in quanto subordina luomo - luomo concreto - a unautorità astratta. In ciò egli è simile a chi subordina luomo alla religione, ma mentre il religioso vincola e riduce la libertà e i diritti delluomo col riconoscerne lobbligo verso la Torà, il partigiano della nazione e della patria ne riconosce lobbligo verso i valori fascisti di sovranità e potere.
Per quanto concerne poi lopposizione ai divieti matrimoniali della Torà (sospetto di donna già coniugata, donna il cui coniuge è scomparso senza aver sciolto il vincolo nuziale, divorziata per un cohèn, donna soggetta allobbligo dei levirato11, mamzerìm), va osservato, che ad essa si associa in genere un riconoscimento di altri divieti matrimoniali - chissà perché di quelli accettati anche nel mondo non-ebraico, come nozze tra fratello e sorella, nozze con donna coniugata, poligamia e simili, benché anchessi rappresentino una riduzione della libertà individuale nella sfera della vita più intima, senzalcuna motivazione razionale o etica. Il che significa che ciò che è accettato dai non-ebrei si confà anche allo Stato dIsraele, e che inopportuno è solo ciò che ha suo esclusivo fondamento nellebraismo.
È assai dubbio se sia dato preservare a lungo lunità di una nazione scissa sotto tutti questi aspetti.
Nondimeno, il cammino della storia in una certa direzione non è imposto dalla realtà, e superfluo dire che non è imposto dalla logica: a determinarlo sono in ogni epoca le decisioni e le risoluzioni degli uomini. Noi non sappiamo quindi se in futuro tale scissione sarà davvero il nostro inevitabile destino. Nostro compito attuale è occuparci del presente - dei problemi della nostra generazione - e sforzarci di aprire uno spiraglio ad altre possibilità, a noi più grate. La separazione della religione dallo Stato comporterà sia la creazione di una più salubre atmosfera, sia una preparazione dei terreno in vista di siffatte possibilità.
C) Postilla (1975)
A quanto pare fra tutte le questioni connesse con la separazione di religione e Stato il problema dellistituzione del matrimonio civile e ovviamente anche di un divorzio civile riconosciuto dalla legislazione statale è quello che più agita le cerchie religiose. A parte il timore di un incremento dei casi di mamzerùt e di nozze religiosamente interdette in seguito a una regolamentazione legale laica dei rapporti coniugali, cè chi considera limposizione dellosservanza delle mitzvòt agli ebrei un dovere religioso, sia dal punto di vista halakhico, sia da quello della convinzione che gli ebrei siano tutti garanti gli uni per gli altri12 . È necessario quindi fornire ulteriori delucidazioni in merito alla posizione qui assunta.
Lhalakhà non riconosce che matrimoni sulla base di una consacrazione nuziale secondo il precetto di Mosè e Israele; listituto del matrimonio civile è sconosciuto. Nella letteratura dellhalakhà viene discussa la questione della rilevanza halakhica di una stabile vita coniugale senza consacrazione nuziale, e della rilevanza di una registrazione di matrimonio fra ebrei presso degli uffici pubblici, ai sensi delle leggi matrimoniali laiche dei paesi non-ebraici. I pareri dei giureconsulti halachici sono a questo proposito discordi: alcuni - a quanto sembra la maggioranza - non considerano quelli di cui sopra dei matrimoni in senso ebraico, altri più rigorosi temono che tutto ciò comporti almeno un dubbio di consacrazione nuziale, tale da rendere necessario il divorzio13. Tali discussioni si svolgevano tutte sulla base di una realtà in cui la consacrazione nuziale (secondo lhalakhà) costituiva presso ogni gruppo ebraico il diffuso e concordato modello accettato dalla stragrande maggioranza dei suoi membri, sicché vera modo di far valere per una coppia convivente coniugalmente senza consacrazione nuziale la presunzione dei proposito di essere coniugata nel senso ebraico del termine. Nellhalakhà non è mai stato discusso il problema di uno Stato ebraico che riconoscesse una forma legale di matrimonio senza consacrazione nuziale, e quello di un vasto settore di coppie di ebrei che esplicitamente rifiutassero di sottostare alla mitzvà della consacrazione nuziale a fini matrimoniali. La logica impone che in simili casi non si possa assolutamente attribuire a tale vita coniugale un significato matrimoniale nellaccezione religiosa. È probabile che per lhalakhà tale matrimonio civile non sia affatto un matrimonio, ma solo un suggello legale apposto da unautorità laica a un rapporto sessuale con una donna nubile, e una regolamentazione dei rapporti legali intercorrenti fra i membri della coppia. Il che è privo di significato sul piano religioso, dal momento che un bambino nato da rapporto sessuale con una donna nubile non è mamzèr. La profanazione del sabato è qualcosa dinfinitamente più grave del divieto di rapporto sessuale con una nubile, e ciò malgrado lebraismo religioso ufficiale non sastiene dal partecipare a un governo che rilascia autorizzazioni a lavorare di sabato a porti, aeroporti, mezzi di trasporto motorizzati in quasi tutto il territorio nazionale, e a più di quattrocento aziende industriali nel paese: che ne è qui di quellessere garanti di cui si discorre?
La legge sui matrimoni e divorzi emanata nello Stato dIsraele dallautorità laica sotto mentite spoglie religiose è una legge per lincremento dei mamzerìm, e rappresenta una grave violazione dei divieto di porre ostacoli dinanzi al cieco14. Grandissima parte dellodierno popolo ebraico, nello Stato dIsraele e nella diaspora, non riconosce la validità del non commettere adulterio e non considera affatto riprovevole né ladulterio stesso, né la licenziosità, né il libertinaggio, in quanto tutti i divieti sessuali sono divieti religiosi, privi di fondamento etico o sociale, e non vengono quindi accettati da uomini che si siano ribellati al giogo della Torà e delle mitzvòt. Ne consegue che imponendo ad una collettività laica il matrimonio secondo la Torà in cui la donna diviene consacrata al proprio marito sinducono grandi masse dindividui a trasgredire il divieto di fornicazione con una donna coniugata comportante la pena del karèt15, e si causa la nascita di mamzerìm. Le quali spaventose aberrazioni sono invece tutte evitate se i laici si sposano secondo un rito civile che non ha validità di consacrazione nuziale (matrimonio religioso), e in virtù del quale la donna non diviene consacrata secondo la Torà al proprio marito, ma rimane una nubile con cui è stato compiuto latto sessuale.
Per quanto concerne poi limposizione delle mitzvòt, come dimenticare il fatto decisivo che nellhalakhà si parla di costrizione esercitata dalla Torà ed in nome dellautorità e del potere da essa derivanti, laddove qui nello Stato dIsraele la costrizione è esercitata da un governo laico e deriva dal potere e dallautorità di tale governo, che non riconosce lautorità della Torà! Nulla profana il nome di Dio e svilisce la Torà quanto il fatto che la consacrazione nuziale secondo la Torà sia imposta da un governo che non riconosce la Torà e i cui esponenti trasgrediscono pubblicamente i divieti comportanti la pena del carèt contemplati dalle norme sessuali della Torà (donna nel periodo mestruale, adulterio ecc.). È qui chiaro a chiunque che la legge sui matrimoni e divorzi presentata come religiosa lungi dallessere tale è una legge imposta alla collettività nazionale per interessi di potere-e-coalizione. La cerimonia di consacrazione nuziale secondo la Torà si trasforma quindi, imposta comè a tale collettività, in una beffa derisoria, e con essa si svilisce la religione dIsraele nel suo complesso.
1) Mishnà, Avòt 3, 2.
2) Allusione alla denominazione assunta dal più grande partito religioso israeliano, il Mafdàl: Partito Nazional-religioso (Miflagà datìt leumìt).
3) Oggi, dopo la morte di Ben Gurion, è lecito citare le sue parole in una conversazione a quattrocchi con me (negli anni 50): lei chiede la separazione di religione e Stato affinché la religione torni ad essere un fattore autonomo con cui il potere politico debba poi misurarsi. Io rifiuto questa separazione: io voglio che lo Stato tenga la religione in pugno [n. d. A.].
4) Miflèghet poalè Erez Israèl (Mapài): Partito operaio israeliano; in italiano tale Partito riceve abitualmente la denominazione di laburista.
5) Il Parlamento israeliano.
6) Questo noto detto talmudico (Mishnà, Berachòt 5,5) è qui adoperato in senso lato, come principio di corresponsabilità di chi esegue unazione nellinteresse e per conto di altri.
7) Izèbel è la celebre regina idolatra moglie di Achàb, contro la quale il profeta Elia lottò incessantemente (cfr. ad es. II Re, 19, 1-2).
8) Traduciamo così lespressione ebraica kiddushìn kedàt Moshè veisraèl.
9) Il mamzèr è il nato da unioni considerate dalla Legge ebraica adulterine o incestuose, a cui è proibito contrarre matrimonio con ebrei di nascita legittima; il termine mamzerùt, che compare poche righe appresso, indica ovviamente la condizione dei mamzèr.
10) Ivrì (lett. ebreo o ebraico) è antica denominazione usata dalla Bibbia, oggi quasi completamente sostituita da yehudì (lett. giudeo o giudaico, ma che abbiamo sempre tradotto appunto con ebreo ed ebraico, secondo luso corrente). il ritorno a tale denominazione implicherebbe pertanto un rifiuto della storia ebraica nei suoi concreti sviluppi (e soprattutto nelle sue manifestazíoni diasporiche), e la rivalutazione di unarcaica identità ebraica pre-giudaica, ossia di stampo prettamente nazionale e non soggetta alle influenze dellebraismo talmudico e rabbinico.
11) Nel secondo dei casi sopra citati la donna non può risposarsi perché non si ha alcuna prova che il coniuge scomparso sia morto; nel terzo il divieto riguarda esclusivamente, come sottolinea lautore, un uomo di stirpe sacerdotale (kohèn); nel quarto si allude allantica usanza ebraica dei Levirato (yibbùm): se un uomo muore senza prole, suo fratello deve sposarne la vedova, obbligo cui ci si sottrae mediante una particolare cerimonia detta di scalzamento (chalizà); senza tale cerimonia la vedova non può contrarre matrimonio con altri.
12) Cfr. Talmùd babilonese, Shevuòt 39a.
13) Nel caso che gli interessati vogliamo in seguito sposarsi con altre persone secondo il precetto di Mosè e Israele.
14) Levitico 19, 14. Il divieto è interpretato dalla tradizione ebraica in senso lato, cioè come proibizione di creare situazioni nelle quali qualcuno possa essere più o meno inavvertitamente indotto a trasgredire le norme della Torà.
15) V. n. 19 allarticolo Precetti pratici.
Tratto da Ebraismo, popolo ebraico e stato dIsraele, a cura di Ariel Rathaus, Carucci Editore DAC, 1980 (esaurito). Trasposizione elettronica a cura di Morashà 2003
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