Pirkè Avòt
Introduzione

Pirké Avòt, Massékhet Avòt, o più semplicemente Avòt è denominato un trattato della Mishnà, inserito nel quarto ordine Nezikìn (danni) relativo al diritto civile e penale rabbinico(1). Esso tuttavia si distingue fra i 63 trattati della Mishnà in quanto, mentre quest’opera si presenta di fatto come un corpus giuridico contenente una normativa da codificare e da seguire (halakhà), il trattato Avòt ha un carattere quasi esclusivamente etico filosofico (aggadà). Redatto, al pari del resto dell’opera, da R. Yehudà Hanassì (il Principe, capo del Sinedrio a Tzipporì in Éretz Israel) a cavallo fra il II e il III secolo E. V. al culmine di una fase di trasmissione orale difficilmente misurabile. Il trattato consta di una serie di massime morali, alcune delle quali sembrano rivolte in particolar modo ai giudici nella conduzione dei processi e ciò spiegherebbe la sua collocazione nell’ordine Nezikìn(2).

In ogni caso le massime, veri e propri epigrammi che si imprimono nella mente per la loro sinteticità, si ispirano a motivi di etica pratica, che inseriscono il trattato a pieno titolo nell’antica letteratura sapienziale ebraica, che ha i suoi capisaldi nei libri biblici dei Proverbi (Mishlè), di Giobbe (Iyòv), del Kohèlet e in alcuni Salmi (Tehillìm), di cui di fatto Avòt si presenta come una continuazione, ispirandosi ad essi. Contrariamente allo stile della Mishnà, che per lo più evita il ricorso a citazioni, il trattato Avòt fa frequenti rimandi ai testi biblici, e anche in questo senso è più prossimo allo schema del Midràsh(3).

I temi trattati toccano gli aspetti fondamentali del pensiero rabbinico classico: il compito principale del Maestro è procurarsi molti discepoli, i pilastri della società sono il servizio di Dio e lo studio della Torà. Si sottolinea l’importanza della giustizia, che va amministrata secondo criteri etici da parte dei preposti, e delle doti morali in genere. Il duro lavoro deve essere preferito alla ricerca degli onori e alla consuetudine con le cariche pubbliche. I Pirké Avòt costituiscono di fatto un vero e proprio compendio di disciplina etico-religiosa, tanto che nel Talmùd si afferma, a nome di Ravà, "chi vuol essere pio metta in pratica gli insegnamenti di Avòt" (BK 30a)(4).

Almeno nei primi quattro capitoli dei sei che formano l’attuale raccolta, le massime sono per lo più attribuite a Maestri il cui nome viene riportato in capo a ciascuna.

Nei primi due capitoli le massime sono addirittura ordinate cronologicamente nel rispetto di una catena della tradizione orale che, dopo aver affermato la derivazione di quest’ultima dalla Rivelazione sul Monte Sinai al pari della Torà scritta, elenca le varie generazioni di Maestri a partire dagli Uomini della Grande Assemblea (V sec. a. E. V; il primo nome menzionato è quello di R. Shim’òn il Giusto, III sec. a. E. V.) fino allo stesso R. Yehudà Hanassì. Nel terzo capitolo si riportano invece massime attribuite alla scuola di Rabbàn Yochanàn ben Zakkày (fine I sec. E. V.)(5).

Se R. Yehudà Hanassì —è stato acutamente osservato— simboleggia in un certo modo l’autorità costituita, R. Yochanàn sembra rappresentare invece la Scuola, che avrebbe garantito la continuità dell’Ebraismo nella seconda Diaspora(6): si pensi alla sua rocambolesca fuga da Yerushalàim assediata dai Romani, dentro una cassa da morto, che lo portò ad ottenere da Vespasiano in persona il permesso di aprire una yeshivà a Yavne(7).

Abbiamo in tutto una sessantina di nomi, introdotti per lo più a coppie (il Presidente, Nassì e il Vicepresidente, Av Bet Din del Sinedrio; Chag. 15b), a ciascuno dei quali viene attribuita un’affermazione, o una serie di affermazioni, in genere tripartite: si tende a vedere in questi insegnamenti una sorta di epitome del pensiero di ogni Maestro. In taluni casi è da sottolineare, data la posizione di chi li ha pronunciati, l’importanza che i detti dovevano rivestire originariamente sul piano politico. È all’interno degli stessi Pirké Avòt che troviamo enunciato, con tanto di base biblica, il principio della fedele denominazione ("Donde s’impara che chi riferisce un insegnamento con il nome di chi per primo l’ha detto, porta la redenzione nel mondo? Dal verso che dice: "E disse Estèr al re a nome di Mordekhày"" (6, 6; cfr. Est. 2). Non c’è dubbio che esso vuol sottolineare come nell’Ebraismo Rabbinico il concetto di aristocrazia basato sull’eredità del sangue abbia lasciato il posto ad un altro, ben più elevato concetto di famiglia spirituale, impostata sul rapporto maestro-discepolo.

Al puntiglio nel riportare i nomi, fa infatti riscontro la completa assenza di riferimenti biografici: le personalità indicate non assumono importanza di per sé in quanto singoli, ma in quanto condividono lo sforzo comune di farsi interpreti della Tradizione, sia pur esprimendo talvolta punti di vista differenti(8).

Se il sistema dell’attribuzione prosegue nel quarto capitolo, nel quinto si manifesta un genere diverso di ordine: le massime sono per lo più anonime, ma accomunate da un riferimento numerico (10, 7, 4) che non fa che ampliare la tripartizione già notata nei capitoli precedenti. È difficile dire che cosa abbia spinto il redattore ad inserire tali massime. Aldilà del loro carattere mnemonico, non è escluso che in esse si voglia affermare il concetto generale della presenza di un preciso ordine cosmico nelle cose, a riprova dell’esistenza di un Creatore Divino e di una Provvidenza nel mondo(9).

Il sesto capitolo, detto anche Mishnàt R. Meìr o Pérek Kinyàn Torà, (capitolo sull’acquisizione della Torà)(10), contenente affermazioni di lode allo studio della Torà, si trova anche nel trattato post-talmudico Kallà Rabbatì (8) e nel Séder Eliàhu Zuta (17) ed è una baraytà (insegnamento rabbinico originariamente non accolto nella Mishnà) entrata nella raccolta posteriormente, per completare le sei porzioni da leggersi nei sei Sabati fra Pésach e Shavu’òt, allorché si affermò tale uso, pare già intorno all’VIII sec. d.E.V. in Babilonia(11). Diverse sono le giustificazioni date per tale usanza tuttora largamente seguita (alcuni usano estendere la lettura fino a Rosh Hashanà): è stato osservato che "nessuna altra opera completa di alcun genere, neppure il libro dei Tehillim, ha avuto il merito di entrare nel Siddùr Tefillà"(12).

La più comune spiegazione è che i Pirké Avòt offrono un efficace strumento di preparazione etico-spirituale nel periodo dell’’òmer in vista di Shavu’òt, la festa della promulgazione della Torà. Se la Torà è tutta chésed, misericordia (Prov. 31, 26), quale migliore guida al chésed del trattato Avòt? Ma si danno anche altre interpretazioni. Il Talmùd racconta che nel periodo dell’’Òmer una pestilenza colpì a morte 24.000 discepoli di R. ’Akivà per non essersi comportati correttamente gli uni con gli altri (Yev. 62a): ed è appunto ciò che i Pirké Avòt si propongono di insegnare.

Infine, già il commento Me’àm Lò’ez affermava che la lettura dei Pirké Avòt durante i lunghi shabbatòt estivi ha la forza di contrastare la tendenza alla pigrizia e al divertimento frivolo che caratterizza particolarmente la stagione calda(13). L’uso è di far precedere la lettura di ogni capitolo da Sanh. 1,10 e seguire dall’ultimo paragrafo del trattato Makkòt. Tali appendici sono state spiegate in vari modi. Non è escluso che si sia voluto ribadire in sede di studio dei Pirké Avòt i principi fondamentali dell’elezione di Israele e del dono della Torà come fonte di meriti in opposizione alla dottrina cristiana del verus Israel e dell’abolizione della Legge in quanto presunta causa di peccati.

Perché si chiamano Pirké Avòt? Se la parola massékhet, comune a tutti i trattati della Mishnà (lett. "telaio per tessuti"; cfr. Giud. 16. 13-14) allude all’ordito di tradizioni orali che sottendono la versione posta per iscritto e se il termine pérek sembra riferirsi piuttosto alla seduta accademica e quindi alla lezione che non al capitolo come comunemente lo si traduce(14), sul termine avòt (lett. padri) vi sono due gruppi di interpretazioni differenti.

Il primo gruppo lo considera epiteto di persona, nella fattispecie i Maestri, chiamati padri (spirituali), in quanto con i loro insegnamenti fanno acquistare ai propri figli (spirituali, cioè i discepoli) la vita del mondo futuro, così come il padre carnale dà alla sua prole la vita di questo mondo; ovvero nel senso di padri fondatori, che hanno stabilito per le generazioni successive i principi dell’Ebraismo (è quanto afferma Rashì al termine del suo commento ad Avòt "…per insegnarci come le loro azioni erano giuste e trattenevano dal male i loro contemporanei e li indirizzavano sulla retta via. Altrettanto è opportuno che si comporti ogni sapiente (chakhàm) nei confronti della propria generazione"). Sulla stessa linea, nel secolo scorso era S.R. Hirsch che così commentava il primo paragrafo: "Molto propriamente in questi passi si allude ai Saggi della nostra Legge come padri perché con questi detti essi davvero agiscono nei nostri confronti in qualità di padri fornendoci con la loro sapienza la guida etica di cui abbiamo bisogno per raggiungere lo stato di perfezione che D. ci comanda". Nella Mishnà ’Eduyòt 1, 4 i Maestri stessi sono chiamati Avòt ha’olàm, padri del mondo, o forse piuttosto padri eterni(15). Ma è anche possibile che il termine alluda ai "giudici" destinatari primi del messaggio del trattato: si veda Gen. 45, 8(16). Il secondo gruppo lo considera alla stessa stregua di espressioni come avòt melakhòt (azioni capitali, proibite di Shabbàt, Shab. 7, 2), avòt nezikìn (danni capitali; BK 1, 1) o avòt hatum’òt (impurità capitali, Toh. 1, 5 Kel. 1, 1) e avrebbe il significato astratto di principi fondamentali(17).

Il trattato Avòt non ha estensione né nel Talmùd Babilonese, né in quello Palestinese. Tuttavia uno dei cosiddetti trattati minori extra-canonici del Talmùd Babilonese, generalmente stampato in calce all’ordine Nezikìn, intitolato Avòt Derabbì Natàn(18), costituisce di fatto un commento talmudico ai Pirké Avòt. Più precisamente si deve trattare del commento ad una recensione di Avòt più antica di quella che R. Yehudà Hanassì avrebbe introdotto nell’edizione definitiva della Mishnà e attribuita a R. Natàn, da cui il nome. Essa ci presenta pertanto in molti casi una lezione delle massime anteriore rispetto alla versione "ufficiale" e può servire a rendere intelligibili eventuali difficoltà testuali riscontrabili in quest’ultima. Anche a noi capiterà di fare ricorso, talvolta, agli Avòt Derabbì Natàn. Essi ci sono pervenuti in due distinte lezioni: l’una, pubblicata nelle edizioni talmudiche fin dal 1550, in 41 capitoli (ARN-A); l’altra, costituita da 48 capitoli, pubblicata per la prima volta da S. Schechter nel 1887 (2a ed. 1945; ARN-B). Pur essendo sostanzialmente simili, le due versioni si differenziano nell’accentuazione data a determinati passi rispetto ad altri. Non vi sono elementi obiettivi per una datazione sicura degli ARN: riscontri interni farebbero pensare ad un’epoca forse addirittura anteriore alla redazione del Talmùd(19).

L’editio princeps dei Pirké Avòt uscì a Napoli nel 1492; le successive a Venezia nel 1566 e 1579. Per il suo contenuto aggadico, fu il trattato mishnico più conosciuto anche fuori del mondo ebraico. Conobbe relativamente presto una traduzione latina (1541) e successivamente in tutte le lingue moderne. Le prime versioni italiane a stampa risalgono al XVII secolo. Negli ultimi decenni, dopo la traduzione di Castiglioni-Schreiber, come parte dell’intera versione della Mishnà (Trieste 1927), sono da segnalare le traduzioni di A. A. Piattelli (Roma 1968), Y. Colombo (Assisi 1977), G. Busi (nella versione italiana del volume di F. Manns, Leggere la Misłnah, Brescia 1987, p. 179 sgg.) ed infine la recentissima pubblicazione curata da S. Bekhòr della Comunità Sefardita Orientale di Milano (1995).

Fra i numerosissimi commenti classici dei Pirké Avòt in ebraico citeremo quelli di Rashì, Maimonide (che accompagnava l’editio princeps e quella del 1566; preceduto dall’importante introduzione filosofica intitolata Shemonà Perakìm, "Gli otto capitoli", Bologna 1526)(20), ’Ovadià da Bertinoro, R. Yonà, R. ’Ovadià Sforno (pubblicato nel Machazòr di Bologna del 1540), I. Abravanèl (1566), il Midràsh Shemuèl di R. Shemuèl de Uçeda (Venezia 1579), il Avòt ’Olàm di R. Binyamìn Hakohèn Vitale di Reggio (Venezia 1719), il Maghèn Avòt di R. S. b. Z. Duran (Livorno 1762), lo Ya’avètz. Il Chidà (acronimo di Chayìm Yosèf David Azulày) di Livorno dedicò ai Pirké Avòt quattro opere(21).

In questa tradizione che ha avuto in Italia dei momenti salienti, si inserisce l’opera di due autori che stiamo per affrontare: il già citato commento Avòt ’Olàm di R. Binyamìn Hakohèn Vitale ed un supercommento al medesimo opera inedita di R. David Zekharyà Shabbetày Segre di Vercelli intitolata Maghèn Avòt sul quale finiremo per concentrare la nostra attenzione. Cominceremo introducendo brevemente l’autore dell’Avòt ’Olàm.

1) La bibliografia sulla Mishnà è assai ampia. A titolo indicativo si vedano le introduzioni di Ch. ALBECK, Mavò Lamishnà (in ebr. ) Gerusalemme 1959, la prima parte di H. L. STRACK, Einleitung in Talmud und Midrasch, 1921 (trad. ingl. Filadelfia 1931) ed il recentissimo The literature of the Sages, in "Compendia Rerum Iudaicarum... " Assen 1987, I, p. 311 sgg. Fra i commenti moderni in ebraico ai Pirké Avòt si segnalano particolarmente quelli che corredano le edizioni integrali della Mishnà a cura di Ch. ALBECK (Gerusalemme 1952-59) e di P. KEHATI (Gerusalemme 1976), nonché l’edizione di B. Z. DI-NUR, Massekhet Avòt, Gerusalemme 1972. Si vedano inoltre i commenti dal classico Ch. TAYLOR Sayings of the Jewish Fathers con Appendix..., Cambridge 1897, J. ISRAELSTAM, Avòt, nella versione inglese del Talmùd Babilonese a cura di I. EPSTEIN, Londra, Soncino Press 1988, al moderno A. DAVIES (New York 1979), nonché L. FINKELSTEIN, Mavò Lemassekhtòt Avòt Veavòt Derabbì Natàn (in ebr. con un breve riassunto in ingl., New York 1950); Introductory Study to the Pirké Avòt in J. B. L 57 (1938), p. 13-50 ed il breve saggio di M. B. LERNER, "The tractate Avòt" in The literature of the Sages... I, p. 263 sgg. Il trattato è chiamato anche Avòt Derabbì Akivà, per distinguerlo dagli Avòt Derabbì Natàn su cui si veda in seguito. Il nome Avòt ricorre già nel Talmùd Babilonese B.K. 30a, vedi oltre. Il nome Pirké Avòt sembra attestato per la prima volta nel Commento attribuito a Rashì e poi nel Pugio Fidei (libello antiebraico!) di Raimondo Martini (1278).

2) "E quando ha completato di esporre ciò di cui necessita il giudice, (il compilatore della Mishnà) comincia il trattato Avòt, e ciò per due ragioni: per sostenere che l’accordo fra i giudici e la Tradizione è cosa vera e giusta, e perciò è opportuno tenere in debita considerazione il sapiente al quale è pervenuta la Tradizione… In secondo luogo, per rammentarci le virtù di ciascun sapiente fra i sapienti, affinché noi ne traiamo insegnamento, cosa di cui nessuno ha tanta necessità al pari dei giudici…" (Maimonide, Introduzione al Commento alla Mishnà).
3) Nei capitoli 1-5 sono citati 29 versetti in 13 paragrafi. Per la filiazione diretta fra Avòt e Prov. cfr. 4, 14 in rapporto a Prov. 3, 5 e 4, 19 in rapporto a Prov. 24, 17-18. Molte massime mostrano un notevole sviluppo rispetto ai passi biblici. Altre fonti sono citate espressamente in ARN.

4) In questa fonte la menzione di Avòt accanto a Nezikìn e Berakhòt potrebbe alludere ai tre pilastri del mondo secondo R. Shim’on il Giusto (cfr. Avòt 1, 3; DI-NUR, op. cit. p. 16). "… e non vi è presso di noi virtù più grande della pietà, come hanno affermato che la pietà porta al rùach hakòdesh (‘A. Z. 20b) ed è chiaro dalle loro parole che la condotta secondo i dettami di questa massekhet porta alla profezia" (Maimonide, Shemonà Perakìm).

5) Quasi tutti i Maestri Tannaiti sono menzionati in Avòt e certamente ve ne troviamo il più vasto numero in un solo trattato. Per un elenco completo vedasi STRACK, Introduction…, p. 53-54. Secondo FINKELSTEIN il primo capitolo raggruppa i padri fondatori, dalla Kenèsset haghedolà (TRAVERS HERFORD, I Farisei, trad. it., Bari 1925, p. 10 sgg. ) fino a Hillel e Shammày, il secondo si concentra su R. Yochanan b. Zakkày e i suoi discepoli, il terzo su cinque Maestri shammaiti prima della Distruzione del Tempio, il quarto sul Pardès (i quattro Maestri che affrontarono i temi esoterici cfr. Chag. 14 sgg) ed il quinto contiene anonimi numerici, secondo l’ordine cronologico biblico dalla Creazione del Mondo al Santuario. I Pirké Avòt sarebbero stati composti per abituare i discepoli a studiare la Mishnà, fornendo una giustificazione storica ed etico-religiosa nello stesso tempo e dovettero essere inseriti al termine dell’ordine Nezikìn perché nell’ordinamento precedente alla distruzione del Santuario Kodashìm e Tohoròt sarebbero stati i primi due ordini della Mishnà e Nezikìn l’ultimo. DI-NUR aggiunge che il trattato Avòt è stato inserito al termine della Mishnà originaria come una sorta di post-fazione "a fortificazione delle parole dei Maestri" (cfr. R. H. 19a): per dimostrare cioè che tutte le controversie legali ivi registrate hanno un denominatore spirituale comune che le riconduce ad un’unità di fondo. Dopo la distruzione del Santuario Avòt fu mantenuto in quella posizione nonostante lo spostamento degli ordini perché comunque Kodashìm e Tohoròt non sarebbero stati altrettanto studiati, dopo la cessazione dei sacrifici. Certamente esiste nella raccolta la consapevolezza di uno sviluppo interno: 4,7 cita. 1,13.
6) Cfr. J. NEUSNER, Pirké Avòt, Torah from Our Sages, Dallas 1984, p. 6-7.

7) Sulla fuga di R. Yochanan dalla città si veda: ARN-A 4, 22-24; ARN-B 6, 19; Eykhà R 1, 5; Git. 56. C’è chi ne ha dato un’ interpretazione allegorica, per cui la bara (aròn) simboleggerebbe l’Arca (aròn hakòdesh) e R. Yochanàn stesso impersonerebbe la Torà, tratta in salvo dal nemico assediante e risorta a nuova vita allorché tutto sembrava perduto.

8) "Le une e le altre sono parole del D. vivente" (‘Er. 13b); "gli uni proibiscono e gli altri permettono. Uno potrebbe obiettare: come faccio a questo punto a studiare Torà? In base al verso "tutti sono stati dati da un solo Pastore"" (Ko. 12, 11; Chag. 3b). Insieme alla Torà furono messe a disposizione vie diverse per comprenderla, ciascuna delle quali veritiera di per sé. E anche se i Maestri poi stabiliscono la norma di comportamento in base ad una di esse rispetto alle altre, tale cernita non squalifica la veridicità di queste ultime, e pertanto vanno comunque studiate tutte (Ritbà).

9) Sui precedenti numerici nella Bibbia ebraica si veda Am. 1; Prov. 30; e inoltre Ben Sirà 25. Per DI-NUR il quinto capitolo è originariamente un’unità a sé stante, forse più tarda rispetto ai precedenti (op. cit. p. 16).

10) Il riferimento a R. Meir è in 6, 1; quello all’acquisizione della Torà in 6, 5-6. La datazione sembra senz’altro posteriore: la breve premessa sembra alludere al fatto che il capitolo potrebbe essere stato composto quando la leshòn ha-mishnà non era più in uso, forse in epoca talmudica, ma è difficile trarre conclusioni certe.

11) Resp. Sha’arè Teshuvà n. 220. Per FINKELSTEIN l’uso potrebbe essere nato in epoca ancora più antica per affermare il principio e la datazione farisaica della festa di Shavu’òt contro i Sadducei (The Pharisees, The sociological background of their faith, p. 115 ssg.; per un sunto sulla questione v. A. SOMEKH, Soferè Hammèlekh, Assisi 1988, p. 11, n. 2). Per LERNER potrebbe piuttosto riflettere un’analoga, ma assai più tarda polemica con i Caraiti. L’uso di leggere i Pirké Avòt il Sabato pomeriggio commemora secondo alcuni la morte di Moshè avvenuta di Sabato pomeriggio in base alla tradizione. Cfr.anche Séfer Hatoda’à, p.241-244 che tratta il tema per esteso.

12) J. H. HERTZ, Sayings of the Fathers, New York 1945, p. 8.

13) Opera di R. Itzchàk Magriso (Costantinopoli, XVIII sec. ).

14) Cfr. Ber. 6b; Kid. 31b, 71a; Pes. 100a.

15) Per l’espressione Avòt ’Olàm cfr. anche Yerus. Chag. 2, 2; Shek. 3, 1; ma la fonte prima è nel Ben Sirà, 44, 1, dove secondo M. Z. SEGAL (Ben Sirà Hashalèm, Gerusalemme 1959) il termine olàm ha già acquisito il significato più tardo di mondo (p. 303). Per l’espressione Avòt Rishonìm cfr. anche Tosef. Tevul Yom 1, 10; Mid. Shochar Tov, 1.

16) V. anche Giud. 17, 10; 2 Re 5, 13; Yerus. Ned. 5, 7.

17) "… Cose che sono principi fondamentali, fonti e radici di tutta la sapienza e dei precetti della Torà, nonché la via per ogni perfezione" (R. Menachèm Hameirì, Bet Habechirà, Introd. ad Avòt). Il punto debole della prima spiegazione è che secondo un’altra tradizione talmudica il titolo Avòt spetta soltanto ai tre Patriarchi (Ber. 16b, ma cfr. Dérekh Eretz Zutà, 1 che enumera sette Avòt); il limite della seconda consiste invece nel fatto che Avòt usato come termine astratto si presenta sempre al costrutto, accompagnato da un altro vocabolo di riferimento, mai da solo. Secondo alcuni, tuttavia, l’asserzione di Ber. 16b si riferisce solo all’ambito della tefillà, non ad altri contesti (Ritbà a Yev. 46b); secondo altri, il termine Avòt può essere attribuito ad altre personalità se accompagnato da un termine di riferimento, e nel nostro caso possiamo considerarlo come forma abbreviata dell’espressione avòt ha’olàm. (Entziklopèdia Talmudit, s.v. Avòt, I, p. 33-34).

18) È anche chiamato Tosseftà ’al Avòt, oppure Baraytà Deavòt. Recentemente è stata ristampata l’edizione degli ARN-A curata dai figli del Gaòn di Vilna (Shklow 5564-1804; Gerusalemme 5748-1988). Per una versione inglese rimandiamo a quella di E. CASHDAN nell’ambito della già citata edizione del Talmùd Babilonese, Londra, Soncino Press 1984. Una traduzione francese degli ARN è stata pubblicata a cura di E. SMILEVITCH, Leçons des Pères du Monde, ed. Verdier, Lagrasse 1983.
19) Secondo FINKELSTEIN Avòt Derabbì Natàn riporta una fase informale del linguaggio ebraico che dimostra l’esistenza di un ebraico colloquiale ancora ai tempi della Mishnà. Avòt è scritto in ebraico rabbinico (leshòn chakhamìm) ad esclusione di 1, 13, 2, 7 e 4, 5 che sono scritti in aramaico. Cfr. E. Z. MELAMMED in Leshonenu 20 (1956) p. 106-111; Sinai 50 (1962) p. 152-176.

20) Di tale introduzione esiste la traduzione italiana a cura di G. LARAS, Mosè Maimonide. Gli"otto capitoli", La dottrina etica, ed. Carucci, Assisi 1977.

21) Chasdè Avòt (Livorno1787), Zeroa’ Yamìn, Pétach ’Eynaìm (Livorno 1790) e Mar’it Ha’àyin (Livorno 1805; gli ultimi due sono commenti ai Midrashim del Talmùd). DI-NUR cita 22 commenti diversi al trattato Avòt, prodotti in epoche e luoghi differenti.

© Morashà

A cura di Rav Alberto Somekh,
con il commento Maghèn Avòt di Rav D.Z.S. Segre di Vercelli,
testo ebraico e traduzione a fronte

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