Meghillàt Estèr
Introduzione

Il libro di Estèr, nella Bibbia ebraica, è l’ultimo delle Cinque Meghillòt; l’ultimo perché i rotoli sono collocati nell’ordine con il quale vengono letti in Sinagoga nel corso dell’anno. Benché sia uno dei cinque, esso è universalmente noto coma la Meghillà, non perché sia il più importante, ma per la sua immensa popolarità, la solennità che si dà alla sua pubblica lettura e il fatto che è l’unico che è ancora generalmente letto da un rotolo di pergamena. Un tempo era cosa perfettamente normale per ogni casa ebraica possedere una Meghillà, e si dedicava molto tempo e abilità all’elaborazione di testi finemente decorati e di custodie artisticamente lavorate.

Estèr è, per la maggior parte degli Ebrei, il più conosciuto dei libri biblici. Molte circostanze hanno contribuito a ciò: la vicenda drammatica semplice e intensa ad un tempo, la vividità dei personaggi, la gioiosità della festa di Purìm in cui viene letto e soprattutto la perenne verità della sua morale. Hamàn è divenuto il prototipo dei persecutori d’Israele e la sua caduta è sempre stata in ogni tempo una speranza e un rifugio per il popolo ebraico oppresso. Il libro esemplifica, in modo conciso, ma efficace, l’eterno miracolo della sopravvivenza ebraica.

L’autore è sconosciuto. Anche nelle fonti ebraiche tradizionali si dibatte l’argomento. Per il Talmùd (Bava Batrà 15a) è stato scritto dagli Uomini della Grande Assemblea; per Rashì ed altri, sulla base di 9,20 e 32, da Mordekhài stesso. Si può affermare con certezza che l’autore dovette essere un ebreo Persiano, in quanto mostra una conoscenza assai approfondita della corte di Persia e adopera termini della lingua persiana, tanto che il libro di Estèr è considerato una fonte autorevole di informazione, tale da colmare molti vuoti rispetto ai racconti degli storici classici.

Tanto grande è la popolarità del libro presso gli Ebrei che, nonostante la chiarezza e la semplicità del racconto, un corpo assai vasto di amplificazione midrashica e di commenti è fiorito su di esso. Il Talmùd nel trattato "Meghillà" dedica molte pagine ad un’interpretazione haggadica assai elaborata della narrazione. I due Targumìm (versioni aramaiche) sono ben più che traduzioni letterali, ciascuno è una raccolta di Midrashìm a sé stanti. I Midrashìm su questo libro superano di gran lunga, per numero ed estensione, quelli relativi a qualsiasi altro libro della Bibbia.

Una caratteristica assolutamente particolare del libro di Estèr è la completa assenza del Nome di Dio e di qualsiasi esplicito riferimento alla Divina Provvidenza e all’Ebraismo. È opinione largamente condivisa che tale omissione deve essere stata intenzionale. L’affermazione di Mordekhài in 4,14 mostra peraltro una fede profonda nella Provvidenza Divina verso Israele, che pervade tutto il racconto, ma proprio in quel passo sembra che l’autore abbia di proposito voluto evitare la menzione del Nome di Dio.

La spiegazione più popolare, e forse anche la più antica, di questa peculiarità è data da Abrahàm Ibn Ezra. Egli ritiene che il libro si sa stato scritto originariamente da Mordekhài per essere inviato agli Ebrei di tutte le province e fu successivamente copiato dai Persiani e incorporato negli annali dei loro re. Per evitare che questi ultimi sostituissero al Nome Divino quello dei loro idoli, come in effetti fecero i Cutei con il racconto della Creazione del Mondo, egli lo omise del tutto, dando alla narrazione la parvenza di un racconto profano del pericolo di distruzione corso da una popolazione e della proclamazione di una festa a ricordo della liberazione e del trionfo. Dal momento che il libro in nostro possesso non è altro che una copia di quelle "lettere", anch’esso è rimasto senza menzione del Nome di Dio.

Queste vicende iniziali del libro spiegano anche molte differenze halakhiche fra esso ed altri libri della Bibbia. Il Talmùd (Meghillà 19a) osserva che il libro di Estèr è chiamato "libro" ed anche "lettera". È chiamato "libro" per insegnarci che se è cucito assieme con fili di lino è inadatto al rito (pasùl) come il séfer Torà, ed è chiamata "lettera" (igghéret) per indicare che, se anche lega i cordini (di origine animale) solo tre volte, è kashèr (e non occorre quindi legare i vari fogli di pergamena fra loro completamente come nel séfer Torà). Il fatto che sia chiamata "libro" (séfer) implica che sia scritta secondo tutti i crismi di un séfer Torà, di un testo sacro. D’altronde, il fatto che sia chiamata "lettera" ci rammenta la sua origine come semplice lettera, appunto, e non come libro della Bibbia. In ricordo di tale origine, alla Meghillà non si applicano tutti i rigori validi invece per il séfer Torà.

Similmente, il Talmùd prescrive (Meg. 18b) che se il sofèr ha omesso alcune lettere, o addirittura parole, purché ciò non sia accaduto all’inizio o alla fine del rotolo, tale Meghillà è ancora kesherà. Rashbà attribuisce tale facilitazione al fatto che la Meghillà è chiamata "lettera" e quando chiunque scrive una lettera può inavvertitamente omettere lettere o parole. Anche questo ci rimanda alle origini del libro di Estèr, come lettera inviata agli Ebrei delle province perché celebrassero la festa di Purìm.

Non solo nella scrittura noi troviamo tracce delle origini della Meghillà come lettera, ma anche nel modo in cui viene letta. L’uso vuole che la Meghillà venga piegata come una lettera durante la lettura, piuttosto che arrotolata, e quando si giunge alle parole "questa lettera" la si scuote, per indicare che ci si riferisce al rotolo stesso che si ha in mano, e che il Libro Biblico che si sta leggendo non è altro che quella lettera, inviata da Mordekhài ed Estèr agli Ebrei delle 127 province imperiali.

Troviamo che il Libro di Estèr richiede di essere squadrato "come la verità della Torà" (Meg. 16b). Rashì spiega che la pergamena della Meghillà deve essere rigata, prima della scrittura, come si fa con il séfer Torà. Il libro di Estèr è chiamato "verità" così come la Torà è chiamata "verità" nel libro dei Proverbi (Torà Temimà sulla base del Talmùd Yerushalmì). L’autore ha trovato necessario alludere direttamente nel testo a questa halakhà ("…parole di pace e di verità") nonostante la Meghillà fosse già stata chiamata séfer con tutte le implicazioni del caso, perché non si pensasse che a questo rispetto essa mantenesse il suo stato di "lettera" (Ran), che non richiede squadratura.

Per comprovare meglio la seconda affermazione di Ibn Ezra, secondo cui il Libro di Estèr è identico al racconto degli avvenimenti registrato nel "Libro delle cronache dei re di Media e Persia" torniamo al Talmùd, e per la precisione al Talmùd Yerushalmì, anche in questo caso più elaborato di quello Babilonese. Commentando 9,29 "questa seconda lettera di Purìm" i Maestri domandano "che cosa c’era scritto?" La risposta è che allorché Mordekhài ed Estèr inviarono lettere alla Diaspora comunicando l’obbligo di festeggiare Purìm ogni anno, fu loro risposto: "Non sono forse già sufficienti le nostre presenti disgrazie, che voi volete aggiungervi anche quella di Hamàn?" Essi allora replicarono in una seconda lettera: "Se è questo ciò di cui avete paura (cioè che la celebrazione di Purìm possa creare ulteriore antisemitismo) è già annoverata negli loro annali (Meg. 1,5). Questo spiega non solo l’assenza del Nome di Dio come si è detto, ma anche il fatto che nella Meghillà nulla sia scritto di men che commendevole sul re Achashveròsh, e come tale materiale sia invece stato raccolto nei Midrashìm, dopo poche, fugaci allusioni nel Libro.

Il famoso Rabbi Loew di Praga, più noto come il Maharàl, afferma nel suo commento al libro di Estèr, Or Chadàsh che la grandezza del miracolo di Purìm sta nella sua emanazione da una fonte superiore, celeste, nascosta a tutte le creature. Questo grande miracolo si è manifestato come un miracolo nascosto, senza alcun fenomeno soprannaturale. Questo aspetto occulto si rivela nella Meghillà proprio con l’assenza del Nome di Dio. Se il nome stesso di Estèr significa in ebraico "occultamento", i Maestri affermano che ogni menzione de "il re" nel racconto allude al Santo Benedetto: in altri termini Dio agisce attraverso la sua "marionetta" Achashveròsh.

La Meghillà comincia con le parole "Accadde al tempo di Achashveròsh …" che sembrano relegare quest’ultimo in secondo piano, come se fosse un semplice riferimento cronologico, quando noi sappiamo invece che è uno dei protagonisti della vicenda. Il fatto è che l’autore del libro vuole informarci che il re non è altro che uno strumento nelle mani di Dio per punire il Suo popolo per i suoi peccati, e perciò è messo sullo sfondo, piuttosto che occupare la scena come uno degli attori principali (Or Davìd).

I Maestri del Talmùd e del Midràsh considerano la parola iniziale vayehì ("e fu") come connotante disgrazia (vay hì, "guai a lei!"). La disgrazia fu sulle proporzioni dell’impero, troppo grande perché gli Ebrei potessero organizzare per tempo una ribellione (Maamàr Mordekhài). Anche il nome di Achashveròsh è interpretato come un peggiorativo, achìv shel rosh, "fratello del capo" si allude a Nabuccodonosor re di Babilonia. Come il primo uccise, anche Achashveròsh cercò di uccidere, come il primo distrusse il Tempio di Gerusalemme, così Achashveròsh cercò di interromperne la ricostruzione al tempo di Ciro: "nel regno di Achashveròsh, all’inizio del suo regno, essi scrissero un atto d’accusa contro gli abitanti di Giuda e Gerusalemme" (Ezra 4,6; Meg. 11a). Avendone impedito la ricostruzione, è come se avesse distrutto il Tempio (Prov. 18,9), perché "chi è pigro nel proprio lavoro è fratello del distruttore".

Questo ci dà anche degli elementi cronologici per collocare meglio la vicenda secondo il Midràsh. Il banchetto offerto dal re con cui si apre il racconto sarebbe stato allestito per mettere in mostra gli arredi sacri del Tempio trafugati. Di bellezza in bellezza, si sarebbe finito per discutere di … regine, e così una trasgressione tirò dietro di sé un’altra. Anche gli Ebrei, per lo meno quelli di Susa, la capitale, parteciparono, e perciò meritarono la distruzione, ma lo fecero solo per mostra, per paura del re e non perché ci si credesse intimamente. E così anche il Santo Benedetto li punì "per mostra": rese incombente su loro l’annientamento, ma alla fine li risparmiò (Meg. 12a).

Se il re Achashveròsh, che aveva usurpato il trono a Ciro, pareva agire secondo una linea politica, ancorché aberrante, il primo ministro Hamàn è paragonato dai Maestri ad Adamo allorché mangiò il frutto proibito. Uomo ricco, onorato e potente nell’Eden della corte, è il prototipo della persona che dalla vita "ha avuto tutto", pertanto senza aspirazioni costruttive, cui non restava altro che soddisfare un vuoto puntiglio.

Un’immagine molto forte è rappresentata dalla regina Estèr. Secondo il Midràsh essa era moglie di Mordekhài, e il re Achashveròsh la rapì contro la sua volontà. Fedele alle tradizioni ebraiche anche a corte, nonostante il marito le avesse ingiunto di non rivelare la propria identità, aveva avuto in dotazione sette ancelle, una per ogni giorno della settimana, affinché non trasparisse che osservava lo Shabbàt. Quando si trattò di andare dal re per salvare gli Ebrei, accettò con molta riluttanza, perché l’adulterio non si consumasse con il suo consenso: è un esempio di ’averà lishmà, una trasgressione commessa per forza maggiore al solo scopo di salvare Israele dalla distruzione (Sanhedrìn 74b e commenti).

Secondo il Talmùd (Shabbàt 88b) fu in seguito alla liberazione da Hamàn ed Achashveròsh che gli Ebrei accettarono di buon grado di osservare tanto la Torà scritta che la Torà orale. Fu l’autorità di Mordekhài, legata al suo attaccamento religioso e alla sua determinazione a non abbandonare alcun aspetto della propria tradizione ed identità, a far accettare successivamente al popolo il carisma dei Maestri in quanto garanti di tale continuità. Ma soprattutto, venuto meno a causa dell’esilio l’ascolto diretto della Voce Celeste, egli fu il primo Ebreo a parlare al suo popolo avvalendosi soltanto della propria cultura e della propria capacità di persuasione. Considerato la massima autorità spirituale della sua generazione e il primo degli Uomini della Grande Assemblea, Mordekhài può ben essere definito l’anello di congiunzione fra l’Ebraismo Profetico e l’Ebraismo Rabbinico: l’iniziatore dell’Ebraismo moderno.

Alberto M. Somekh

(parzialmente adattato da "The Book of Esther, comm. by Dr. S. Goldmann - Rabbi A.J. Rosenberg" in "The Five Megilloth - The Soncino Books of the Bible" London - New York 1984)

© Morashà

Introduzione di Rav Alberto Somekh,
testo ebraico e traduzione a fronte

pp. 32, 16x23
Lit. 10.000