Birkàt hamazòn
Introduzione

Lo zimùn - invito

La Mishnà in Berakhòt 7, 1 insegna che: "Tre che hanno mangiato insieme hanno il dovere di fare zimùn". Lo zimùn è l’invito che i commensali si rivolgono vicendevolmente a recitare la benedizione dopo il pasto. Rav S.R. Hirsh fornisce a questa norma la seguente spiegazione:

Nulla è più adatto a rendere l’uomo egoista ed a fargli considerare tutti gli altri come rivali nel cammino della fortuna quanto la lotta per il pane quotidiano. I Maestri seguendo il loro metodo di educazione attraverso le mitzvòt hanno dato un’importanza particolare al pasto in comune. Essi hanno prescritto che quando tre o più uomini consumano il proprio pasto assieme, uno di loro deve invitare gli altri a recitare la benedizione insieme a lui. Così diventa loro familiare il concetto che è grazie alla bontà dello stesso Dio, che essi vivono tutti allo stesso modo, e che il suo amore pieno di sollecitudine è il sostegno permanente della loro esistenza. Questa preghiera rivolta in comune a un Dio unico, ugualmente vicino ad ognuno di noi, essendo la Sua provvidenza benefattrice, fa svanire ogni idea di competizione gelosa ed inspira al contrario un sentimento di fraternità. Noi non cerchiamo più di sapere se la nostra parte soffre della prosperità del vicino, poiché sappiamo che il nostro Padre comune ha un potere d’amore tanto ricco da dare ad ognuno ciò che gli è utile e buono.

I benedizione

"Benedetto…" È il termine con cui inizia la formula di tutte le benedizioni che si rivolgono a Dio. I Maestri si sono posti spesso la domanda sulla necessità e sull’opportunità di benedire l’Onnipotente che, padrone assoluto dell’universo, non ha bisogno di alcuna santificazione da parte dell’uomo.

Il Talmùd (Berakhòt 7a), ritiene che sia Dio stesso a esigere la benedizione umana, che non può dunque essere intesa solo come una spontanea lode che l’orante rivolge al Signore, ma soprattutto come un vero e proprio atto di costrizione necessario, come vedremo, per ribadire i limiti delle creature e l’assoluta potenza di Dio. Leggiamo questo passo talmudico:

Fu insegnato: Disse R. Ishmaèl, figlio di Eliseo: "Una volta entrai per offrire incenso nel Kòdesh Hakodashìm (il punto più sacro del Santuario) e vidi Okatri-èl Y-à (nome divino), il Signore delle schiere, che sedeva su di un trono alto ed eccelso, e mi disse: "Ishmaèl, figlio mio, benedicimi!" Io gli dissi: "Possa Tu volere che la Tua misericordia vinca la Tua ira, e la Tua misericordia si sovrapponga al Tuo rigore, e possa Tu usare con i Tuoi figli la misura della misericordia e trattenerti dall’usare di fronte a loro la misura del rigore". Mi fece un cenno con la testa, e così ci viene insegnato che la benedizione di un uomo comune non è cosa da poco ai Tuoi occhi.

I commentatori del Talmùd discussero in passato circa la veridicità del racconto qui narrato e tra coloro che ne asserivano l’assoluta autenticità (Hay Ga’òn), vi era chi interpretava la visione di R. Ishmaèl come un sogno profetico che il Maestro trovò doveroso tramandare ai posteri per l’importanza del suo significato (Maharàkh).

Il posto che Dio occupa è il punto più sacro del Tempio di Gerusalemme, dove solamente il Cohèn Gadòl poteva entrare una volta l’anno, nel giorno di Kippùr, ma anch’egli, unico al mondo ad avere tale privilegio, non è che un "uomo comune", una semplice creatura di fronte alla maestosità di Dio che dal Suo trono continua ininterrottamente a giudicare con amore o con giustizia l’operato umano. Ma, qui, è importante notare che la benedizione che R. Ishmaèl impartisce all’essere divino, è in definitiva, una benedizione per Israele che, nel caso in cui venisse ascoltata, si potrà giovare della misericordia divina anche quando il suo iniquo comportamento esigerebbe una giusta punizione. Non è dunque una "Benedizione" intesa nel senso più comune del termine quella che Okatri-èl Y-à chiede al Maestro della Aggadà, ma un esplicito riconoscimento di Dio come Fonte di benedizione per l’umanità e che in quanto tale può decidere sempre e comunque di perdonare l’uomo avvalendosi della propria misericordia (Rashbà e Rav Kuk).

Anche l’autore del Par Hachèkh (Precetto 428) ritiene che il vero senso della parola barùkh, se riferita a Dio, non si debba intendere come una semplice forma di gratitudine che "nulla aggiunge e nulla toglie" alla maestosità divina, bensì come una dichiarazione della grandezza di Dio, vero artefice di ogni benedizione, che deve portare l’uomo a pensare che tutto quanto egli possiede, o, come nel nostro caso, l’alimento con cui egli si nutre, non è che un dono che il Signore ha ritenuto opportuno concedergli. La classica traduzione "Benedetto Tu o Signore", andrebbe, perciò, sostituita con quella forse più idonea: "Fonte di ogni benedizione Tu sei o Signore"

"Tu sei o Signore Dio nostro Re del mondo". I commentatori della tefillà ritengono che con questa formula si voglia esprimere un processo di graduale e rispettoso "allontanamento" dell’uomo dal Creatore che deve portare colui che prega a comprendere l’enorme distanza che lo separa da Dio e di conseguenza a recitare la benedizione con il dovuto timore e con la necessaria concentrazione.

Al principio ci si rivolge a Dio in modo diretto e informale con un Tu che manifesta un rapporto privo di timore reverenziale. Il nome divino che compare dopo il pronome, è generalmente adoperato dalla Scrittura per manifestare la middàt rachamìm, ossia la natura misericordiosa dell’Onnipotente, e denota dunque l’estrema fiducia nella bontà e nel perdono divino che ognuno deve saper riporre nel momento delle orazioni. Ma, accanto al tetragramma, compare successivamente il nome Dio che a sua volta esprime il rigore divino con cui l’uomo viene a volte giudicato a causa delle proprie azioni. La fede nel perdono si fonda così al timore della punizione affinché chi recita la benedizione si rammenti dei doveri che la tradizione ebraica gli impone di rispettare, e non si abitui a basarsi sempre e comunque sull’indulgenza divina che a lungo andare lo potrebbe portare ad un totale abbandono dei precetti della Torà e dell’insegnamento dei Maestri.

Le parole "Re del mondo" hanno invece lo scopo di dichiarare l’Onnipotenza illimitata di Dio e, al contrario, di dare all’uomo un senso di debolezza e di sottomissione, che spesso è necessario per mantenere il dovuto rispetto verso il Creatore.

"Dio che alimenta". I commentatori fanno notare che la formula avrebbe dovuto continuare in seconda persona (che alimenti) e non in forma impersonale come gli antichi Maestri ci hanno invece tramandato. Ma il passaggio dalla seconda alla terza persona non è ovviamente dovuto al caso e soprattutto non è questa una caratteristica propria della birkàt hamazòn ma di ogni benedizione che segue o precede quelle azioni umane che richiedono di essere accompagnate da una benedizione.

Secondo R. Davìd b. Yosèf (Maestro vissuto in Spagna nel XIV secolo e noto con il nome di Abudaràm), per quanto si manifesti attraverso eventi naturali o si occupi dei problemi del Creato, Dio, come entità spirituale, non può essere identificato con il mondo materiale e per giunta rimarrà per sempre imperscrutabile all’uomo.

Per l’Abudaràm, dunque, la prima parte della benedizione, con cui l’orante si rivolge direttamente a Dio, accenna alla capacità dell’uomo di percepire la presenza divina, mentre la sua seconda parte, scritta in modo indiretto e impersonale, come se mancasse nella formula un vero e proprio soggetto a cui riferirsi, allude proprio all’effettiva impossibilità di capire a fondo la natura divina. È chiaro a questo punto il significato che i Maestri ci hanno voluto tramandare attraverso la formula delle benedizioni: l’uomo è convinto di poter capire ogni cosa senza alcuna remora, per cui il motivo della povertà e della ricchezza, della giustizia e dell’iniquità, trovano sempre una risposta razionale ed oculata. Ma nella maggior parte dei casi la vita segue un corso imperscrutabile e spesso non desiderato dalle creature che sono portate a porsi delle domande che mai troveranno una risposta giusta.

"Dio che alimenta noi ed il mondo intero". La fonte di queste parole si trova in Salmi 136, 25 e sono il chiaro riconoscimento della provvidenza divina che riguarda il mondo intero e non esclusivamente il popolo ebraico. Si noti, però, che l’espressione "noi ed il mondo intero" rivela che, in realtà, l’atteggiamento di Dio nei riguardi di Israele e verso il resto delle creature non può essere unanime.

La Torà, in vari punti, sottolinea che la quantità e la qualità del prodotto agricolo che il Signore concede al popolo ebraico dipende dall’amore a dal rispetto che esso saprà dimostrare per i precetti divini e per gli insegnamenti della Scrittura in genere. Ma questo può essere valido solo per Israele e non per le altre nazioni che non avendo alcun obbligo di rispettare le mitzvòt devono essere giudicate in base ad altri criteri di comportamento.

"Con bontà, con grazia, con pietà, con abbondanza e con misericordia". Tutto quello che Dio manda al mondo non è che un dono e non un atto dovuto, per cui lo stesso alimento, indispensabile per la vita è una semplice forma di benevolenza gratuita che l’uomo deve saper riconoscere ed apprezzare. Il cibo e la ricchezza vengono mandati nel mondo "con bontà" e "con abbondanza" ma l’avidità umana non permette di giovarsene che a un limitato numero di persone. Questo, ovviamente, non è giusto e può portare all’odio e alla divisione tra le creature. La prima benedizione, oltre che a lodare Dio per la Sua infinita misericordia, cerca quindi di spronare l’essere umano a dividere con i propri simili parte dei beni che gli sono stati concessi.

I termini chen, chèssed e rachamìm compaiono varie volte durante le orazioni giornaliere e non sono dei semplici sinonimi come a prima vista si potrebbe pensare.

Per R. Yosèf Albo tali espressioni si riferiscono a tre momenti della vita umana:

… Poiché la vita si divide in tre parti: gli anni della crescita, gli anni della stasi e gli anni dell’ascesa, ed in questi tre periodi il Santo, benedetto Sia, manda l’alimento all’uomo… Negli anni della crescita (all’uomo) sarà sufficiente il ij (la grazia) del Signore benedetto, ma negli anni della stasi… avrà bisogno di maggior aiuto, ossia del sxj (della pietà) del signore per rimanere in vita. Ma nel periodo dell’ascesa… egli, per vivere, avrà bisogno di ohnjr (della misericordia divina)… (Séfer Ha’ikkarìm 4, 35).

La grandezza di Dio si riconosce anche dalla capacità di saper comprendere il giusto aiuto di cui l’essere umano necessita. Il giovane, l’adulto e l’anziano non hanno gli stessi stimoli e la stessa forza per poter lavorare e procurarsi così l’alimento necessario alla vita, per cui la Provvidenza divina nei loro confronti, non può ovviamente essere uguale.

Per R. Yechezkèl Epshtein i tre vocaboli sono in relazione alle tre diverse categorie sociali nelle quali è suddiviso ogni popolo della terra:

Tre livelli vi sono tra gli uomini: vi sono i facoltosi, che ricevono l’alimento con ij, cioè con abbondanza, com’è scritto: "E Noè trovò grazia agli occhi di Dio" ossia un grande affetto; vi sono poi persone normali, che con facilità entrano in possesso di quanto abbisognano e questo è il chèsed, poiché Dio riversa su di loro la Sua pietà e gli permette di soddisfare i loro bisogni. In ultimo vi sono i poveri che con grandi difficoltà possono procurarsi del pane e questo è il ohnjr poiché l’uso del termine ohnjr serve a sottolineare che il rigore del giudizio divino è comunque temperato dalla misericordia (’Arùkh Hashulchàn 187, 4).

Ai mortali, come già abbiamo avuto modo di sottolineare, non è data la possibilità di conoscere fino in fondo l’agire divino, e perciò il criterio con cui la povertà e la ricchezza vengono suddivise tra le creature, è pressoché imperscrutabile alla mente umana. Con la prima benedizione della birkàt hamazòn, si invita ogni uomo, che per natura è portato a paragonare la propria condizione a quella altrui, ad accontentarsi e a benedire per ciò che è stato dato a lui e ai propri simili per volere di Dio, senza alcuna forma di invidia o di rancore, con la certezza di aver comunque ricevuto più di ciò che in realtà egli si merita.

Nel suo commento in lingua tedesca alla Torà, S.R. Hirsh ritiene che i tre termini qui usati siano in rapporto ai diversi comportamenti umani che inducono Dio ad assumere verso i viventi differenti atteggiamenti.

I giusti si meritano la "grazia" di Dio mentre gli uomini comuni ricevono solo la Sua "pietà". I malvagi, invece, per quanto non siano totalmente rigettati per le loro azioni inique, vengono corrisposti solo grazie alla "misericordia" del Creatore.

"Dà il pane". Il pane è sicuramente l’alimento più importante e rappresenta qui tutte le forme di nutrimento che Dio procura all’uomo in ogni momento, come testimonia il verbo al presente qui usato. Ma per i Maestri esso ha assunto nel corso dei secoli anche un’importanza allegorica e solo uno studio estremamente approfondito potrebbe rivelare a fondo tutta l’importanza di questo simbolismo. Qui riporteremo brevemente solo il pensiero di Rav Tzadòk Hacohèn di Lublino (1823-1900), noto come uno dei più grandi pensatori del Chassidismo polacco del secolo scorso.

È noto che il pane compare per la prima volta nella Torà in riferimento alla punizione subita dall’uomo per aver mangiato "dall’albero della conoscenza" vietato da Dio ad Adamo ed Eva:

E all’uomo disse: "Poiché hai ascoltato la parola di tua moglie e hai mangiato dall’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare, usufruirai di essa (della terra) con dolore per tutto il tempo della tua vita. Ti produrrà spine e pruni e mangerai l’erba dei campi. Mangerai pane col sudore della fronte" (Genesi 3, 17-19).

Dalle parole del versetto risulta chiaramente che ad Adamo, vennero inflitte due diverse punizioni legate però entrambi alla sua nutrizione e introdotte dallo stesso imperativo: "Mangerai". Ma qual è il reale valore di tali castighi? Per quale motivo in Genesi 3, 18 all’uomo viene ordinato di cibarsi con erbaggi mentre in Genesi 3, 19 è il "pane" ad essere l’elemento essenziale della pena a lui inflitta? Su queste logiche questioni si interrogarono gli stessi Maestri del Talmùd:

"Ti produrrà spine e pruni"; (l’uomo) piangente rispose: "Signore del mondo, io e il mio asino mangeremo dunque dalla stessa mangiatoia?" Gli rispose (il Santo): "Mangerai pane col sudore della fronte" (Pesakhìm 118a).

È difficile dare un senso a questo midràsh. Il versetto in Genesi 1, 27: "Dio creò l’uomo a Sua immagine" esprime chiaramente che alla sua nascita Adamo ricevette in dono una naturale ed immediata capacità di saper sublimare, come lo stesso Creatore, il mondo naturale. Ma dopo il peccato da lui commesso gli fu tolta in gran parte questa facoltà per cui, da allora, divenne estremamente complesso per l’uomo capire la giusta via per modificare in modo positivo il creato nel quale era stato posto.

Il "pane" che Adamo poteva elaborare da una spiga solo con "il sudore del volto" rappresenta così le naturali difficoltà che l’uomo incontrerà nel campo dello studio e del lavoro ogni qualvolta cercherà di modificare l’ambiente in cui vive. Le sue capacità produttive rimangono comunque invariate e nonostante tutto egli potrà ritenersi diverso dagli animali e considerarsi comunque quell’essere sublime per il quale il mondo fu creato.

È dunque ovvio che in questo senso le parole della prima benedizione "(Egli) dà il pane", oltre che a ringraziare Dio per l’alimento concesso intendono anche chiedere un aiuto per tutte le difficoltà che chiunque può incontrare nelle proprie attività culturali o lavorative.

"Poiché la Sua pietà è eterna". La fonte di queste parole è in Salmi 118, 1. Secondo R. I. Chayùn e R. Davìd Kimchì l’autore del Salmo in questione, che la letteratura tradizionale ritiene essere il Re Davìd, intendeva con queste parole sottolineare le differenze tra la bontà divina e l’amore dell’uomo verso i propri simili.

La clemenza di Dio, al contrario di quella umana, è eterna e disinteressata per cui l’ebreo deve saper sperare sempre e comunque nella benevolenza e nell’aiuto del Creatore. Sbaglia, dunque colui che crede di dover lavorare tutto il tempo per procurare a se stesso e ai familiari gli alimenti necessari alla vita, trascurando così lo studio e l’osservanza delle altre mitzvòt (Me’àm Lo’èz).

"Che nutre e alimenta". I due verbi qui usati sembrano sinonimi ma nel commento Otzàr Hatefillòt si ritiene che "nutre" sia in riferimento al cibo mentre "aliment"a sia da porre in relazione a tutte le altre forme di guadagno e di sostentamento che Dio manda all’uomo.

"E dispone vitto e nutrimento per tutte le Sue creature". Secondo alcuni commentatori (’Iyùn Tefillà) la benedizione si riferisce qui all’intervento divino sulla natura affinché fornisca "sussistenza" e "alimento" anche senza il lavoro dell’uomo, concetto questo, espresso chiaramente nel Midràsh:

Le creature dormono nei loro giacigli e il Santo benedetto Sia fa soffiare i venti e innalza le nubi, fa scendere la pioggia e fa crescere i vegetali poi li asciuga e prepara così il cibo per ogni tavolo (Levitico Rabbà 14, 2).

Altri, sulla base di un pensiero espresso dai Maestri del Talmùd, ritengono che le parole della Benedizione qui riportate siano una lode a Dio per aver donato agli uomini attitudini diverse nel campo del lavoro in modo che l’attività produttiva potesse essere suddivisa tra le creature e venisse così attenuata la punizione data ad Adamo di cui già abbiamo avuto modo di parlare (Otzàr Hatefillòt):

Ben Zomà… soleva dire: "Quante fatiche sostenne il primo uomo finché trovò pane per mangiare: arò, seminò, raccolse i covoni e trebbiò, vagliò, setacciò, tritò e burattò, impastò e cosse, e dopo di questo mangiò; mentre io mi alzo di mattina e trovo tutto ciò pronto davanti a me. E quante fatiche sostenne il primo uomo, fino a che trovò un vestito per vestirsi: tosò le pecore e imbiancò la lana, cardò, pelò e fece la tessitura e dopo di ciò trovò un vestito per vestirsi; mentre io mi alzo di mattina e trovo tutto ciò pronto davanti a me" (Berakhòt 52a).

Ci preme qui far notare che l’antica usanza di afferrare il pane con le dieci dita nel momento della benedizione della Hamotzì è in riferimento ai dieci lavori svolti da Adamo e citati da Ben Zomà per rendere commestibile il pane.

"Apri le Tue mani e sazi ogni vivente con volontà". Il versetto si trova in Salmi 145, 16. Diversi sono i commenti che i Maestri ci hanno tramandato su questo passo e noi ne riporteremo qui solo una piccolissima parte.

Le sostanze che Dio elargisce al mondo basterebbero per soddisfare la volontà di ognuno ma, come già abbiamo avuto modo di affermare, l’uomo tende ad accumulare grandi ricchezze senza curarsi dei bisogni altrui. La fine della benedizione viene perciò ad insegnare che la povertà nella quale spesso si è costretti a vivere non è colpa del volere divino ma del disinteresse e della disunione tra gli esseri viventi (R. I. Chayùn).

Altri invece ritengono che il senso del versetto sia un altro: Dio ha la capacità di capire le volontà, e dunque i desideri, più reconditi oppure quelli che l’essere umano non ha il coraggio di esprimere e di esaudirli (Me’àm Lo’èz).

Secondo il commento Òsher Aharòn il versetto si riferisce invece all’occupazione che Dio ha destinato per ogni persona affinché nel mondo non venga a mancare alcuna necessità. In questo senso il salmo intenderebbe chiedere un aiuto per "ogni vivente" affinché il lavoro possa essere svolto da chiunque con "volontà" e con felicità e non per costrizione o per bisogno.

"Che nutre tutti". Sono le parole conclusive della prima benedizione e trovano la loro fonte in Salmi 145, 15: "Gli occhi di tutti sono rivolti con fiducia a Te e Tu dai loro alimento (lett. pane) a suo tempo". Solo le preghiere di colui che si rivolge a Dio con fiducia meritano di essere ascoltate ed esaudite perciò il silenzio divino alle richieste umane dipende in realtà dalla scarsa fede con cui l’uomo si rivolge al Creatore nel corso delle proprie orazioni (R. I. Chayùn).

© Morashà

Traduzione e commento di Rav Reuvèn Colombo,
testo ebraico e traduzione a fronte

52 pp, 14,8 x 21