Il Sèder
di Rosh Hashanà

Introduzione

La celebrazione del Rosh Hashanà si distingue per il suono dello shofàr e per l’obbligo di fare teshuvà. Accanto a questi due segni di maggiore importanza, si sono aggiunti riti, usi e tradizioni di vario tipo, che insieme contribuiscono a fare dei due giorni del capodanno ebraico una realtà del tutto particolare. Un rito che potrebbe essere definito "minore", per la sua importanza, ha luogo di sera, sulla mensa, subito dopo il kiddùsh e la benedizione sul pane. È ciò che viene chiamato il "Séder di Rosh Hashanà" o lo "Yehì Ratzòn di Rosh Hashanà" (su questi termini torneremo subito dopo). Consiste nell’assaggio, o nella presenza a tavola, di alcuni alimenti speciali, insieme alla recitazione di piccole formule di preghiera. Il nome di Séder, dato alla cerimonia, si spiega probabilmente perché la cosa ricorda in qualche modo e in miniatura il Séder pasquale, o anche perché si procede secondo un ordine (in ebraico Séder) più o meno prefissato nei manoscritti o nelle edizioni stampate. L’altro nome (yehì ratzòn, letteralmente: "sia volontà [davanti a Te o Signore]" ) ricorre all’inizio di ogni frase del testo che si legge; è la formula tradizionale, mal traducibile letteralmente in italiano, con cui si invoca la volontà divina di fare qualcosa per noi.
2. Come si svolge il Séder

Non tutte le comunità celebrano questo Séder allo stesso modo, e sono documentate varianti sul numero delle cose che si fanno, sul tipo di alimenti, sull’identità delle specie vegetali citate nelle fonti classiche e sulle formule che si recitano. Si pongono anche problemi complicati di priorità e ordine di recitazione delle benedizioni, che non tutti risolvono allo stesso modo. Proviamo a riassumere e mettere in ordine i dati raccolti dalle varie fonti.

Si dispongono a tavola prima del kiddùsh i vari alimenti; una lista ampia e comprensiva include:

– un gruppo di 5 vegetali citati insieme in un’unica fonte talmudica:

  • zucca (in aramaico karà o kèra);
  • una verdura chiamata in aramaico rovià (o ruvià); nei testi in italiano è identificata con il finocchio. Secondo altri è la colocasia;
  • porro (in aramaico karatè o keratè);
  • una verdura chiamata in aramaico silkà; può corrispondere alla barbabietola o rapa rossa; in altre tradizioni è identificata come la bieta da coste;
  • datteri (in aramaico tamrè);

– altri alimenti citati separatamente da altre fonti:

  • miele, da solo o insieme a mela; in alternativa o in aggiunta:
  • fichi;
  • melograno;
  • la testa di un agnello; altri preferiscono quella di montone;
  • pesci.

– più in generale si mangiano dolci, cibi "grassi" e non si usano cibi conditi con aceto e limone.

La procedura è questa: prima si fa il kiddùsh e si beve il vino. Dopodiché si fa la netilàth yadàim e si dice l’hamotzì sul pane.

C’è chi usa intingere il pane nel miele o nello zucchero. Ma anche se si intinge il pane nel miele o nello zucchero bisogna usare per l’hamotzì anche il sale1 ; prima si mette il pane nel sale e si mangia, poi si intinge nel miele. Qualcuno non usa la mela con il miele, ma solo il miele con il pane, e a questo punto dice lo Yehì ratzòn in cui si invoca un anno dolce2.

L’ordine con cui si prendono i vari alimenti varia nelle fonti antiche e nei formulari. In ogni caso, anche se si è detta la benedizione sul pane, prima di mangiare la frutta degli alberi bisogna recitare la benedizione borè perì ha’ètz; le possibili specie in questione sono i datteri, i fichi e le mele. Alcuni ritengono che quale che sia il prodotto dell’albero che si mangia, questo deve precedere il prodotto della terra, e tra i frutti dell’albero l’ordine di precedenza dovrebbe essere datteri- fichi-mele3. Una volta recitata la benedizione borè perì ha’ètz, questa vale per tutti gli altri prodotti dell’albero. Per i prodotti della terra non c’è bisogno di benedizione; e neppure per il miele che si mangia con le mele, perché il miele è considerato secondario rispetto alla mela4.

Un problema controverso è se si debba dire prima la benedizione o lo Yehì ratzòn. Secondo il sefardita Ch. Y. D. Halevì5, si prende il dattero, e tenendolo con la mano destra6 si dice la formula dello Yehì ratzòn, poi si benedice borè perì ha ‘etz, con l’intenzione di riferirsi anche agli altri prodotti dell’albero presenti nel Séder, e lo si mangia. Si passa quindi al porro (prodotto della terra), si dice la formula, e lo si mangia senza benedizione. Quindi si seguita con gli altri prodotti. L’opinione contraria di alcuni Ashkenazìm è di iniziare con la benedizione del frutto, mangiarlo subito e quindi dire Yehì ratzòn; questo perché la benedizione è una lode a Dio, e lo Yehì ratzòn è una richiesta di favori, e c’è chi giudica scorretto far precedere una richiesta alla lode7.

1. Ch. Y. D. Halevì Mekòr Chayyìm vol. 4, p. 223

2. Sperling, Sefer Ta’amè haminhaghìm udinìm umkoròt hadinìm, p. 310 in fondo; v. anche Baèr Hetèv e Sha’are Teshuvà a Òrach Chayyìm 583, Mishnà Berurà ibid. n. 3.

3. Perchè i primi due sono citati come frutti di Eretz Yisraèl in Devarìm 8;8, e tra questi l’ordine di precedenza segue quello del verso biblico, nel senso che un frutto è tanto più importante quanto più è vicino alla parola "terra" (che è ripetuta due volte) che lo precede; cfr. Òrach Chayyìm 211 e in particolare §4.

4. Mishnà Berurà. Òrach Chayyìm 583 n. 3.

5. Mekòr Chayyim vol. 4, p 222-223.

6. Òrach Chayyìm 206:4.

7. Mishnà Berurà a Òrach Chayyìm 583 n. 4.

© Morashà

A cura di
Rav Riccardo Di Segni,
testo ebraico e traduzione a fronte

pp. 24, 17x24
Lit. 10.000