Mishnà
Trattato di Berakhòt

Prefazione

La Massèkhet Berakhot (il trattato delle Benedizioni) è il primo trattato della Mishnà, la grande e sistematica opera di raccolta di insegnamenti della Torà orale, compilata da Rabbi Yehudà ha-Nassì circa un secolo dopo la distruzione del Secondo Tempio di Gerusalemme. La Mishnà fu intensamente studiata nelle Yeshivot (accademie) della terra d’Israele e di Babilonia, e l’insieme delle interpretazioni, delle discussioni e dei commenti che si svolsero nell’arco di tre-quattro secoli costituirono la Ghemarà. La Mishnà e la Ghemarà, insieme, formano il Talmud, di cui si hanno due versioni: il Talmud Yerushalmì e il Talmud Bavlì. Il Talmud è uno dei due capisaldi, insieme alla Torà scritta e al resto della Bibbia, della tradizione religiosa e culturale ebraica, e alimenta da duemila anni la vita spirituale del popolo d’Israele.

Il trattato di Berakhot inizia con le regole per la lettura dello Shema’ Israel, lo "Ascolta Israele" che costituisce l’affermazione solenne dell’Unicità di D-o che ogni ebreo deve quotidianamente recitare mattina e sera. Lo Shema’ è anche uno dei primi brani della Torà che viene insegnato ai bambini appena questi cominciano a parlare, e con le parole dello Shema’ si conclude la vita di questo mondo. Persino l’ebreo più lontano dalla cultura del suo popolo ha detto o sentito almeno una volta nella sua vita le parole "Shema’ Israel". Non è un caso quindi che R. Yehudà ha-Nassì abbia posto il trattato di Berakhot all’inizio della Mishnà.

Oltre alle regole sullo Shema’ e sulle relative benedizioni, questo trattato include anche le norme per la recitazione della Tefillà (preghiera), in particolare della ’Amidà, la preghiera che si dice in piedi e in silenzio in direzione di Gerusalemme. In questo trattato si trovano anche le leggi riguardanti le benedizioni da recitare prima e dopo aver mangiato, come la berakhà sul pane, sul vino, la Birkat ha-mazon (benedizione del pasto), ecc., e altre preghiere e benedizioni varie. La Massèkhet Berakhot contiene pertanto alcune delle norme fondamentali della vita quotidiana ebraica, e giustamente è non solo il primo trattato della Mishnà, ma anche uno dei più studiati nelle scuole ebraiche di tutto il mondo.

L’idea di pubblicare una nuova traduzione commentata di Berakhot mi è venuta la scorsa estate, quando mio figlio Jacov, di sua iniziativa, ha iniziato a riordinare gli appunti presi durante il corso di Mishnà tenuto da Rav A. Funaro al Collegio Rabbinico Italiano nell’anno appena concluso. Ho pensato che il lavoro che Jacov stava facendo poteva essere utile ad altri allievi, presenti e futuri, del Collegio rabbinico, e in generale delle scuole ebraiche, Talmud Torà e altri istituti simili, e a chiunque volesse accostarsi allo studio della Mishnà sul testo originale con l’ausilio di una traduzione. In italiano è sì disponibile l’ottima traduzione di tutta la Mishnà del Rabbino Vittorio Castiglioni (rabbino capo a Roma dal 1904 al 1911), ancora oggi insostituibile per la sua completezza e chiarezza, tuttavia quest’opera è ormai da tempo esaurita e fuori commercio. Essa inoltre utilizza un linguaggio ormai datato e non più adatto ai nostri tempi, e le note illustrative, peraltro ottime, spesso risultano estremamente sintetiche. Si sente quindi la necessità di una nuova traduzione che usi una terminologia moderna e comprensibile, con il testo ebraico a fronte e con un commento esplicativo sufficientemente dettagliato che chiarisca i passaggi più complicati della Mishnà. Questa nuova traduzione di Berakhot, che qui presentiamo, è stata eseguita da mio figlio Jacov sulla base delle lezioni di Rav Funaro, ed è stata da me attentamente rivista e adattata; ho altresì accuratamente controllato le note, integrandole e ampliandole anche notevolmente ogni qualvolta l’abbia ritenuto opportuno. Per queste, oltre al commento classico di Rabbi ’Ovadià da Bertinoro (vissuto in Italia e in Israele cinque secoli fa; Bertinoro, o Bartenura, come è chiamato al di fuori dell’Italia, sta alla Mishnà come Rashì sta alla Torà), è stato usato il commento di R. Pinchas Kehati, scomparso poco più di vent’anni fa in Israele. Il Kehati, come è universalmente chiamato, è ormai il commento alla Mishnà maggiormente utilizzato nelle scuole ebraiche e nelle Yeshivot di tutto il mondo. Esso infatti riporta, in modo conciso ma assai chiaro e approfondito, la spiegazione della Ghemarà e dei più importanti commentatori, che includono, oltre al Bertinoro, anche il Rambam (Maimonide), il Rosh, Rabbenu Yonà ed altri. Prima del testo di Berakhot ho aggiunto una breve introduzione di carattere storico sulla nascita e lo sviluppo della Mishnà che scrissi parecchi anni fa, quando a mia volta ero studente al Collegio rabbinico, su invito del mio insegnante di Mishnà, il Morè Moshè Sed (zikhronò livrakhà), affinché potesse servire a me e agli altri allievi del corso per ripetere la materia studiata.

Questa nuova edizione di Berakhot vuole rappresentare l’inizio di un progetto, speriamo non troppo ambizioso, di riedizione di tutta la Mishnà, con testo originale a fronte, con una traduzione moderna e un nuovo commento conciso ma dettagliato, sullo stile del Kehati. È ovvio che un tale progetto può essere svolto solo con la collaborazione di più persone. Per questo sono stati già avviati contatti fra i gruppi editoriali Dli-Mamash, Lamed e Morashà, con l’intenzione di pubblicare tutta la Mishnà nel giro di pochi anni, facendo uscire fascicoli periodici (come a suo tempo fece anche il Castiglioni) e finalmente rendere accessibile al vasto pubblico ebraico quest’opera fondamentale della nostra tradizione.

David Gianfranco Di Segni
Collegio Rabbinico Italiano

© Morashà

A cura di
Rav Gianfranco
Di Segni

52 pp, 17 x 24 cm