Meghillàt Ruth
Questa meghillà perché è stata scritta?

Di Rav Scialom Bahbout

a) Il giusto premio per chi compie opere di bene

Tra i libri per i quali i Maestri si sono interrogati se fosse opportuna la loro inclusione nel canone biblico vi è anche il libro di Ruth. Nel suo commento al primo verso della Genesi, Rashì sente il bisogno di riportare quanto scritto nel Midràsh Tanchumà per giustificare l’inclusione nel Pentateuco del libro della Genesi e dei primi undici capitoli dell’Esodo. Scrive Rashì: "La Torà non avrebbe dovuto avere inizio se non da "Questo mese è per voi", che costituisce la prima mitzvà impartita al popolo d’Israele, e qual è il motivo per cui inizia con Bereshìt?"

Tra i libri che i Maestri volevano escludere dal Canone biblico vi erano ad esempio quello del Cantico dei Cantici e dell’Ecclesiaste (Avòt Derabbì Nathàn 1, 4). I motivi addotti per l’esclusione di ciascuno di questi libri variano da caso a caso: Ecclesiaste contiene affermazioni contrastanti tra loro, oppure in apparente contrasto con la tradizione; il Cantico, se interpretato alla lettera, descrive a volte in una forma fin troppo cruda, l’amore tra un uomo e una donna. Naturalmente i Maestri hanno trovato poi motivi sufficienti per giustificare l’inclusione dei questi libri nel Canone.

Anche per il libro di Ruth, i Maestri si sono chiesti "Perché è stata scritta questa Meghillà?" (Ruth Rabbà 2, 15), dando varie risposte che cercano di collegare la Meghillà con il mondo delle mitzvòt e dei valori della Torà.

"Ha detto Rabbì Zerà: Questa Meghillà non contiene né norme sull’impurità e sulla purità, né norme su ciò che è proibito o permesso. Ma allora perché è stata scritta? Per insegnarti quanto è grande il premio per coloro che fanno opere di bene" (R.R. ibid.). L’importanza insita nell’atto di solidarietà, nelle opere di bene, è tale che merita di trovar posto nel Canone. I Maestri affermano che: "La Torà inizia con opere di bene e finisce con opere di bene"; i profeti affermano che il Signore "desidera le opere di bene e non i sacrifici" (Osea 6, 6); il re Davìd, discendente di Ruth, così scrive nei Salmi (101, 1): "Io canterò per celebrare la bontà e la giustizia".

Diverse sono le manifestazioni di bontà di cui parla la Meghillà. Ruth e ‘Orpà si comportano bene nei confronti dei mariti, sebbene siano già morti, e nei confronti di Na’omì (1, 8); Ruth si comporta bene nei confronti di Bò’az (3, 10); quest’ultimo le ricorda anche la sua buona azione di essersi associata al popolo d’Israele (2, 11), e si comporta con Ruth con grande benevolenza quando le permette di raccogliere le spighe anche tra i covoni (2, 16-17); Na’omì riconosce il bene che ha fatto il Signore a lei e alla sua famiglia tramite Bò’az (2, 20); anche le donne di Bet-Lèchem parlano della bontà del Signore che non ha fatto mancare un Redentore per la sua famiglia (4, 14). Il livello massimo di bontà viene raggiunto dall’azione compiuta da Bò’az, quando decide di redimere il campo che apparteneva ad Elimèlekh, compiendo un’opera che va al di là di quelle che sono le normali leggi di giustizia familiare e sociale previste dalla Torà, in quanto, in ordine di precedenza, non era il parente cui sarebbe spettato questo compito (Nota 1).

Si può avere l’impressione che venga qui compiuta la mitzvà del levirato, cosa che in realtà non ha alcuna base legale su cui appoggiarsi, sia perché Bò’az non è fratello del marito di Ruth, sia perché, comunque, Ruth non era ancora ebrea nel momento in cui il marito Machlòn muore e quindi sul piano legale doveva essere considerata ancora un’estranea.

b) Per far conoscere la discendenza del re Davìd

Accanto al primo motivo che è, senza dubbio, quello che ha contribuito maggiormente a spingere i Maestri a includere la Meghillà nel Canone, ve ne sono altri. Uno dei più noti è quello per cui la Meghillà sarebbe stata scritta per trasmetterci la genealogia di Davìd. "Rabbì El’azàr Berabbì Yossè diceva: "per farti conoscere la stirpe di Davìd che è di argento puro"".

Secondo Rav Shemuèl di Amsterdam (Binyàn Arièl, Tarnov 5665, p. 248) la Meghillà è stata scritta dal profeta Samuele per dimostrare che Davìd discendeva dalla moabita Ruth e che la cosa era stata approvata dal Dio stesso.

c) "Per questa donna giusta"

Nello Zòhar (Zòhar Chadàsh 468) questo motivo viene ritenuto insufficiente per spiegare l’inclusione di tutta la Meghillà nel canone. Infatti, la Meghillà avrebbe potuto avere inizio dal secondo capitolo, da quando cioè si inizia a parlare di Bò’az:

"Rabbì Yossè ben Kismà chiedeva se questa Meghillà è stata scritta con il solo scopo di raccontarci quali sono gli ascendenti del re Davìd, perché c’era bisogno di tutto questo libro? Avrebbe potuto scrivere la genealogia da Bò’az, che sposa Ruth, e dire: "Questa è la genealogia di Pèretz" fino a "Ishài generò Davìd". Ma tutto quanto viene scritto prima era necessario per farti conoscere questa donna giusta che si è convertita e si è venuta a riparare sotto le ali della Shekhinà, e per farti conoscere la sua umiltà, la sua modestia, la modestia che è in lei e la sua giustizia". (Zòhar Chadàsh 150).

Secondo lo Zòhar, quindi, se la Meghillà prende il nome da Ruth, ciò non può essere privo di significato e quindi è per insegnarci qualcosa su questo personaggio che la Meghillà è stata scritta (Nota 2).

Gli insegnamenti della Meghillà

La Meghillà di Ruth è piena di concetti, di valori e di insegnamenti che costituiscono un insieme che serve a rappresentare bene quali sono gli obiettivi che si propone l’ebraismo.

a) I tre amori

Nella dichiarazione di Ruth trovano la loro massima espressione tre grandi amori: quello verso il Signore, quello verso il popolo d’Israele e quello verso la Terra d’Israele:

Ovunque andrai tu, andrò anch’io
dormirò dove dormirai
il tuo popolo è il mio popolo
il tuo Dio è il mio Dio

Se si fa un confronto con la regina Estèr, l’altra eroina delle Meghillòt, possiamo osservare che mentre di Estèr il testo sottolinea la bellezza e il fatto che non aveva detto a nessuno che era ebrea; di Ruth il testo descrive il carattere e le qualità, ma nulla dice della sua bellezza. La Bibbia ci racconta invece che Ruth abbandona la sua terra d’origine per andare in una terra che non conosce e per vivere con un popolo di cui non può che sapere assai poco; che Ruth è una ragazza che non corre dietro ai ragazzi, che Ruth, per dirla con il libro dei Proverbi (31, 1), è "una donna di valore". Ibn Ezrà (3; 10) fa tuttavia presente che: "Tutti amavano Ruth per la sua bellezza", una bellezza che traspare dal testo senza che ci sia bisogno di alcuna parola.

Per quanto concerne gli antenati di Ruth, il testo non dà molte notizie, ma dice solo che era moabita. Ruth sceglie di seguire la suocera, ma avrebbe potuto tornare alla sua terra e sistemarsi. Il Midràsh (Nazìr 23b, Sanhedrìn 105b) afferma che era figlia di Eglòn re di Moàv, nipote di Balàk, ed era quindi di discendenza regale; non sembra che fosse orfana: da vari accenni della Meghillà si deduce che aveva ancora la madre (1, 8) e il padre (2, 11) e, tornando nella sua terra, avrebbe potuto risposarsi (1, 9).

Pur non essendo una regina, Ruth, secondo un’espressione che usano i Maestri (T.B. Bavà Batrà 91b), sarebbe divenuta per i suoi meriti la "madre del regno".

b) Reazione contro la sorte

Uno degli insegnamenti fondamentali della Meghillà è che si deve sempre reagire alla cattiva sorte. Ruth ce ne dà vari esempi: mentre Na’omì accetta il destino che le è toccato in sorte e cerca di convincere le sue due nuore a tornare a casa dopo la morte dei mariti, Ruth non solo rifiuta il consiglio della suocera, ma si sforza prima di seguire Na’omì e poi di trascinarla dando un nuovo senso alla sua vita: va a spigolare, conosce Bò’az, e con le sue azioni spinge Na’omì ad organizzare l’incontro con Bò’az, un incontro che cambierà il loro futuro.

Può essere interessante fare un confronto tra le due Meghillòt che hanno al centro della vicenda Estèr e Ruth.

Estèr è la Meghillà della lotta per la sopravvivenza dell’Ebraismo e del popolo ebraico nella Diaspora; mentre Ruth è la Meghillà del ritorno in Terra d’Israele. In Estèr, la lotta termina con la vittoria sia dei singoli che della collettività e nella stessa struttura del libro si riflette il capovolgimento del destino: i primi cinque capitoli del libro di Estèr narrano la progressiva ascesa di Hamàn, le preoccupazioni degli ebrei per la sorte che li attende, fino alla costruzione dell’albero sul quale avrebbe dovuto essere impiccato Mordekhài; mentre gli ultimi cinque capitoli descrivono la svolta, l’ascesa di Mordekhài e il capovolgimento della situazione e la sconfitta di Hamàn e dei suoi seguaci.

La meghillà di Ruth contiene la lotta di una proselita, che viene respinta dalla sua suocera, che cerca di farsi strada con le proprie forze per entrare a far parte a pieno titolo del popolo d’Israele e che riuscirà infine a far sì che la terra che apparteneva alla famiglia torni ad essere di loro proprietà. La struttura della Meghillà è simile a quella di Estèr: i primi due capitoli descrivono la disperazione e l’incertezza per il futuro, mentre gli ultimi due rappresentano la svolta verso il cambiamento e verso una soluzione della situazione che farà di Ruth la Madre del regno.

Accanto a Ruth, che è il personaggio più positivo e attivo del libro, non troviamo personaggi che possano essere definiti come negativi in assoluto: del marito Elimèlekh e dei due figli di Na’omì, Machlòn e Kiliòn, il Midràsh ci dà una descrizione negativa, ma il testo non dice nulla.

Na’omì passa attraverso fasi alterne: da Bet-Lèchem raggiunge il paese di Moàv, per poi tornare a Bet-Lèchem a mani vuote (1, 21), ma per poi quasi rinascere quando Ruth partorisce e le gente dice: "Un bambino è nato a Na’omì".

c) Il giusto premio per chi compie opere buone

Il libro di Ruth, nonostante inizi a raccontarci eventi tragici accaduti nella terra di Giuda, è tutto incentrato sull’idea dell’importanza delle opere di bene e sulle conseguenze positive per chi le compie. Le opere di bene non costituiscono in alcun modo un obbligo per chi le fa, ma sono del tutto volontarie e derivano dall’amore per il prossimo e per il Signore. L’uomo rinuncia a qualcosa di proprio a favore del prossimo senza aspettarsi nulla in cambio. Tutto ciò che si fa per onorare i morti è considerato opera di bene perché non si ha alcuna intenzione di ricevere alcunché da un morto. Così Ruth quando rinuncia alla sua casa, alla sua patria e al suo futuro per unirsi al popolo d’Israele non può aspettarsi nulla da Na’omì, che la mette bene in guardia dal non farsi alcuna illusione. Sulla stessa linea si muove anche Bò’az quando presta aiuto a Ruth e quando si dichiara disponibile a riscattare il campo di Elimèlekh ed a sposare contemporaneamente Ruth. Le opere di bene sono accompagnate nel libro dalla benedizione del Signore: "Sia benedetto dal Signore, perché non ha tralasciato la sua bontà verso i vivi e verso i morti" (2, 20); oppure: "Benedetto sia il Signore che non ti ha fatto mancare oggi un goèl (un redentore = riscattatore)". La benedizione ha la funzione di testimonianza che le opere dell’uomo sono strettamente legate alle opere di Dio e sono da Lui indirizzate.

L’unico che non compie opere di bene è la persona che ha la precedenza di riscattare il campo e quindi di sposare Ruth, cioè il goèl. C’è qui una sovrapposizione tra l’istituzione della gheullà (il riscatto di un campo venduto a un estraneo, cosa che deve essere fatta dal parente più vicino disposto a esercitare questo diritto) e quella dell’ibbùm, il levirato (la norma per cui, se una persona sposata muore senza lasciare figli, il fratello maggiore, oppure un altro dei fratelli, ha l’obbligo di sposare la cognata (yevamà) e trasmettere il nome del fratello al primo figlio che nascerà da questa unione (Deut. 25, 5-10). Anche l’istituzione dell’ibbùm è considerata un’opera di bene, pur essendo una mitzvà: infatti ad essa ci si può sottrarre mediante la chalitzà (scalzamento). L’autore della Akedàt Itzchàk scrive : "Sembra che esistesse un’usanza in Israele, per cui oltre ad adempiere alla mitzvà del levirato, i parenti prossimi usavano sposare le mogli dei loro parenti morti per mantenere in vita il nome dei morti, cosa che era da considerarsi come una forma di bontà". Nel libro di Ruth questa azione è chiamata gheullà. Il Rambàn (su Genesi 38, 8) sostiene che "Gli antichi Maestri di Israele... introdussero in Israele l’uso di fare quest’azione fra tutti gli eredi, tra coloro per i quali non v’era alcuna proibizione di incesto e lo hanno chiamato "gheullà""

© Morashà

A cura di
Rav Scialom Bahbout.
Nuova traduzione con testo ebraico a fronte.

Antologia di comlmenti tratti dal Talmùd, dal Midràsh
e da fonti rabbiniche.

pp. 110, 17x24
Lit. 20.000