Legarsi alla mitzvà

Prefazione - Dedica

Rav Prof. Giuseppe Laras
Rabbino Capo di Milano

"Le legherai come segno sul tuo braccio,
saranno come segnali fra i tuoi occhi".

La vita dell’ebreo è una vita consacrata, nel senso che tutte le sue azioni debbono ispirarsi alla volontà di Dio, espressa nella Torà attraverso le Mitzvòt. Alcune di esse hanno il preciso scopo di ricordarci questa peculiarità: che la nostra vita deve svolgersi nel segno della Torà, cioè conformemente alle sue prescrizioni, ai suoi principi, ai suoi ideali.

È per questo che i Tefillìn, (come anche lo Tzitzìt e la Mezuzà) sono chiamati segni, una sorta cioè di segnali o indicatori miranti a farci ricordare nella quotidianità i nostri doveri e i nostri compiti.

Essendo il corpo umano formato di materia, l’anima che alberga in esso, a causa della sua vicinanza con il corpo e della sua lontananza dal mondo spirituale dal quale proviene, non riesce da sola a dominare la pulsione del peccato. Ha perciò bisogno di "custodi" che la aiutino a reggere il confronto quotidiano col corpo proteggendola dai suoi eccessi.

Per il Suo amore verso di noi il Santo Benedetto ha messo a nostra disposizione in qualità di "custodi", tre straordinari strumenti di difesa: gli Tzitziòt, la Mezuzà, i Tefillìn. Perciò, quando un ebreo ha sulla porta di casa la Mezuzà e indossa il Tallèt (Tzitziòt) e i Tefillìn, può sentirsi veramente protetto e in pace con se stesso.

Questa riflessione dell’autore del Séfer Hachinùkh (Aharòn Halevì - XIV° sec.) è importante perché, introducendoci all’interno della motivazione - per quanto ciò sia possibile - della Mitzvà dei Tefillìn, ci fa sentire l’importanza di questo comandamento e il dovere di diffonderne l’osservanza con scrupoloso impegno.

Ai giovani che, in prossimità del compimento del 13° anno, vivono il loro primo contatto col mondo dell’osservanza proprio attraverso la mitzvà dei Tefillìn, va ricordato e spiegato che essi non casualmente vanno posti in corrispondenza del cuore e del cervello. Questi due fondamentali organi del nostro corpo, infatti, esprimono, rispettivamente, il sentimento e il pensiero, i quali, a loro volta, guidano nel bene e nel male le nostre scelte.

Il giovane che arriva al compimento del 13° anno diviene Bar-Mitzvà. E Bar-Mitzvà significa figlio del precetto cioè a dire che da quel momento il ragazzo è tenuto all’osservanza e al rispetto di tutte le mitzvòt.

Si tratta di un traguardo molto importante e impegnativo della vita di un ebreo: è il momento in cui il bambino, divenendo adulto, nasce, per così dire, a una nuova vita, che è quella di una pienezza di diritti e di doveri, di consapevolezza e di responsabilità, di coinvolgimenti e di scelte.

Legare la mitzvà dei Tefillìn a una rinascita (come è e deve essere per un Bar-Mitzvà) significa seminare e coltivare i semi della speranza, porre le premesse per un rafforzamento, religioso e morale, della nostra esistenza, contribuire ad arricchire di significati più autentici la nostra esperienza quotidiana.

La presente pubblicazione, indirizzata a coloro che si affacciano al mondo delle Mitzvòt, è dedicata alla memoria di Nissìm Umberto (Bitto) Nemni z.l. che fu Parnàs del Tempio Centrale di via Guastalla ed esempio di religiosa e generosa dedizione.

Introduzione

David Piazza
Gruppo Morashà

Quando si è profilata l’idea di proporre al pubblico italiano un testo completo sulla mitzvà dei Tefillìn, si è posto immediatamente il problema di quale testo sarebbe stato seguito per l’apparato halakhico, che nelle nostre intenzioni, per un libro del genere, ne avrebbe costituito la parte più significativa.

La nostra scelta è quindi caduta sul testo di Rav David Yosèf, figlio dell’ex Caporabbino sefardita d’Israele ’Ovadià Yosèf, che corrispondeva in gran parte alle caratteristiche che cercavamo: 1) L’aderenza alla tradizione sefardita più genuina, sicuramente più vicina a molti in Italia, non solo tra gli ebrei di più recente immigrazione ma anche a quelli di rito italiano che soffrono di una secolare mancanza di testi halakhici specifici (l’ultima grande opera di riferimento rimane, purtroppo il "Kimchà DeAvishunà", del XV sec.!). 2) Il costante riferimento agli usi e alle tradizione ashkenazite, seguite anche in Italia. 3) La chiarezza delle norme che pur senza scendere nel dettaglio offerto da opere più complete, offre anche un sicuro riferimento al lettore desideroso di accostarsi all’esatto adempimento di una mitzvà così importante.

Nella traduzione abbiamo cercato, nei limiti del possibile, di usare un vocabolario semplice, di facile comprensione anche per un pubblico giovane come i Benè Mitzvà, che per la prima volta si trovano di fronte un obbligo quotidiano la cui esecuzione all’inizio sembra complicata. Una guida costante alla traduzione l’abbiamo trovata in quello che a ragione può considerarsi una pietra miliare nella letteratura halakhica pubblicata in Italia, il "Qizzùr Meqòr Chajjm", (Milano 1992) nella traduzione di un grande Maestro, conoscitore della complessa normativa ebraica, Rav M.E. Artom z.l. recentemente scomparso.

Volontariamente abbiamo lasciato in ebraico traslitterato alcuni termini che dovrebbero ormai far parte anche del vocabolario ebraico parlato in Italia e che del resto sembravano mortificati nel loro corrispondente italiano: "mitzvà" dunque e non "precetto"; "bet hakenèset" e non "sinagoga" o "tempio" ecc.

Infine per permettere una maggiore comprensione della mitzvà dei Tefillìn abbiamo ritenuto giusto inserire dei brani di Midràsh e di commento che si riferiscono più o meno direttamente all’argomento. Per quanto possibile abbiamo cercato di riportare le fonti.

Troverete inoltre all’inizio una breve descrizione di come si mettono subito i Tefillìn con le norme principali, e con le relative benedizioni.

© Morashà

Con regole pratiche
a cura di
Rav David Yosef

A cura di David Piazza

88 pp 17x24 cm
Lit. 20.000