La Storia

Questo capitolo vuole fornire un quadro generale di eventi storici che hanno caratterizzato e segnato il conflitto arabo-israeliano analizzando fase per fase quel processo evolutivo che ha portato all’attuale situazione in Medio Oriente.

Per poter comprendere meglio un preciso evento è necessario dunque conoscerne le premesse storiche che lo hanno determinato. In questo capitolo troverete dunque descritte guerre, processi di pace e altro da prima del ’48 (anno di fondazione dello Stato d’Israele) ai giorni nostri.

La situazione politica della Terra d’Israele prima del ’48
Breve storia del conflitto arabo-israeliano dal ’48 all’82
Alcuni dati sulla popolazione in Israele
Il processo di pace
Gli estremisti: Hamas
Breve glossario

 

La situazione politica della Terra d’Israele prima del ’48

Come si è arrivati all’indipendenza dello Stato di Israele

Dopo la perdita dell’indipendenza conseguente alla conquista della Giudea e di Gerusalemme da parte di Tito (70 d.C.), la Terra d’Israele è sempre stata sottoposta ad occupazione straniera. Fino al 636 d.C. si trova sotto la dominazione bizantina, in seguito cade nelle mani degli arabi, fino al 1099, passa poi sotto il dominio crociato per 200 anni, e per altri 200 sotto quello mammalucco; nel 1517 inizia l’occupazione turco-ottomana e nel 1919, alla conclusione della Prima Guerra Mondiale, vengono assegnati alla Gran Bretagna il Mandato sulla Palestina (che termina nel 1948) e alla Francia quello su Siria e Libano.

Pur essendo una regione molto piccola e in prevalenza desertica, la Terra d’Israele (e in particolare la città di Gerusalemme) è sempre stata teatro di guerre di conquista. Inizialmente il motivo era prevalentemente religioso, in quanto è una terra considerata "santa" per le grandi religioni monoteistiche; ma a metà del XIX secolo l’interesse per la regione inizia ad avere una forte componente politica: con l’inizio dell’emancipazione ebraica e la conseguente nascita del sionismo politico, la Palestina diventa luogo prefissato per la nascita di uno stato ebraico indipendente. Parallelamente, sull’altro fronte, nasce un movimento nazionalista arabo con lo scopo iniziale di unificare tutte le "nazioni" arabe, compresa la Palestina, sotto un’unica bandiera. Nel 1919, con l’inizio del Mandato Britannico, nasce il primo movimento prettamente arabo-palestinese con la volontà di annettere la Palestina alla Siria guidata dall’emiro Feisal.

Il sionismo nasce dalla constatazione che, per quanto in Europa gli ebrei si sono emancipati e in parte anche assimilati, l’antisemitismo è ancora presente, anzi, ha assunto posizioni ancor più striscianti e pericolose (il caso Dreyfus ne è un esempio lampante). In seguito a questa presa di coscienza gruppi di intellettuali borghesi ebrei, capeggiati da Theodor Herzl, decidono che l’unica soluzione consiste nel creare uno stato ebraico indipendente. Il paese più adatto appare, agli occhi di tutti, la Palestina e gruppi sionisti si mobilitano per raggiungere questo scopo; nel 1900 nasce il Fondo Nazionale Ebraico, il cui scopo è l’acquisto di terra per la nazione. I sionisti valutano e successivamente respingono le possibilità di creare uno stato in altre aree geografiche, in particolare la proposta degli Inglesi di uno stato in Uganda. Nel 1917 il Ministro inglese Lord Balfour con l’omonima Dichiarazione promette l’appoggio del Governo britannico alla creazione di un "focolare ebraico in Palestina". A seguito di questa dichiarazione si cercano i primi accordi con la dirigenza araba. Il 3 gennaio 1919 l’emiro Feisal, leader del nazionalismo arabo, e Chaim Weizmann, presidente dell’Organizzazione Sionista, raggiungono un accordo per l’applicazione congiunta della Dichiarazione Balfour con reciproco riconoscimento dei diritti nazionali di ebrei e arabi. Pochi giorni dopo, alla Conferenza di pace di Versailles l’emiro Feisal chiede un unico stato sovrano per tutte le popolazioni arabe, mentre la Conferenza assegna alla Francia i Mandati su Siria e Libano e alla Gran Bretagna quelli su Iraq e Palestina (inclusa la Transgiordania). Nel marzo successivo, in una lettera personale Feisal riconosce la legittimità delle aspirazioni sioniste e scrive: "I nostri due movimenti si completano a vicenda. Quello ebraico è un movimento nazionale e non imperialista, come quello arabo. C’è posto per entrambi". Nel 1920 il congresso arabo di Haifa chiede l’indipendenza per gli arabi palestinesi e proclama Abdallah Re dell’Iraq e Feisal Re della Siria. Feisal in seguito sarà fatto cadere dai francesi e diventerà re dell’Iraq, mentre suo fratello minore Abdallah diventerà re della Transgiordania, uno stato creato dagli inglesi specificatamente per il sovrano hashemita, sulla parte della Palestina a oriente del Giordano, una decisione che, di fatto, dimezza il territorio della Palestina.

Nel 1928 la VII Conferenza Palestinese riconosce la necessità di un governo locale ed è più moderata nella sua opposizione al sionismo. Ma l’anno successivo, in seguito a tumulti antiebraici a Gerusalemme, è il governo mandatario ad opporsi alla costituzione di un governo locale.

Nel 1935 la popolazione ebraica era cresciuta dai 25.000 di fine ’800 a 400.000; contemporaneamente si ha un aumento notevole della popolazione araba. Nel ’36 inizia la rivolta araba in Palestina; ideologo della rivolta è il Muftì di Gerusalemme Husseini che, alleatosi con la Germania nazista tenta di indebolire la presenza britannica. Husseini auspica che la vittoria tedesca possa dare la possibilità di risolvere il problema ebraico proprio secondo l’ideale nazista.

Nel 1939 Churchill con il "libro bianco", pubblicato per temperare l’ostilità araba verso il governo mandatario, frena notevolmente l’immigrazione ebraica nella Terra d’Israele e limita la vendita di terreni agli ebrei. L’alià continua, anche se clandestinamente, e, dal ’40 al ’45, circa 39.000 ebrei entrano in Palestina.

Nel ’47 l’Onu, secondo i principi della Dichiarazione Balfour, approva un piano di spartizione della Palestina in due parti, una arabo-palestinese e una ebraica. La divisione viene però rifiutata dagli arabi che non ammettono l’esistenza di uno stato ebraico. Nel ’48, al termine del Mandato britannico, Israele si proclama indipendente e gli eserciti di Siria, Libano, Giordania, Iraq e Egitto la invadono con l’intento esplicito di distruggerla. Nel dicembre del ’48 la Transgiordania di Abdallah si annette il territorio della Cisgiordania (a occidente del Giordano), creando il Regno hashemita di Giordania.


Breve storia del conflitto arabo-israeliano dal ’48 all’82

Il 14 maggio 1948 fu proclamato lo Stato d’Israele, in accordo al piano di spartizione delle Nazioni Unite (1947). Meno di 24 ore più tardi, gli eserciti regolari di Egitto, Giordania, Siria, Libano e Iraq invadevano il paese, costringendo Israele a difendere la sovranità che aveva riguadagnato nella sua antica patria. In quella che divenne nota come Guerra d’Indipendenza di Israele, le forze di difesa israeliane (IDF), appena formate e malamente equipaggiate, respinsero le truppe arabe in feroci combattimenti a più riprese che durarono circa quindici mesi e che videro da parte israeliana circa 6000 caduti (quasi l’1% della popolazione ebraica del paese a quell’epoca). Nei primi mesi del 1949, vennero condotti negoziati sotto gli auspici delle Nazioni Unite, fra Israele e ciascuno dei paesi invasori (eccetto l’Iraq, il quale ha rifiutato fino ad oggi di negoziare con Israele); queste trattative produssero come risultato accordi armistiziali che riflettevano la situazione al termine del conflitto. Di conseguenza, la pianura costiera, la Galilea e l’intero Neghev, vennero a trovarsi sotto la sovranità israeliana, la Giudea e la Samaria (il West Bank) furono sotto il governo giordano, la Striscia di Gaza rientrò sotto l’amministrazione egiziana e la città di Gerusalemme fu divisa fra la Giordania, che ne controllava la parte orientale e la Città Vecchia, e Israele sotto il cui controllo si trovava il settore occidentale.

Con la prima guerra arabo-israeliana ha inizio il dramma dei profughi arabi di Palestina: talvolta istigati dalla propaganda araba (come in Galilea), altre volte espulsi (come a Lod, sulla strada per Gerusalemme), per lo più semplicemente in fuga di fronte all’infuriare dei combattimenti, poco meno di 700mila arabi palestinesi sfollano di alcuni chilometri verso zone sotto controllo arabo. Le autorità arabe li rinchiuderanno per decenni in campi-profughi, molti all’interno della stessa Palestina, abbandonandoli all’assistenza internazionale (agenzia ONU l’UNRWA). Nel dicembre 1948 l’Assemblea dell’ONU vota la Risoluzione 194 che prevede la possibilità di un ritorno dei "profughi" (sia arabi che ebrei), purché in tempi brevi e in modo pacifico, oppure compensazioni economiche nel quadro di un processo di "riconciliazione" tra israeliani e arabi. Votano contro la risoluzione Egitto, Iraq, Libano, Arabia Saudita, Siria e Yemen. Negli anni successivi Israele compie svariati tentativi di dare soluzione al problema dei profughi arabo-palestinesi, incontrando sempre il rifiuto da parte araba di risolvere il problema in modo concordato.

La costruzione dello stato

Una volta finita la guerra, Israele concentrò i propri sforzi nella costruzione di quello stato per il raggiungimento del quale il popolo aveva lottato tanto duramente e tanto a lungo. La prima Knesset (Parlamento) composta da 120 membri, si riunì dopo elezioni nazionali (25 gennaio 1949) in cui quasi l’85% degli aventi diritto al voto andò alle urne. Divennero leaders del paese due delle persone che avevano condotto Israele allo stato: David ben Gurion, capo dell’Agenzia Ebraica, venne eletto come Primo Ministro e Chaim Weizmann, capo dell’Organizzazione Sionistica Mondiale, fu scelto dalla Knesset come primo Presidente dello stato. L’11 maggio 1949 Israele occupò il proprio seggio in qualità di cinquantanovesimo membro delle Nazioni Unite.

Tenendo fede al concetto di "riunione degli esiliati" che risulta il cuore della ragion d’essere d’Israele, le porte del paese vennero spalancate, affermando il diritto di ogni ebreo a giungervi e ad acquisirne, con la sua entrata, la cittadinanza. In circa tre anni, tra il 1948 e il 1952, la popolazione d’Israele raddoppia per l’immigrazione in massa di centinaia di migliaia di ebrei dall’Europa (scampati alla Shoà), dall’Asia e dal nord Africa. In pochi anni 850mila ebrei sono costretti a fuggire da paesi arabi dove vivevano da secoli, abbandonando le loro proprietà. Di questi, più di 600.000 si riversano in Israele, temporaneamente ospitati in accampamenti di fortuna (ma’abarot), venendo così a raddoppiare la popolazione ebraica nel paese. Lo sforzo economico dovuto alla Guerra d’Indipendenza e la necessità di provvedere alla rapida crescita della popolazione, richiesero austerità all’interno e aiuti finanziari dall’estero. L’assistenza offerta dal governo degli Stati Uniti, i prestiti di banche americane, i contributi di ebrei della Diaspora e i risarcimenti post-bellici dalla Germania, furono usati per costruire case, meccanizzare l’agricoltura, fondare una flotta mercantile e una linea aerea nazionale, sfruttare le risorse minerarie disponibili, sviluppare industrie ed espandere reti stradali, di telecomunicazioni e di energia elettrica.

Verso la fine del primo decennio, la produzione industriale era raddoppiata e così anche il numero delle persone impiegate, con esportazioni industriali quadruplicate. La vasta espansione di aree coltivate aveva portato all’autosufficienza nella fornitura di tutti i prodotti alimentari di base, con l’eccezione di carne e granaglie, mentre circa 20.000 ettari di terreno per lo più desertico furono rimboschiti e vennero piantati alberi lungo quasi 800 chilometri di strade.

Il sistema educativo che era stato sviluppato dalla comunità ebraica nel periodo precedente alla fondazione dello Stato e che includeva ora anche il settore arabo, ebbe una grande espansione. La frequenza scolastica divenne gratuita e obbligatoria per tutti i bambini dai cinque ai quattordici anni (dal 1978 l’età della scuola è stata elevata ai 16 anni ed è gratuita fino ai 18 anni). Fiorirono le attività culturali ed artistiche che mescolavano elementi mediorientali, nordafricani ed occidentali, e questo perché gli ebrei che giungevano da ogni parte del mondo, portavano con loro tanto le tradizioni peculiari delle loro comunità, quanto aspetti della cultura prevalente nel paese in cui avevano vissuto per generazioni.

Quando Israele celebrò il suo decimo anniversario, la sua popolazione contava oltre due milioni di abitanti.

La campagna del Sinai - 1956

Tuttavia gli anni della costruzione dello stato furono resi oscuri da seri problemi legati alla sicurezza. Gli accordi armistiziali del 1949 non solo non riuscirono a spianare la strada di una pace duratura, ma vennero anche costantemente violati. In contrasto con la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del 1° settembre 1951, venne vietato a israeliani e a navi battenti bandiera israeliana di attraversare il Canale di Suez, fu irrigidito il blocco agli Stretti di Tiran, sempre più di frequente avvenivano incursioni in Israele di pattuglie di terroristi provenienti dai paesi arabi confinanti che compivano assassinii e sabotaggi e la penisola del Sinai fu gradualmente trasformata in una enorme base militare egiziana.

Con la firma di un patto d’alleanza tripartita fra Egitto, Siria e Giordania (ottobre 1956), la sovrastante minaccia all’esistenza d’Israele era intensificata. Poco dopo, nel corso di una campagna militare della durata di otto giorni lanciata in coincidenza con le operazioni franco-britanniche contro la nazionalizzazione del Canale di Suez, l’esercito israeliano conquistò la Striscia di Gaza e l’intera penisola del Sinai, fermandosi a 16 kilometri ad est del Canale di Suez. La decisione delle Nazioni Unite di stazionare una Forza d’Emergenza dell’ONU (UNEF) lungo il confine fra Egitto e Israele ed assicurazioni da parte egiziana per la libera navigazione nel Golfo di Eilat, convinsero Israele a ritirarsi gradualmente (novembre 1956 — marzo 1957) dalle zone conquistate poche settimane prima. Di conseguenza gli Stretti di Tiran vennero riaperti, consentendo lo sviluppo del commercio sia con paesi asiatici e dell’Africa orientale, sia importando petrolio dal Golfo Persico.

La guerra dei Sei Giorni - 1967

Dopo che il decennio successivo il ’56 era stato relativamente tranquillo, le speranze di un altro decennio analogo vennero mandate in frantumi dal progressivo aumento degli attacchi terroristici arabi lungo i confini egiziano e giordano, dai persistenti bombardamenti dell’artiglieria siriana sugli insediamenti agricoli del nord della Galilea e dal massiccio riarmo militare condotto dai confinanti Stati arabi. Per anni i siriani cercarono di impedire con la forza lo sfruttamento delle fonti idriche israeliane vicine al Golan, provocando una lunga serie di incidenti di confine che nella primavera del 1967 degenerarono in scontri aperti e contribuirono ad accrescere le minacce contro Israele. Quando l’Egitto mosse nuovamente ingenti truppe nel deserto del Sinai (maggio 1967) e ordinò alle forze di pace delle Nazioni Unite (dispiegate dal 1957) di uscire dalla zona, reimpose il blocco agli Stretti di Tiran ed entrò in un’alleanza militare con la Giordania, Israele si trovò di fronte eserciti arabi ostili su tutti i fronti. Poiché l’Egitto aveva violato gli accordi conclusi dopo la campagna del Sinai del 1956, Israele fece appello al diritto all’autodifesa, lanciando un attacco preventivo (5 giugno 1967) contro l’Egitto nel sud, seguito da un contrattacco contro la Giordania ad est e lo sbaraglio delle forze siriane trincerate sulle alture del Golan al nord.

Al termine di sei giorni di combattimenti le precedenti linee armistiziali furono sostituite da altre nuove, con Giudea, Samaria, Gaza, la penisola del Sinai e le alture del Golan, sotto il controllo israeliano. Il risultato di ciò fu che i villaggi situati a nord furono liberati, dopo 19 anni, dai continui bombardamenti siriani, il passaggio di israeliani e di navi battenti bandiera israeliana attraverso gli Stretti di Tiran fu assicurato e Gerusalemme, che era stata dal 1949 divisa fra il controllo giordano e israeliano, venne riunita sotto l’autorità di Israele.

Di guerra in guerra

Conclusa la guerra, il difficile compito della diplomazia d’Israele era di tradurre i suoi risultati militari in una pace permanente basata sulla Risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che richiamava al "riconoscimento della sovranità, della integrità territoriale e della indipendenza politica di tutti gli stati della regione e del loro diritto di vivere in pace in confini sicuri e riconosciuti, liberi da minacce o da azioni di forza".

Tuttavia la posizione araba, così come venne formulata nel Vertice di Kartoum (1° settembre 1967) si appellava ai seguenti principi: "Nessuna pace con Israele, nessun negoziato con Israele e nessun riconoscimento di Israele". Nel settembre 1968 l’Egitto iniziò una "guerra d’attrito" con azioni sporadiche e statiche lungo le rive del Canale di Suez, che crebbero fino a divenire veri e propri combattimenti circoscritti, causando gravi perdite per entrambe le parti. Le ostilità cessarono nel 1970 quando Egitto e Israele accettarono un nuovo cessate il fuoco lungo il Canale di Suez.

La guerra del Kippur

Tre anni di relativa calma lungo i confini, si conclusero nello Yom Kippur (Giorno dell’Espiazione, la più sacra giornata del calendario ebraico) del 1973, quando Egitto e Siria lanciarono un attacco a sorpresa coordinato contro Israele (6 ottobre 1973), con l’esercito egiziano che attraversò il Canale di Suez e le truppe Siriane che penetrarono nelle alture del Golan.

Nelle successive tre settimane le forze di difesa israeliane capovolsero le sorti della battaglia e respinsero gli attaccanti, attraversando il Canale di Suez in Egitto e avanzando fino ad arrivare a 32 kilometri dalla capitale siriana, Damasco. Due anni di difficili negoziati fra Israele ed Egitto e fra Israele e Siria, produssero come risultato degli accordi di disimpegno secondo i quali Israele si sarebbe ritirata da parte dei territori conquistati durante la guerra.

Dalla guerra alla pace

La guerra del 1973 costò ad Israele un anno di PNL, ma dalla seconda metà del 1974 l’economia aveva già recuperato. Gli investimenti stranieri crebbero in maniera considerevole e con la firma di un trattato di associazione tra Israele e MEC (1975), si aprirono ai prodotti israeliani nuovi potenziali sbocchi di mercato, mentre il numero annuale di visitatori superò il tetto di un milione di presenze.

Le elezioni del 1977 per la Knesset, portarono al potere il blocco del Likud, una coalizione di partiti liberali e centristi, ponendo fine a quasi trent’anni di dominio politico del partito laburista. Con l’assunzione della carica, il nuovo Primo Ministro, Menahem Begin, reiterò l’impegno preso da tutti i capi di governo che lo avevano preceduto, di adoperarsi cioè per il raggiungimento di una pace permanente nella regione e lanciò un appello a tutti i capi arabi perché si incontrassero con lui.

Il cerchio dei rifiuti arabi agli appelli per la pace lanciati dagli israeliani, fu rotto dalla visita a Gerusalemme del Presidente egiziano Anwar Sadat (novembre 1977), seguita da negoziati fra Egitto e Israele sotto gli auspici americani. Gli accordi di Camp David (settembre 1978), risultato di tali trattative, includevano un ordinamento per una pace globale nel Medio Oriente, compresa una proposta dettagliata di autogoverno per i palestinesi. Il 26 marzo 1979, Israele ed Egitto firmarono a Washington un trattato di pace che poneva fine allo stato di guerra fra i due paesi durato 30 anni. Secondo il trattato, Israele si sarebbe ritirata dalla penisola del Sinai, sostituendo le precedenti linee del cessate il fuoco e degli accordi armistiziali con confini internazionali reciprocamente riconosciuti. Alcuni degli stati africani che avevano sciolto le loro relazioni con Israele a seguito della pressione araba nella crisi del petrolio del 1973, ristabilirono i legami nel corso degli anni ’80, dando nuovo vigore tanto alle relazioni economiche, quanto al ripristino di relazioni diplomatiche formali.

1982

La linea del confine internazionale con il Libano non è mai stata messa in discussione da nessuna delle parti. Tuttavia, quando l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) si dispiegò nel sud del Libano dopo essere stata scacciata dalla Giordania (1970) ed eseguì ripetute azioni terroristiche contro città e villaggi del nord d’Israele (Galilea) che causarono molti caduti e notevoli danni, le forze di difesa d’Israele attraversarono il confine ed entrarono nel Libano (1982). L’operazione "Pace in Galilea" ebbe come risultato la rimozione della maggior parte delle infrastrutture organizzative e militari dell’OLP dall’area. Da allora, Israele ha mantenuto una piccola zona di sicurezza nel sud del Libano adiacente al suo confine settentrionale per salvaguardare la propria popolazione in Galilea dai continui attacchi di elementi ostili.

Nella primavera del 2000 Israele si è ritirata da questa zona.


Alcuni dati sulla popolazione in Israele

Comunità di minoranza

Oltre un milione di persone, costituenti il 19% della popolazione d’Israele, sono non-ebrei. Sebbene definiti collettivamente come cittadini arabi d’Israele, essi comprendono un certo numero di differenti gruppi, prevalentemente di lingua araba, ciascuno con caratteristiche distinte.

Gli arabi musulmani, che ammontano a circa 815.000, la maggior parte dei quali Sunniti, costituiscono il 76% della popolazione non ebraica. Risiedono principalmente in piccole città e villaggi, oltre la metà di essi nel nord del paese.

Gli arabi beduini, costituiscono approssimativamente il 10% della popolazione musulmana, appartengono a circa 30 tribù, molte delle quali sparse su una vasta area al sud. Precedentemente pastori nomadi, i beduini si trovano oggi in una fase di transizione da un contesto sociale tribale a una società stabilmente insediata e stanno gradualmente inserendosi nella forza lavorativa d’Israele.

Gli arabi cristiani, che costituiscono il secondo più grande gruppo di minoranza d’lsraele con circa 160.000 persone, vivono principalmente in aree urbane, fra cui Nazareth, Shfar’am e Haifa. Sebbene vi siano fra loro rappresentanti di molte denominazioni, la maggioranza è affiliata alle Chiese Greca Cattolica (42%), Greca Ortodossa (32%) e Cattolica Romana (16%).

I drusi, circa 95.000 e di lingua araba, vivono in 22 villaggi al nord d’Israele e costituiscono una comunità culturale, sociale e religiosa separata. Mentre la religione drusa non è accessibile agli estranei, un aspetto conosciuto della sua filosofia è il concetto di taqiya, che chiama alla completa fedeltà dei suoi aderenti al governo del paese nel quale essi risiedono.

I circassi, che ammontano a circa 3000 persone concentrate in due villaggi al nord, sono musulmani sunniti, sebbene non condividano né l’origine araba né il retroterra culturale della comunità islamica più ampia. Pur mantenendo un’identità etnica distinta, partecipano agli affari economici e nazionali d’lsraele senza assimilarsi né alla società ebraica né alla comunità musulmana nel suo insieme.


Il processo di pace

La strada per la pace in Medio Oriente non vede ancora la fine; anche se grandi passi avanti sono stati fatti, essa, per una ragione o per l’altra, non è mai giunta a compimento. Il primo passo verso la pace è conseguenza diretta della Guerra del Kippur: il Presidente egiziano Sadat si rende conto che la guerra contro Israele è inutile e dispendiosa e cerca un accordo. Dopo vari accordi parziali finalmente si giunge ad un’intesa definitiva: nel marzo del 1979 il Premier israeliano Begin e Sadat stipulano, alla presenza del Presidente americano Carter, un accordo che prevede, oltre al ritiro israeliano da tutto il Sinai (a parte la Striscia di Gaza che gli egiziani non hanno voluto indietro), il riconoscimento reciproco dei due stati e l’inizio di relazioni diplomatiche, commerciali e culturali. Ma la pace, al posto di essere incentivata, viene sottoposta a numerosi tentativi di boicottaggio. Nel 1979 è proprio l’ONU che, in una risoluzione di condanna (34/65), dichiara che gli accordi di Camp David non hanno alcuna validità. L’Egitto inoltre viene dapprima espulso dalla Lega Araba, poi nel 1981, in occasione dell’8° anniversario della Guerra del Kippur, il Presidente Sadat viene assassinato. La stessa sorte era toccata anni prima ad Abdallah di Giordania e fino ad allora era stata riservata a chiunque avesse allacciato rapporti con Israele. Un esempio di questo si può trovare nelle parole del segretario della Lega Araba Abdul Rahman Azzam Pascià che nel ’47 rifiuta un accordo con i sionisti sostenendo che, per quanto le loro proposte siano ragionevoli e tendenti alla pacifica convivenza, egli non può accettarle in quanto se lo facesse non sopravviverebbe un solo giorno al suo rientro in Medio Oriente.

Se pur questa intesa è storica e fondamentale in quanto rompe il tabù fino ad ora esistente che vieta a qualunque paese arabo di trattare con Israele, tuttavia non ottiene l’effetto sperato. L’Egitto anzi viene isolato dal resto del mondo arabo. Perché gran parte del mondo arabo allacci qualche relazione con Israele bisogna aspettare al 1991: al termine della Guerra del Golfo, quando Israele e il mondo arabo si trovano entrambi minacciati dall’Iraq, iniziano i rapporti tra lo stato ebraico e l’OLP. Quest’ultimo, di contro, viene riconosciuto da Israele come rappresentante ufficiale del popolo palestinese.

Questi accordi danno via libera ad una serie di iniziative diplomatiche tra Israele e gli stati arabi, il primo dei quali è la Giordania. Esso da sempre è lo stato più ben disposto verso Israele; vari accordi precedenti sono saltati o per pressione degli stati arabi o perché la popolazione palestinese, numerosissima in Giordania, vi si è opposta. Nel 1951 il re Abdallah di Giordania è stato ucciso da un estremista palestinese e gli è successo il nipote Hussein che continua con dedizione la strada intrapresa dal nonno.

Pur subendo pressione e partecipando contro Israele alla Guerra dei Sei Giorni, egli tiene sempre incontri segreti con Israele, non partecipa alla Guerra del Kippur e, appena le condizioni rendono possibile un accordo, esso viene firmato (1994). Quest’accordo di pace risulta essere tutt’oggi, da un punto di vista economico, politico e culturale, il più caldo.

Egitto e Giordania svolgono un’importante funzione mediatrice nel proseguimento del processo di pace.

Molto più complicati sono invece i rapporti tra Israele e gli altri due stati arabi confinanti: Siria e Libano. Quest’ultimo è il luogo in cui i miliziani dell’Olp fino al 1982 e, successivamente, i fondamentalisti libanesi Hezbollah filo-iraniani appoggiati dalla Siria installano le loro postazioni dalle quali lanciano missili sui villaggi dell’alta Galilea, provocando numerosi morti. Israele, per far fronte a questa situazione, invade, nel 1982, il Libano meridionale, dando vita a una lunga e molto contestata occupazione, che è interrotta solo nella primavera del 2000, quando il Premier israeliano Barak ordina il ritiro delle forze armate dalla fascia di sicurezza, mettendo fine a quello che, per le numerose perdite di vite umane, è stato un incubo anche per la stessa popolazione israeliana.

Ancor più aspre sono le relazioni con la Siria, la quale pone, come condizione per sedersi ad un tavolo di trattative, il ritiro israeliano dalle alture del Golan conquistate nel ’67, cosa che era stata ipotizzata dal Primo Ministro israeliano Rabin e in seguito da Barak solo nella visione di un accordo totale e definitivo che preveda inoltre l’inizio di relazioni politico-economico-culturali.

Un discorso a parte merita invece il processo di pace, tuttora in corso tra israeliani e palestinesi. Come già detto in precedenza un accordo parziale tra le due parti viene raggiunto ad Oslo nel ’93, quando il Ministro degli Esteri Peres e Arafat, leader dell’OLP ne stipulano uno basato sui seguenti punti principali:

1. Riconoscimento da parte dell’OLP al diritto di esistere e di vivere pacificamente entro confini sicuri per Israele.

2. Accettazione delle risoluzioni 242 e 338 dell’ONU.

3. Rinuncia al terrorismo.

4. Ricerca di una via pacifica per la risoluzione del conflitto.

In risposta Israele riconosce l’OLP come controparte ufficiale per i negoziati di pace.

28 settembre 1995: firma dell’Accordo ad interim israelo-palestinese. È il documento che regola i rapporti fra Israele e palestinesi fino alla futura firma dell’accordo per lo status definitivo. Prevede la nascita dell’Autorità Palestinese e della polizia palestinese, elezioni palestinesi, ridispiegamento delle Forze di Difesa israeliane, pattuglie congiunte, provvisoria suddivisione delle responsabilità israeliane e palestinesi in zone A, B e C.

Nel ’94 al Cairo si raggiungono dei raccordi ad interim che sanciscono un graduale ritiro di Israele dalla Cisgiordania e dalla Striscia di Gaza secondo le seguenti scadenze:

1994 — ritiro da Gaza e Gerico

1994 — elezioni del Consiglio Palestinese e nuovo schieramento delle truppe israeliane

4 novembre 1995 — assassinio di Rabin

1996 — inizio dei negoziati per lo status definitivo

2000 — accordo finale. È proprio su quest’ultimo punto che le trattative sono state rotte durante il vertice di Camp David.

Si sa da fonti ufficiose di entrambe le parti che Barak ha fatto offerte fino ad allora impensabili come la cessione dei quartieri abitati di Gerusalemme Est, una sorta di co-governo sui luoghi santi della città e il ritiro israeliano dal 98% della Cisgiordania.

Ma Arafat le ha rifiutate contestando i seguenti punti:

1. Sui luoghi santi i palestinesi devono avere il pieno controllo.

2. Il rientro dei profughi palestinesi in Israele, che aveva concesso Barak (c. 900 all’anno), è troppo limitato.

3. La presenza di coloni ebrei nello futuro stato palestinese.

Il negoziato interrottosi così bruscamente ha causato un’escalation di violenze che hanno allontanato ancora una volta la prospettiva di una pace definitiva.

 


Gli estremisti: Hamas

"Il giorno del Giudizio non arriverà finché i musulmani non combatteranno gli ebrei, uccidendoli, fin quando gli ebrei non si nasconderanno dietro le pietre e gli alberi e le pietre e gli alberi diranno: "Oh musulmano, c’è un ebreo dietro di me, vieni a ucciderlo" (Carta di Hamas).

Parlando di estremismo palestinese, il primo nome che si fa è quello di Hamas, organizzazione islamica palestinese nota per l’attività terroristica. L’organizzazione, che si definisce come l’ala militare della più generale "Fratellanza musulmana", deriva il suo nome dall’acronimo delle parole arabe corrispondenti a: "Movimento di Lotta Islamica". "Hamas" significa inoltre "zelo verso Allah".

Come le altre organizzazioni palestinesi, anche Hamas ha sempre fatto uso di volantini di propaganda allo scopo di raggiungere direttamente la popolazione e fornire direttive.

L’ideologia di Hamas, così diffusa, presenta il conflitto arabo-israeliano come la quintessenza dell’eterno e irriducibile conflitto fra ebrei e musulmani, fra ebraismo e Islam. Uno scontro che terminerà soltanto con la vittoria completa di una delle due parti. Pertanto l’unico modo di affrontare questa lotta è mediante la Jihad (Guerra Santa), fino alla vittoria o al martirio.

I volantini sono infarciti di espressioni antisemite rivolte indistintamente contro ebrei e israeliani, mescolano temi tipici dell’antigiudaismo islamico con altri mutuati dalla propaganda antisemita occidentale. Nei volantini troviamo numerosi riferimenti alla tradizione religiosa (versi del Corano, ricorrenze, nomi degli eroi musulmani…) che hanno lo scopo di raggiungere e sensibilizzare tutti gli strati della popolazione musulmana. Essi costituiscono il retaggio più comune, la simbologia e il linguaggio meglio compreso dalle masse, il mezzo più efficace per esaltarle.

Nel volantino n. 9 del marzo ’89, nel n. 13 dell’aprile ’88 e nel n. 29 del 5 settembre ’88, gli ebrei vengono definiti "nazisti", accusa che trova ampio consenso in un certo ambito dell’opinione pubblica occidentale, che vede gli israeliani come i "nazisti del Medio Oriente"; io stessa ho sentito una studentessa di un liceo milanese domandare a un rabbino come fosse possibile che gli ebrei, dopo aver subito il tentativo di sterminio totale da parte dei nazisti, fossero pronti a compiere lo stesso crimine nei confronti dei palestinesi.

Una caratteristica che si può rilevare è che i primi volantini avevano come principale preoccupazione quella di fornire l’ideologia, di presentare alla gente il movimento, le idee e gli obiettivi. Successivamente i volantini sono diventati sempre più "operativi".

In risposta all’iniziativa di pace e alla conferenza di Madrid del ’91, Hamas diffuse alcuni volantini nei quali sosteneva che la "terra di Palestina" è proprietà religiosa esclusiva dei musulmani, e che nessuno ha il diritto di cederne anche solo un centimetro o di partecipare a negoziati che conducano alla "resa": dal punto di vista di Hamas ogni intesa con Israele sarebbe una resa (volantino n. 82, febbraio ’92. Concetti ripresi dalle parole dei leaders di Hamas intervistati in "Falestine al-Muslima", aprile-maggio ’90).


L’opinione pubblica

Il conflitto arabo-israeliano ha sempre suscitato un’attenzione particolare, sia per quanto riguarda i media sia per quanto riguarda i rapporti tra gli stati mediorentali e il resto del mondo. Questa attenzione risulta addirittura eccessiva se viene paragonata a quella dedicata dai mezzi di comunicazione a situazioni più gravi di quella arabo-israeliana, per esempio in Afghanistan o quella curda in Turchia. L’atteggiamento dell’opinione pubblica mondiale sulla questione israeliana può essere analizzata soprattutto attraverso le risoluzioni dell’ONU, le azioni dei governi e le testate giornalistiche.

Nel 1947 proprio l’ONU si assume il compito di garantire la costruzione di due stati indipendenti collegati in un’unione economica, doganale e monetaria, ma già nel 1948, durante la Guerra d’Indipendenza, dichiara irrealizzabile questo progetto a causa dell’opposizione araba.

Durante gli anni ’50 altre due Grandi Potenze entrano indirettamente nel problema mediorentale: l’URSS e gli Stati Uniti che, per tutta la durata della Guerra Fredda esercitano un’influenza fondamentale sulle sorti del conflitto. In questo periodo il principale elemento di tensione è rappresentato dal problema della libertà di navigazione attraverso il Canale di Suez. Nel ’51 l’ONU interviene confermando esplicitamente la navigabilità anche per Israele. Nel maggio del ’55 avviene il primo accordo sovietico con l’Egitto che, l’anno seguente nazionalizza il canale provocando un attacco da parte di Gran Bretagna, Francia e Israele e un successivo intervento dell’ONU che smilitarizza e presidia il confine israelo-egiziano e ribadisce la libertà di navigazione attraverso il canale. La violazione di questa dichiarazione costituisce il principale casus belli nel conflitto del 1967.

In quell’anno gli stati arabi accerchiano Israele e ordinano alle forze dell’ONU di ritirarsi immediatamente dalla zona. Contemporaneamente gli Stati Uniti interrompono qualsiasi tipo di relazione con gli stati arabi, così come avviene tra URSS e Israele. La Guerra dei Sei Giorni porta Israele a conquistare numerosi territori arabi come il Sinai, il Golan e la parte orientale di Gerusalemme.

Il 22 novembre 1967, a guerra conclusa, l’ONU approva la risoluzione 242 che stabilisce il ritiro delle forze israeliane "da territori occupati" (il che non implica il ritorno ai confini precedenti la guerra). Comincia il periodo della pace armata nel quale vi sono numerose guerre di logoramento su tutti i confini e si moltiplicano gli attentati terroristici. L’unica vera guerra di questo periodo è quella del Kippur, nel ’73, che coincide con il primo embargo del petrolio da parte dei paesi arabi nei confronti degli stati giudicati filo-israeliani.

Durante questo periodo l’atteggiamento dell’opinione pubblica si divide in due direzioni. Da una parte Stati Uniti e URSS continuano a combattere una Guerra Fredda su territorio straniero: i rifornimenti militari durante gli anni ’70 sono continui e inarrestabili. Dall’altra parte cresce in modo esponenziale il consenso dell’opinione pubblica per la causa palestinese (ad esempio, i movimenti giovanili del ’68 identificano gli ideali di sinistra con le istanze palestinesi). Anche sul fronte dei governi e degli organismi internazionali sono sempre più frequenti le prese di posizione che condannano Israele come stato tiranno (militarista e "imperialista").

Nel ’74 l’ONU attribuisce all’OLP lo status di rappresentante del popolo palestinese, riconosce ai palestinesi il diritto di sovranità in Palestina da far valere con ogni mezzo e approva documenti che equiparano il sionismo al razzismo, concetto che viene ufficializzato nel ’75. Questi documenti affermano che: "il regime razzista nella Palestina occupata… mira alla… repressione della dignità e integrità dell’essere umano".

Nel ’76 molti paesi ribadiscono individualmente la necessità di opporsi "all’usurpazione della Palestina da parte di Israele" mentre l’URSS, contrariamente a quello che aveva fatto in passato, dichiara il diritto di Israele all’indipendenza e alla sovranità.

Nel ’78 comincia il lento processo di pace che è in corso tuttora.

Gli Stati Uniti assumono subito il ruolo di potenza diplomatica pacificatrice del conflitto mediorentale.

Il primo stato a raggiungere una pace con Israele è l’Egitto che, tra il ’78 e l’82, conclude gli accordi in cambio del Sinai, e conseguentemente subisce un processo di ostracismo da parte degli altri stati arabi.

Se da un lato Israele raggiunge un accordo con l’Egitto, dall’altro comincia la guerra del Libano, durante la quale le forze israeliane arrivano fino a Beirut. Nei campi palestinesi di Sabra e Chatila, alla periferia meridionale di Beirut, si consuma la vendetta dei cristiani libanesi per l’uccisione del loro presidente: è una della tante stragi della guerra civile libanese, ma avviene mentre le truppe israeliane hanno il controllo della città e, anche se sono le milizie cristiane a commettere le atrocità, l’opinione pubblica mondiale fa ricadere la colpa unicamente sull’esercito israeliano, alimentando l’idea di "Israele, nazista del Medio Oriente".

Questo fenomeno provoca, in Europa, un’ondata di antisemitismo e una serie di attentati palestinesi a obiettivi israeliani o semplicemente ebraici, come l’attentato al Tempio di Roma del 9 ottobre ’82 che provoca la morte di un bambino ebreo italiano. Questi fenomeni si verificano ancora oggi: allo scoppio dell’ultima rivolta palestinese sono avvenuti numerosi incidenti di matrice antisemita come la bomba al Tempio di Parigi.

Nell’87 nei Territori Occupati nasce l’Intifada, la "rivolta delle pietre", che provoca all’estero un nuovo attacco da parte dell’opinione pubblica.

Israele viene rappresentata dai giornali sotto lo stereotipo della potenza invincibile e superarmata contro la quale i palestinesi possono lottare usando unicamente le pietre.

L’associazione di idee "Israele = oppressore" continua fino alla Guerra del Golfo, durante la quale lo stato ebraico e quelli arabi si vedono ugualmente minacciati da un nemico comune, l’Iraq. Durante questa guerra i media internazionali cominciano ad analizzare altri aspetti del problema mediorentale oltre a quello dell’indipendenza palestinese.

Con la caduta del comunismo e la fine della Guerra Fredda cala l’interesse delle Grandi Potenze per il problema mediorentale; l’attenzione pubblica si affievolisce anche grazie ai numerosi sforzi bilaterali per raggiungere un accordo definitivo.

Nel settembre 2000 la questione viene riaperta improvvisamente con lo scoppio di azioni di rivolta violenta nei Territori Occupati. Ancora una volta l’opinione pubblica viene manipolata dall’informazione.

Per quel che riguarda l’Italia, dichiarazioni ufficiali e atteggiamento della stampa hanno solitamente marciato di pari passo.

Dalla nascita dello stato ebraico alla Guerra dei Sei Giorni l’atteggiamento generale è stato di comprensione e benevolenza del neonato Stato di Israele. Con il 1967 si ha un repentino mutamento, quasi non si perdonasse a Israele di non aver svolto fino in fondo il suo ruolo di vittima inerte e di essersi al contrario vittoriosamente difesa. Con accenti diversi, e nonostante il terrorismo che si fa internazionale, prende piede e si fa quasi luogo comune la visione arabo-sovietica dello Stato di Israele.

Proprio dal 1982 si avvia un processo di dibattito e di ripensamento, nella sinistra e nella stampa in generale. Gli accesi toni del 1982 vengono recuperati dagli anni più duri dell’Intifada (1987 — 1991), ma sono ormai alle porte i grandi avvenimenti degli anni ’90 che imprimono profondi mutamenti anche nei media.

Le tendenze politiche dei mezzi di comunicazione di massa in Italia possono essere analizzare studiando singolarmente i diversi orientamenti delle principali testate giornalistiche.

L’andamento della stampa comunista in Italia è il riflesso della politica sovietica: apertamente filo-israeliana fino al ’55, anno del primo accordo egiziano con l’URSS, e successivamente aspramente filo-palestinese toccando toni che rasentano l’antisemitismo durante la Guerra del Libano e l’Intifada dell’87.

Dopo la caduta del comunismo alcuni giornali, come "L’Unità", si portano su posizioni più neutrali, mentre altri, come "Il Manifesto" e "Liberazione", mantengono l’indirizzo precedente continuando tutt’oggi a pubblicare articoli fortemente tendenziosi.

La stampa cattolica, soprattutto nelle sue espressioni più ufficiali e popolari ("l’Avvenire" e "Famiglia Cristiana"), e come specchio della politica democristiana, tende a riflettere fedelmente le posizioni della Santa Sede verso Israele. Da prima, almeno fino al Concilio Vaticano II, apertamente ostili al sionismo come tale; in seguito schierata formalmente su posizioni pacifiste ma inclini ad adottare gli slogan molto virulenti dell’antisraelismo terzomondista. Infine, con il riconoscimento di Israele da parte della Santa Sede, assume posizioni più neutrali.

I partiti di estrema destra e i relativi organi di informazione hanno sempre avuto un orientamento filo-palestinese più legato ad un forte antisemitismo che a una sincera simpatia per il popolo arabo.

Al contrario una politica e un’informazione più obiettiva e meno legata a posizione preconcettuali si è potuta trovare nelle componenti radicali, repubblicane e laico-liberali.

Esempi di tendenza di informazione faziosa sono presenti continuamente nella storia della stampa italiana.

In occasione della liberazione degli ostaggi ebrei a Entebbe nel ’76 "L’Unità" parla di "cinico atto di aggressione da parte israeliana" e il cattolico "l’Avvenire" dà la colpa a Israele che non vuole venire a patti. Ancora una serie di informazioni errate si possono trovare in articoli più recenti: è falso per esempio affermare, come è stato fatto innumerevoli volte, che "gli israeliani hanno chiuso i palestinesi nei campi profughi" o che le risoluzioni 242 e 338 dell’ONU impongono agli israeliani di ritirarsi entro i confini precedenti al ’67 senza condizioni. È falsa l’affermazione secondo la quale "gli ebrei rifiutarono la spartizione del ’47" ("Panorama" del 7/4/91) o che la popolazione cristiana di Gerusalemme è diminuita durante l’amministrazione israeliana ("Panorama" del 10/11/91) o addirittura che le strisce azzurre della bandiera israeliana rappresentano il Tigri e l’Eufrate quali confini ideali dell’espansione sionista ("Venerdì di Repubblica" del 4/4/91) e molti altri esempi se ne potrebbero citare.


Breve glossario

Alià - Termine ebraico (letteralmente: "salita"), che designa l’ immigrazione degli ebrei della Diaspora nella Terra di Israele

Feddajn - Guerriero "volontario della morte". Termine che indica i terroristi arabi che commettono attentati consapevoli di morire nel nome dell’islamismo

Hamas - Organizzazione fondamentalista palestinese che ricorre anche al terrorismo

Hezbollah - Combattente palestinese

Intifada - Termine arabo che indica la rivolta delle pietre scoppiata nei Territori Occupati nel 1987

Kippùr - Giorno di preghiera durante il quale gli ebrei digiunano ed espiano i loro peccati

Likùd - Partito della Destra israeliana

OLP - Organizzazione per la Liberazione della Palestina

Tzahal - Esercito di difesa israeliano


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