La stampa

Questo capitolo si propone di evidenziare, nella maniera più obiettiva possibile, la diffusione, da parte dei quotidiani italiani più letti, di articoli palesemente anti-israeliani. Nell’operare la scelta di questi articoli, abbiamo cercato di valutare le affermazioni riportate con particolare attenzione e oggettività.

La stampa italiana diffonde spesso notizie non rispondenti al criterio di veridicità a cui dovrebbe attenersi e questa parte della nostra ricerca fornisce esempi che non necessitano di commenti.La cattiva informazione può creare gravi conseguenze all’interno di una società; un’informazione strumentalizzata, infatti, influenza l’opinione pubblica in modo parziale, selezionando i fatti seguendo un percorso metodico coerente all’orientamento ideologico del giornalista.

Questa breve raccolta vuole sensibilizzare e stimolare il pubblico verso un maggiore impegno critico ed una più accorata e meno passiva ricezione del messaggio informativo.

Arafat pensa solo a se stesso
Attentato a Hadera: 2 morti, 41 feriti
Il pericolo che prevalga una versione totalmente falsa dei fatti
Sui banchi, a scuola d’Intifada
Monte del Tempio
La protesta dell’ambasciata d’Israele a Roma per il corrispondente Rai Riccardo Cristiano
Sharon, Powell, Bush e Saddam, un cocktail esplosivo
Lettera di commento
Le cinque tribù d’Israele
Il ritorno alla realtà
Siti internet consultabili per avere maggiori informazioni

 

Arafat pensa solo a se stesso

Per comprendere il comportamento di Arafat, bisogna fare qualche passo indietro.

1) Negli anni Settanta Arafat creò un mini-stato palestinese all’interno della Giordania. L’allora re Hussein gli concesse una larga autonomia in alcune zone di frontiera. Ma Arafat volle di più, contando sulla forza della sua milizia Fatah. Dopo una serie di provocazioni, re Hussein fece ricorso al suo piccolo, ma ben addestrato esercito. Sgominò Fatah, ne massacrò i reparti, costrinse i superstiti all’esilio.

2) Negli anni Ottanta Arafat strappò di nuovo un mini-stato, questa volta nel sud Libano. Ottenne mano libera nel combattere Israele, a patto che non coinvolgesse la popolazione locale. Ancora una volta riteneva di possedere una forza militare: il suo "Esercito di Liberazione della Palestina" aveva carri armati e artiglieria, anche se non li sapeva utilizzare molto bene. Ancora una volta violò le promesse. Impose la sua autorità sui libanesi. I quali reagirono con determinazione. Formarono una loro milizia, che aiutò gli israeliani quando questi ultimi, nel 1982, invasero il Libano. Ancora una volta Arafat perse ogni cosa. Il suo esercito venne demolito. I superstiti dovettero cercare rifugio in Tunisia, Iraq, Yemen.

3) Negli anni Novanta, dal suo esilio in terra tunisina, Arafat riuscì a ricostruire la sua organizzazione con il supporto finanziario di Kuwait, Arabia Saudita e gli Emirati del Golfo. Ma quando l’Iraq invase il Kuwait, il 2 agosto 1990, non dimostrò alcuna gratitudine. Si schierò con Saddam Hussein, convinto di una sua vittoria. Centinaia di migliaia di palestinesi vennero espulsi dal Kuwait quando l’Iraq venne sconfitto. L’OLP perse gli aiuti finanziari degli stati del Golfo.

4) Arriviamo ai giorni nostri. Alcuni anni fa, in base all’accordo di Oslo, Arafat riottenne un suo mini-stato a Gaza e in parte del West Bank. Seguirono lunghi e pazienti negoziati culminati nel summit di Camp David, durante il quale il premier israeliano Ehud Barak rischiò la tenuta della sua coalizione offrendogli il 90% del West Bank e parte di Gerusalemme orientale. L’accordo sembrava vicino ad eccezione di un punto: gli 860 metri quadrati del Monte del Tempio a Gerusalemme. La soluzione più ovvia sarebbe stata rinviare la questione. Ma ad Arafat non bastava il 90%. Voleva il 91%, più di quanto Barak gli potesse dare senza essere rovesciato dal parlamento. I suoi consiglieri se ne rendevano conto. Il summit saltò e Clinton ruppe tutte le regole della diplomazia attribuendone pubblicamente il fallimento ad Arafat.

Quali le conclusioni?

Una in primo luogo: emerge un comportamento tipico. Arafat è disposto a giocarsi qualsiasi cosa abbia già ottenuto — uno stato palestinese a Gaza e nel 90% del West Bank — per avere ancora di più.

Secondariamente ricorre alla forza, nonostante i summenzionati precedenti dimostrino che ogni volta, con la forza, ha perduto tutto quanto aveva guadagnato con la diplomazia. Barak si era assicurato l’approvazione mondiale con la sua iniziativa di pace.

La contromossa di Arafat è stata di mobilitare la solidarietà araba, spedendo i suoi ragazzi a tirare sassi contro i soldati israeliani, mentre i suoi poliziotti aprivano il fuoco per forzare gli israeliani a rispondere con il fuoco sotto gli obiettivi della televisione.

Questa strategia non si sarebbe potuta materializzare senza l’eccellente opportunità fornita da Ariel Sharon, che il 27 settembre 2000 ebbe la bella idea di visitare il Monte del Tempio. La radio e la televisione palestinesi incoraggiarono le violenze con espliciti inviti, confermando il carattere non spontaneo della sollevazione.

Sapremo presto se gli eventi del Duemila porteranno a un esito simile a quelli degli anni settanta, ottanta e novanta, se cioè Arafat abbia ancora una volta sbagliato i suoi calcoli esponendosi a una disastrosa disfatta. Rischia la demolizione del suo mini-stato, delle sue forze di polizia e della sua radio-televisione.

L’alternativa è una ripresa negoziale, ma senza più la prospettiva di ottenere una vera pace.

Quale che sia il risultato una cosa sola è sicura: per l’ennesima volta ne viene danneggiato lo sviluppo economico delle aree palestinesi. Gli abitanti continueranno a vivere in povertà. Arafat continuerà a mantenere il suo potere, consapevole che le classi imprenditoriali palestinesi lo liquiderebbero una volta firmato un vero trattato di pace. Questa è la minaccia contro la quale combatte.

Edward Luttwak politologo, già consulente del Pentagono, ex-alunno delle Scuole della Comunità Ebraica di Milano


Attentato a Hadera: 2 morti, 41 feriti

(22 novembre 2000)

Una bomba è esplosa oggi pomeriggio nella città israeliana di Hadera distruggendo un autobus di passaggio su una strada affollata. Almeno due civili israeliani sono rimasti uccisi e 41 feriti, quattro in modo grave. L’esplosione è avvenuta in via Hanasi Weizmann, una delle principali strade della città, all’ora di punta, ed è stata così potente da danneggiare e incendiare anche alcuni negozi vicini. Il primo ministro israeliano Ehud Barak con una dichiarazione in serata ha definito l’attentato "un altro barbaro attacco contro civili israeliani innocenti", e ha aggiunto: "La responsabilità dell’attentato ricade sull’Autorità Palestinese che ha scarcerato terroristi di Hamas e Jihad Islamica e che incoraggia la propria gente ad attaccare gli israeliani. Israele — ha concluso Barak — saprà saldare i conti con esecutori e mandanti dell’attentato".

Israel Radio, Haaretz, 22/11/00


Il pericolo che prevalga una versione totalmente falsa dei fatti

20 novembre 2000 - Dall’editoriale del "Jerusalem Post"

Bombardato da quasi due mesi di notizie su un generico "scoppio delle violenze", il normale osservatore può comprensibilmente pensare che israeliani e palestinesi abbiano improvvisamente iniziato a spararsi a causa di qualche misteriosa forza esterna, magari la luna piena. Qualcuno forse ricorda vagamente che la presunta causa della nuova intifada armata palestinese sarebbe stata una visita del leader del Likud Ariel Sharon al Monte del Tempio. Oggi definire quella visita la causa degli attacchi palestinesi sarebbe come dire che l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria è stata la causa della Prima Guerra Mondiale. In entrambi i casi un atto iniziale così evidentemente sproporzionato rispetto a tutto quello che ne è seguito ha fatto rapidamente capire che la vera causa del conflitto andava cercata altrove. L’intifada originale, per esempio, iniziata nel dicembre 1987, fu scatenata da un banale incidente stradale nel quale trovarono la morte dei palestinesi. I sanguinosi attacchi palestinesi del settembre 1996 furono innescati dall’apertura di una seconda uscita al termine di un tunnel millenario vicino al Muro Occidentale (e che non passava sotto le moschee). In entrambi i casi, come oggi, è chiaro che la vera causa dello spargimento di sangue non era tanto il fatto iniziale quanto una precisa decisione palestinese di attaccare Israele per conseguire tornaconti diplomatici. Prima di Oslo molti osservatori spiegavano che la violenza dei palestinesi costituiva il naturale frutto della mancanza di un processo negoziale (sebbene già dal 1991 i palestinesi fossero coinvolti nel processo avviato con la Conferenza di Madrid). Nel 1996 la violenza palestinese fu spiegata con il fatto che, secondo i palestinesi, il governo Netanyahu aveva abbandonato gli accordi di Oslo. Oggi i palestinesi non possono accampare nè la mancanza di un processo negoziale, nè la presenza in Israele di un governo di destra. I loro propagandisti cercano di minimizzare la portata delle concessioni che Israele era disposto a fare a Camp David. Ma anche questa è una tesi difficile da sostenere quando la stessa Lea Rabin, che Arafat ha definito una grande sostenitrice della pace, ha accusato il primo ministro Ehud Barak di essersi spinto più avanti di quanto il suo defunto marito avrebbe fatto. Semmai sembra esserci piuttosto una correlazione tra flessibilità israeliana e violenza palestinese: nel 1987 i palestinesi attaccarono con le pietre, nel 1996 attaccarono con pietre e un po’ di sparatorie, oggi scatenano vere e proprie battaglie e usano i cecchini. Oggi non è più credibile chi sostiene che Israele non aveva serie intenzioni di arrivare a un accordo di pace che conseguirebbe il più importante obiettivo dichiarato dei palestinesi: uno stato indipendente. E non è credibile chi sostiene che Israele possa avere un qualunque interesse ad abbandonare i negoziati e aggredire i palestinesi. E tuttavia i leaders palestinesi continuano a propinare l’immagine di Israele come di un aggressore di fronte al quale essi devono essere protetti. Il capo dei Servizi di Sicurezza Preventiva palestinese di Gaza Mohammed Dahlan è giunto ad affermare: "Per sette anni abbiamo lavorato per la pace, ma ora gli israeliani vogliono riconquistare i nostri territori; arrivano con carri armati, aerei e missili e ci sparano addosso mentre ce ne stiamo nelle nostre case e nei nostri uffici". Se dovesse trionfare questa stravolta versione orwelliana dei fatti, la prima vittima sarebbe la stessa speranza di pace.


Sui banchi, a scuola d’Intifada

(15/12/2000) I testi usati nelle scuole di Arafat incitano all’odio contro Israele. Alcuni neppure riportano sulle mappe l’esistenza dello stato ebraico. E l’Occidente, Italia compresa, continua a finanziarli.

Scene dell’Intifada di Al Aqsa: i giovani e giovanissimi sono spesso in prima fila nelle manifestazioni e negli scontri. In una riunione segreta tenutasi fra Yasser Arafat e alcuni alti esponenti degli apparati della sicurezza il 5 novembre 2000, il leader palestinese ha annunciato l’assegnazione di un "premio" ai bambini dell’Intifada di Al Aqsa per il successo conseguito con la loro partecipazione ai tumulti e in segno di riconoscenza nei confronti delle vittime. Il premio consiste nell’addestramento dei bambini al tiro con le armi per superare la fase del lancio di pietre durante gli scontri. Diversi gruppi di bambini, a partire dai 10 anni, hanno già iniziato l’allenamento nei poligoni di tiro degli apparati della sicurezza dell’Autorità palestinese. Data l’importanza della loro missione, l’addestramento deve avvenire a un livello più elevato rispetto a quello che i bambini della stessa età hanno ricevuto nei campi estivi durante le ultime vacanze scolastiche.

La fase del tiro delle pietre e quella dell’utilizzo di armi sono il complemento dell’istruzione teorica che i bambini ricevono a scuola, a partire dalle prime classi fino alle superiori. Guardando le trasmissioni della televisione palestinese e consultando i libri di testo utilizzati nelle scuole sottoposte alla giurisdizione palestinese, si comprende come l’educazione alla violenza e all’odio verso Israele e gli ebrei non sia cambiata dall’inizio del processo di pace. I libri scolastici incitano alla Jihad (la guerra santa) e al terrorismo e menzionano i trattati di pace non come accordi che rappresentano una svolta nella storia palestinese, ma come accordi che hanno permesso alle forze palestinesi di entrare nella striscia di Gaza e in Cisgiordania.

Nelle cartine usate nelle scuole palestinesi, d’altronde, non compare il nome dello stato di Israele. Il nome Palestina campeggia su tutta la superficie dello stato di Israele. Le città israeliane vengono rappresentate come città palestinesi. L’industria e l’agricoltura israeliane vengono illustrate come successi palestinesi. I testi scolastici negano qualunque collegamento storico o attuale del popolo ebraico con la terra di Israele. I brani riportati nei libri di testo incoraggiano a tirare pietre contro soldati e cittadini israeliani. Nei libri di scuola e nelle trasmissioni della televisione palestinese Israele e gli ebrei vengono definiti scaltri, truffatori, traditori, sleali, animali selvatici, aggressori, ladri, banditi, nemici, conquistatori, rapinatori, nemici dei profeti e dei credenti. Ecco qualche esempio.

"Sono venuto da te, con la spada in mano... li getteremo in mare... il tuo giorno è arrivato, conquistatore, e così regoleremo i conti. Non ci sono limiti al nostro rancore, con pallottole e pietre". (Poesia recitata da un bambino in un campo estivo, trasmessa alla televisione palestinese il 2 luglio 1998).

"Ogni bambino porta nel cuore la Palestina e in mano una pietra, un fucile e un ramo d’ulivo...". (Televisione palestinese, 14 maggio 1998).

Foto di una donna che sventola la bandiera palestinese e, sullo sfondo, una cartina della Palestina che include l’area dello stato d’Israele. (Educazione palestinese nazionale per il primo anno, p. 11).

Sulla cartina d’Israele figura l’espressione "La nostra terra Palestina". (Educazione palestinese nazionale per il secondo anno, p. 21. La stessa frase appare anche nell’Atlante del Nuovo mondo).

"L’importanza della Palestina deriva dal fatto che Allah la scelse per essere il centro di tutte le religioni. È il luogo in cui nacque Gesù il Nazareno, figlio di Maria, di santa memoria, e in cui Maometto — che la pace e ogni benedizione siano con lui — fece il suo viaggio... Migliaia di cristiani sono venuti in Palestina per ottemperare ai propri doveri religiosi... Turisti di tutto il mondo arrivano in Palestina per visitare i luoghi santi... I musulmani vengono per visitare il primo Kiblah... I cristiani vengono per visitare Betlemme, dove nacque il Messia, e la chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme...". (Educazione palestinese nazionale per il quarto anno, p. 5, pagina 23). Non vengono menzionati i luoghi sacri agli ebrei.

"Ricordate che l’inevitabile risultato finale sarà la vittoria dei musulmani sugli ebrei". (La nostra lingua araba per il quinto anno, p. 67).

"Chi è il ladro che ha diviso il nostro paese?". (La nostra lingua araba per il sesto anno, p. 15).

"Perché gli ebrei odiano l’unità dei musulmani e vogliono creare divisione tra loro? Fornite un esempio delle malvagità compiute dagli ebrei prendendo ispirazione dai fatti accaduti oggi". (Educazione islamica per il settimo anno, p. 19).

"Gli ebrei sostengono che questo è uno dei luoghi di loro proprietà e lo chiamano "il muro del pianto", ma non è così". (Racconti e testi letterari per l’ottavo anno, p. 103).

"È giunta l’ora di sguainare la spada. Gli assassini sono in azione a Gerusalemme". (Al-Mutalaa’ Wa Al-Nasus Al-Adabiyah’ per l’ottavo anno, p. 120).

"Gli esempi più palesi di dottrine razziste e discriminazione razziale in tutto il mondo sono il nazismo e il sionismo". (La storia moderna degli arabi e del mondo, p. 123).

Una canzone di lode dedicata a chi tira le pietre (Al-Mutalaa’ Wa Al-Nasus Al-Adabiyah’ per il nono anno, p. 146-148).

"Scrivete sul quaderno: "Un episodio che illustra il fanatismo degli ebrei in Palestina contro i musulmani o i cristiani"". (Educazione islamica per il nono anno, p. 182).

"Bisognerebbe combattere Israele con l’aumento demografico che, agli occhi di Israele, rappresenta un pericolo per la sua esistenza. Nei prossimi vent’anni bisognerebbe pertanto aumentare il tasso di natalità tra i palestinesi". (Società palestinese per l’undicesimo anno, p. 29).

In questo modo, anziché venire preparati per le sfide della scienza e della tecnologia del terzo millennio, i bambini palestinesi vengono indottrinati e spediti in missione nei violenti tafferugli per le strade. Anche grazie ai finanziamenti concessi dall’Occidente: solo per fare un esempio, la Gran Bretagna ha donato 13 milioni di sterline, mentre l’Italia ha contribuito con 2,5 milioni di dollari. Il Giappone, i paesi dell’Europa occidentale, l’Unione Europea, la Banca mondiale e l’Unesco forse non sanno che stanno sovvenzionando libri di testo e finanziando una scuola che incitano i bambini alla violenza.


Monte del Tempio

Settembre 2000

Se Gerusalemme sta al centro del contenzioso, il Monte del Tempio sta al centro di Gerusalemme e su di esso pare essersi incagliato il negoziato israelo-palestinese. Così è stato, per lo meno, nel vertice a tre di Camp David (11-24.07.00). Così pare sia andata, di nuovo, negli incontri bilaterali a New York a margine della sessione dell’Assemblea Generale dell’Onu per il millennio. "Nei negoziati con siriani e palestinesi e con il ritiro dal Libano — ha dichiarato il primo ministro israeliano Ehud Barak dal podio delle Nazioni Unite (6.09.00) — il mio governo ha dimostrato di saper prendere decisioni dolorose in nome della pace. Ma resta da capire se anche i nostri interlocutori sono all’altezza di questo momento storico". Dubbio legittimo, condiviso ormai anche dai mediatori americani e da altri governi, in Europa e forse anche in Medio Oriente. Basta mettere a confronto i due interventi all’Onu: mentre Barak riconosceva che "Gerusalemme è sacra anche per cristiani e musulmani di tutto il mondo ed è prediletta dai palestinesi", il presidente dell’Autorità palestinese Yasser Arafat parlava di Gerusalemme come della "culla di Cristo" e del luogo del viaggio di Maometto al cielo, senza fare alcun accenno ai legami degli ebrei con la città. È da tre mesi che Barak va ripetendo di essersi spinto "molto avanti" nei colloqui di Camp David, soprattutto sulla questione di Gerusalemme. "Ma — aggiunge — da allora non abbiamo visto alcun segno di flessibilità o di apertura da parte palestinese" (3.09.00). Anzi, dopo Camp David la posizione di Arafat sarebbe andata retrocedendo. "Ho la sensazione — ha spiegato Barak (Haaretz, 6.09.00) — che egli si stia atteggiando sempre più a Guardiano dei Luoghi Santi". Eppure, ha spiegato il ministro degli esteri israeliano Shlomo Ben-Ami al giovane re del Marocco, presidente della Conferenza Islamica per Gerusalemme (Politika, 5.09.00), "il conflitto tra israeliani e palestinesi non è di natura religiosa. Arafat sta cercando di trascinarci in una disputa religiosa sulla questione del Monte del Tempio, ma commette un grosso errore se vincola la soluzione di tutto il problema palestinese e del conflitto mediorientale alla questione simbolica di una moschea. Certo, i simboli sono importanti. Per questo stiamo cercando di trovare una soluzione che garantisca la situazione attuale, che funziona, pur dando soddisfazione a entrambe le parti sul piano dei simboli". Per capire dunque quest’ultimo nodo del contenzioso, dobbiamo concentrare l’attenzione su una questione di simboli e di sovranità. Collocato nel cuore di Gerusalemme, all’interno della cerchia di mura della Città Vecchia, il Monte del Tempio è un’altura sulla cui sommità sorgevano sia il Primo Tempio, distrutto dai babilonesi nel 587 a.e.v., sia il Secondo Tempio, distrutto da Tito nel 70 e.v. Secondo la tradizione ebraica, il Monte del Tempio è anche il luogo dove fu creato il primo uomo e dove il patriarca Abramo si recò per il "sacrificio" di Isacco. In realtà si tratta di un monte che da tempo ha perso la forma del monte. Alla sua sommità si estende una vasta spianata creata da Erode il Grande nel I secolo a.e.v. quando fece ampliare i cortili del Tempio, sostenendoli con enormi contrafforti laterali. Ciò che resta di uno di questi contrafforti, sul fianco ovest del monte, è diventato nei secoli il fulcro della nostalgia e dell’aspirazione al riscatto del popolo ebraico. Oggi è noto come Muro Occidentale (o Muro del Pianto). Benché gli ebrei avessero perso l’indipendenza prima del 70 e siano rimasti presenti nella loro terra anche dopo quell’anno, la distruzione del Tempio assurse a simbolo della perduta libertà e dell’inizio dell’esilio. Nel 638 Gerusalemme è conquistata dai musulmani. Sul Monte, che gli arabi chiamano Haram Al-Sharif, il califfo Omar fa costruire una moschea destinata a diventare la moschea di Al Aqsa. Nel 691 il califfo Abd al-Malik fa costruire un secondo monumento, la Cupola della Roccia, nel luogo dove secondo la tradizione islamica Maometto, giunto dalla Mecca su una cavalcatura alata, ascese per un viaggio in cielo. Quasi tutti gli archeologi ritengono che la cupola sia stata costruita più o meno nel punto dove prima sorgeva il Tempio ebraico. E questo potrebbe essere proprio il motivo per cui fu edificata esattamente in quel punto, secondo la stessa logica di conquista per cui i romani proprio in quel punto avevano edificato un tempio a Giove. Nel 1948 gli ebrei d’Israele riacquistano l’indipendenza, ma perdono nei combattimenti la Città Vecchia. Il Monte del Tempio e il Muro Occidentale restano al di là del filo spinato che divide in due Gerusalemme. Per quasi vent’anni gli ebrei d’Israele e del resto del mondo non hanno potuto visitare nè pregare nei luoghi che da tre millenni venerano come più cari e densi di significato. La situazione cambia radicalmente il 7 giugno 1967. "Har habayit beyadenu" ("Il Monte del Tempio è nelle nostre mani"). Con queste parole quella mattina il comandante Motta Gur comunicava al generale Uzi Narkiss che i suoi paracadutisti, penetrati nella Città Vecchia, erano giunti al Muro Occidentale e alla spianata delle moschee. In quelle tre parole era riassunto il sollievo di un intero popolo per il pericolo scampato e l’euforia per la brillante vittoria: gli ebrei, non più deboli e alla mercè del potere altrui, avevano saputo salvarsi e riprendere il controllo del luogo che si identificava con i concetti stessi di dignità e libertà. Nel giro di pochi giorni, tuttavia, il significato di quelle tre parole diventerà molto relativo. Già nel pomeriggio del 7 giugno il ministro della difesa Moshè Dayan ordinava che fosse tolta la bandiera israeliana che un soldato aveva issato sulla Cupola della Roccia. Dieci giorni dopo, seduto alla beduina sui tappeti della moschea di Al Aqsa, Dayan annunciava ai rappresentanti religiosi musulmani che i soldati israeliani avrebbero lasciato il Monte del Tempio. Israele avrebbe continuato a esercitare il controllo sulla sicurezza, ma dall’esterno della spianata. All’interno, nella moschea e nella Cupola della Roccia, il controllo sarebbe rimasto di fatto nelle mani delle autorità islamiche, senza che nessun israeliano in uniforme venisse a interferire. Era nato il nuovo status quo. Il Monte sarebbe rimasto un luogo musulmano. Naturalmente ogni cittadino israeliano avrebbe potuto visitarlo, ma non sarebbe diventato un luogo di culto ebraico e il governo rinunciava a esercitare un controllo diretto. Il 28 giugno 1967 Israele decretava Gerusalemme città unita, capitale dello stato di Israele. Ma la spianata delle moschee sul Monte del Tempio, da allora e fino ad oggi, ha continuato a godere di una sorta di tacita extraterritorialità. Intanto Israele garantiva piena libertà di accesso per tutti alla Città Vecchia, con i suoi luoghi venerati dalle tre religioni, compreso naturalmente il Muro Occidentale. Questa politica trovò sostegno anche da parte delle autorità religiose ebraiche. Con una dichiarazione dello stesso anno, poi ribadita numerose volte, il rabbino capo d’Israele e decine di eminenti personalità religiose plaudivano al ritorno del Monte del Tempio sotto il controllo d’Israele, ma ammonivano gli ebrei di non mettervi piede. Non conoscendo l’esatta ubicazione del Tempio, infatti, un ebreo che si recasse sulla spianata potrebbe inavvertitamente trovarsi nel luogo dove sorgeva la parte più interna del Tempio, il Santo dei Santi, contravvenendo in questo modo a un preciso divieto religioso. Scrive Gershom Gorenberg sul "Jerusalem Report" (14.08.00): "Ne risultò una sorta di compromesso territoriale, una divisione di fatto dei luoghi santi. Dal punto di vista morale, questa politica costituiva una cambiamento rispetto alla vecchia logica della conquista. Da un punto di vista pragmatico, Israele accettava che il proprio potere sovrano conoscesse dei limiti, sebbene non definiti, nei luoghi santi di Gerusalemme". Da 33 anni, dunque, il Monte fa parte per legge dello Stato di Israele, ma è gestito autonomamente dal Waqf, l’autorità religiosa islamica, guidata da un muftì prima nominato dai giordani, oggi dall’Autorità palestinese. Ufficialmente le leggi israeliane si applicano pienamente anche al Monte del Tempio. In pratica, il governo di Israele si limita a monitorare le attività del Waqf in quel luogo per quanto riguarda pratiche di culto, costruzioni, progetti, scavi archeologici. Dal canto loro, le autorità islamiche ufficialmente negano qualunque contatto con il governo israeliano, mentre in realtà concordano con esso gran parte della gestione del Monte. Questa situazione ha garantito per oltre tre decenni buoni livelli di coesistenza e di cooperazione. In pratica funziona, tant’è che anche i rapporti tra governo israeliano e luoghi santi cristiani sono stati impostati nello stesso spirito e con risultati analoghi. Fonti israeliane citate da "Haaretz" (30.08.00) fanno capire che Israele è disposta a prendere in considerazione idee anche molto "creative" circa la questione della sovranità sul Monte del Tempio. Questione in gran parte simbolica, se si considera come le cose funzionano già da tempo nella pratica. E in effetti, di idee creative ne sono circolate parecchie. Per quanto se ne può sapere, spiega Akiva Eldar su "Haaretz" (30.08.00), "Barak non insiste nel perpetuare la sovranità israeliana su tutto il Monte del Tempio e su tutti gli altri 320 luoghi religiosi sparsi nella sacra area di Gerusalemme. Pur di disinnescare la bomba simbolica della sovranità, Barak è disposto a discutere con Arafat di sovranità divisa, funzionale, sospesa ecc. È disposto persino a chiamare in causa la sovranità divina". Anche i mediatori americani si sarebbero prodigati nel formulare fantasiose ipotesi di soluzione, arrivando a ipotizzare una suddivisione del Monte del Tempio in quattro aree, con diverse forme e gradi di sovranità e controllo. Il problema è che Arafat continua a respingere qualunque proposta che non gli riconosca sovranità e controllo completi su tutta la parte est di Gerusalemme, Monte del Tempio compreso. "E così — continua Akiva Eldar — intrepidi capi arabi che hanno guidato la loro nazione lungo il tortuoso cammino verso l’indipendenza sembrano pronti a giocarsi tutto quello che hanno fin qui ottenuto pur di accaparrarsi simbolicamente un luogo dove già ora nessun poliziotto israeliano mette piede. Sembra che i palestinesi non vogliono tanto la sovranità sul Monte del Tempio, quanto piuttosto che vogliano impedire agli ebrei di averne anche solo un briciolo". "Non sia mai — ironizza Zvi Barel ("Haaretz", 1.09.00) — che un musulmano saudita o iraniano in pellegrinaggio verso la moschea di Al Aqsa debba sopportare la vista lungo il proprio cammino di un ebreo in divisa da soldato". Conclude amaramente Akiva Eldar: "Sovranità fittizie, modifiche ai confini della municipalità di Gerusalemme, tutto si può discutere. Ma finché mancherà da parte dei nostri vicini la profonda comprensione del legame che unisce gli ebrei a Gerusalemme, qualunque accordo sulla ‘fine del conflitto’ sarà per loro solo un altro giro di parole da accettare provvisoriamente, in attesa di poter chiudere definitivamente i conti con gli ‘invasori’ ebrei".


La protesta dell’ambasciata d’Israele a Roma per il corrispondente Rai Riccardo Cristiano

(18/10/2000)

Oggi l’Ambasciatore d’Israele in Italia, Yehuda Millo ha presentato una dura protesta al Presidente della RAI, il dott. Roberto Zaccaria, in merito all’appello "agli amici palestinesi" inviato dal corrispondente della RAI in Israele Riccardo Cristiano al quotidiano palestinese "Al Hayat Al Jadida", pubblicato il 16 ottobre u.s. Nell’appello Cristiano mette in evidenza che "gli eventi — ossia il linciaggio dei due riservisti israeliani a Ramallah del 12 ottobre — non sono stati ripresi dalla rete televisiva italiana ‘ufficiale’, mentre noi rispettiamo sempre le procedure giornalistiche in Palestina". L’Ambasciatore ha aggiunto che questo gesto di Cristiano getta una lunga ombra sulla credibilità dei Suoi e di altri corrispondenti presenti nella nostra regione.

L’appello di Riccardo Cristiano apparso sul quotidiano palestinese di Ramallah "Al Hayat Al Jadida" del 16 ottobre 2000

Chiarimenti speciali dal rappresentante italiano della rete televisiva ufficiale italiana.

Miei cari amici di Palestina, ci congratuliamo con voi e crediamo che sia nostro compito mettervi al corrente degli eventi che hanno avuto luogo a Ramallah il 12 ottobre. Una delle reti private italiane, nostra concorrente, e non la rete televisiva ufficiale italiana RAI, ha ripreso gli eventi; quella rete ha filmato gli eventi. In seguito la televisione israeliana ha mandato in onda le immagini così come erano state riprese dalla rete italiana e in questo modo l’impressione del pubblico è stata che noi, cioè la RAI, avessimo filmato quelle immagini.

Desideriamo sottolineare che le cose non sono andate in questo modo perché noi rispettiamo sempre e continueremo a rispettare le procedure giornalistiche dell’Autorità Palestinese per il lavoro giornalistico in Palestina e siamo attendibili per il nostro lavoro accurato.

Vi ringraziamo per la vostra fiducia e potete stare certi che questo non è il nostro modo d’agire (ossia nel senso che non lavoriamo come le altre reti televisive). Non facciamo e non faremo cose del genere.

Vi preghiamo di accettare i nostri migliori auguri.

Riccardo Cristiano

Rappresentante della rete ufficiale italiana in Palestina


La Stampa (19 ottobre) Scontro Rai-Mediaset

Mentana: siete dei delatori, dobbiamo ritirarci dai Territori

Maria Teresa Meli

Mercoledì ore 13: Enrico Mentana fa scoppiare la bomba. Il direttore del TG5 va in video e accusa il corrispondente della Rai dai Territori, Riccardo Cristiano (lui però non ne fa il nome), di aver compiuto una "grave delazione" perché in una lettera pubblicata l’altro ieri dal quotidiano "Al Hayat al Jadida", rivolgendosi "ai cari amici della Palestina", spiegava che la tv pubblica non aveva responsabilità alcuna per il filmato del linciaggio dei due riservisti israeliani, visto che quelle immagini erano state riprese dalle tv private.

(…) Il direttore del TG5 legge le poche righe di quella missiva che ha il sapore di una giustificazione: Cristiano, dopo essersi appellato ai "cari amici della Palestina", sottolinea, tra l’altro, di aver sempre rispettato le regole dell’Autorità palestinese sul’informazione. E si apre il "caso" nel "caso". Che cosa significa? Che dai Territori la tv di stato manda in onda solo le immagini con il "visto" dei palestinesi?

(…) Ormai è polemica, anche perché l’ambasciatore d’Israele in Italia, Yehuda Millo, ha protestato duramente e formalmente per quella lettera che "getta una lunga ombra" sulla credibilità degli inviati Rai. È costretto a intervenire anche Dini. "Mi auguro che le parole del giornalista non abbiano influenza", dice il ministro degli esteri. Circoscrivere il caso non è più possible. L’altro ieri, a viale Mazzini avevano tentato di farlo. Il primo a venire a sapere di quelle poche righe scritte da Cristiano era stato il capo dell’ufficio di corrispondenza Claudio Accardi. era stato lui ad avvertire la Rai. Celli si era arrabbiato non poco. "Così — si era sfogato — facciamo la figura di quelli che mandano in onda solo le immagini che ci danno i palestinesi, e non è vero!".

(…) Così si arriva a ieri mattina: Cristiano è stravolto, ma non sa quello che sta per piombargli addosso. Agli amici spiega che "quella lettera non era stata scritta per essere pubblicata". Ma parrebbe che sul quotidiano palestinese sia apparsa come inserzione a pagamento. "Dopo le immagini sul linciaggio — racconta Cristiano ad alcuni colleghi — ho ricevuto delle telefonate sgradevoli, delle pressioni. per noi della Rai diventava sempre più difficile lavorare in quelle condizioni. Allora ho scritto quelle poche righe".

(…) Nel frattempo, in Italia, il "caso" assume anche una valenza politica. Il Polo parte all’attacco: Rai e sinistra antisemite, è la parola d’ordine.

(…) Il forzista Antonio Tajani accusa la sinistra e la tv di stato di "alimentare sentimenti antisemiti".


Sharon, Powell, Bush e Saddam, un cocktail esplosivo

Pubblicato nella rubrica "Punti di vista" di Io, donna del 17 febbraio 2001 a firma Lilli Gruber

La vittoria di Ariel Sharon è l’ultimo elemento che mancava allo scenario di una nuova, grave crisi mediorientale. Il falco di Gerusalemme arriva al potere in un momento di violenti scontri tra palestinesi ed israeliani, di congelamento del processo di pace, di montante rabbia del mondo arabo, di un ritorno in auge di Saddam Hussein e all’indomani dell’arrivo alla Casa Bianca di un presidente che ama le maniere forti per risolvere i problemi. Quelle di Sharon sono note. Prima colpisce, poi riflette: l’invasione del Libano nel 1982, il massacro di Sabra e Chatila, la passeggiata sulla spianata delle moschee che ha scatenato la nuova intifada.

È un provocatore nato, sicuro della forza militare israeliana, sicuro anche del fatto che Washington non lo rimprovererà mai di aver usato la forza per garantire la cosiddetta sicurezza dello stato ebraico.

Come già aveva fatto nel 1969 a Gaza, Sharon andrà a cercare nel cuore dei territori palestinesi quelli che definisce "i terroristi". E li eliminerà. Non corre molti rischi: i Paesi arabi vicini sono oggi incapaci di rappresentare una vera minaccia per Israele, perché indeboliti dalla cattiva organizzazione delle forze paramilitari e dal deterioramento dell’autorità morale del loro leader Arafat, corrotto e screditato. L’unica preoccupazione: l’opinione pubblica. Sharon e gli Usa faranno allora ricorso alla classica teoria del "diversivo" e il bersaglio sarà ancora Saddam Hussein. Il neosegretario di Stato, Colin Powell, ha già annunciato: "Saddam non ci sarà più fra qualche anno: noi siamo in una posizione di forza, lui di debolezza". E mettendo le mani avanti per un’eventuale operazione militare, ha aggiunto: "Gli iracheni minacciano i loro vicini". Uno scenario possibile, già studiato dai militari americani, sarebbe la conquista dei pozzi di petrolio nel nord e nel sud dell’Iraq. Un colpo letale contro Saddam, con il vantaggio di privarlo della sua risorsa più importante, di neutralizzare l’unico paese arabo ancora in grado di contrastare Israele, di spostare l’attenzione mentre Sharon impone la sua legge ai palestinesi; e per Bush il giovane sarebbe l’occasione per finire la missione iniziata da suo padre dieci anni fa.


Lettera di commento

all’articolo "Sharon, Powell, Bush e Saddam, un cocktail esplosivo". Pubblicato nella rubrica "Punti di vista" di Io, donna del 17 febbraio 2001

Cara Signora Gruber,

Ricorderà, immagino, il nostro incontro a Gerusalemme circa un anno fa in occasione della visita del Papa. Ebbi allora il piacere di commentare al Suo fianco quello storico avvenimento per la televisione italiana.

Di passaggio in Italia in questi giorni ho avuto occasione di leggere il Suo "Punto di vista" a pag. 36 del numero 7 (17.2.2001) di Io Donna, intitolato: "Sharon, Powell, Bush e Saddam: un cocktail esplosivo". Mentre condivido senz’altro il titolo ironico del Suo intervento, dandoLe atto anche di avere correttamente anticipato l’attacco aereo americano in Irak, trovo peraltro piuttosto inesatti e fuorvianti gli altri contenuti, e soprattutto lo spirito del Suo articolo.

Il suo, in realtà, è soprattutto un attacco a Sharon, un personaggio politico che ha indubbiamente molte pecche ma che non può essere gratuitamente accusato anche di quelle che non ha commesso. L’invasione del Libano nel 1982 è stata voluta da Sharon, ma il massacro di Sabra e Shatila è stato perpetrato dalle Falangi Cristiane come atto di ritorsione all’uccisione del loro dirigente Bashir Gemayel da parte musulmana.

Quanto alla recente passeggiata di Sharon sulla spianata delle moschee a Gerusalemme (che, è bene ricordarlo, è anche la spianata del Tempio ebraico) si è trattato di un gesto politicamente inopportuno ma non di un atto illegittimo. Nel momento in cui il governo israeliano di Barak stava per concedere il controllo di una parte di Gerusalemme ai Palestinesi, Sharon ha voluto mettere alla prova la tesi che la città seppur divisa dovrà rimanere aperta. L’intifada che si è scatenata in reazione alla passeggiata ha purtroppo dimostrato l’infondatezza di tale tesi. Si è trattato in realtà di un pretesto per iniziare una sollevazione popolare contro le modalità dell’attuale (e per il momento defunto) processo di pace che sarebbe comunque esplosa ben presto per qualche altra causa occasionale. Ed è proprio grazie all’intifada e all’acume politico di Arafat che il governo della colomba Barak è caduto e il falco Sharon è stato eletto al suo posto, in segno di protesta, dagli Israeliani.

Ma l’aspetto meno accettabile del Suo articolo è quel suo uso allusivo della parola cosiddetto. "la cosiddetta sicurezza delle Stato ebraico", e delle virgolette : "quelli che [Sharon] definisce "i terroristi"." Quanto all’ultimo bombardamento all’Irak di Saddam Hussein, fino a prova contraria gli autori sono stati Bush e Powell. Per Sharon si tratta tutt’al più di un processo alle intenzioni.

La parola cosiddetto, le virgolette, e i processi alle intenzioni fanno parte di un armamentario di vecchie e trite tecniche propagandistiche che sconvolgono i criteri fondamentali dell’informazione, e che mi dispiace vedere utilizzate da una giornalista esperta e seria come Lei. La sicurezza rappresenta per Israele un problema ben reale, come dimostrano anche in questi ultimi giorni le conseguenze tragiche del terrorismo arabo (senza virgolette).

Sperando di rivederLa presto a Gerusalemme, e con molti cordiali saluti,

Sergio Della PergolaMilano, 25 Febbraio 2001

Il prof. Sergio Della Pergola, docente di Demografia all’Università Ebraica di Gerusalemme, è ex-alunno della Scuola Ebraica


Le cinque tribù d’Israele

di Wlodek Goldkorn - Il Foglio 6/2/2001

"Cinque tribù" che non si amano oggi eleggono il premier d’Israele Limes, la rivista italiana di geopolitica, è in edicola da oggi con "Israele/Palestina, la terra stretta", un volume dedicato interamente alla situazione mediorientale che esce il giorno delle elezioni a Gerusalemme.

Pubblichiamo ampi stralci dell’articolo di Wlodek Goldkorn sulle "cinque tribù" di Israele.

Calzoncini corti, sandali ai piedi, una maglietta, e in testa un deforme berretto color kaki, detto "kova tembel" ("berretto da scemo"): così, fino a pochi anni fa, veniva raffigurato lo stereotipo dell’israeliano nelle vignette dello Yedioth Ahronoth, il più diffuso giornale di Tel Aviv.

Un israeliano certamente ingenuo, simpatico, innocuo, ma che sapeva essere forte quando occorreva combattere per la sopravvivenza.

Questo stereotipo esisteva anche nella realtà? È difficile dare una risposta.

Certamente corrispondeva ai sogni dei padri del movimento laburista sionista, per i quali la colonizzazione della Palestina - Eretz Israel non serviva solo a dare una patria a "un popolo senza patria", ma anche e soprattutto a creare "un ebreo nuovo", lontano mille miglia dal suo (brutto) parente diasporico.

Un ebreo che parlava l’ebraico e non uno di quei corrotti vernacoli della disgrazia come lo yiddish, che si dedicava all’agricoltura e ai lavori manuali e non al commercio minuto, che sapeva combattere da soldato, e che era un socialista, uno che sopra l’interesse privato poneva sempre quello del collettivo a cui apparteneva (Kibbutz, movimento politico, partito). Di tutto questo nell’Israele del 2001 non c’è più traccia.

(…) Nello Stato ebraico si parlano tutte le lingue della diaspora (accanto all’ebraico), soprattutto il russo. Gli agricoltori sono pochissimi, a eccezione dei braccianti, per lo più arabi e immigrati (…).

Il servizio militare lo fa solo la metà di coloro che sono chiamati.

Gli operai edili, una volta aristocrazia del movimento dei lavoratori sionista, sono romeni clandestini. E soprattutto si è sfilacciato l’ethos unificante della società israeliana.

Tra la riva del Mediterraneo e il fiume Giordano c’è una Babele di lingue, comportamenti, valori, e una miriade di microidentità. Tanto che si può oggi parlare, dal punto di vista geopolitico, di almeno quattro Israele. A cui va aggiunto il quinto: quello dei russi. I quali tuttavia non costituiscono una realtà geopolitica definita: sono sparpagliati un po’ ovunque.

(…) La Russia in Israele. Per russi si intendono non solo gli immigrati dalla Russia vera e propria, ma tutti coloro che a partire dagli anni 70 arrivarono dall’ex Urss. Le ondate migratorie sono due.

La prima risale agli anni 70, periodo in cui il regime di Breznev, cedendo alle pressioni americane, permise a un certo numero di ebrei di lasciare il paese. La maggior parte finì negli Usa (…).

In Israele, tra il 1972 e il 1979, ne arrivarono poco più di 157 mila. Erano per lo più persone dotate di motivazioni ideologiche, di una forte identità ebraica, gente disposta a rischiare l’emarginazione in un regime, quello sovietico, il quale non tollerava che qualcuno avesse l’intenzione di andarsene via, e per di più verso un paese (Israele) considerato una pedina dell’ "imperialismo americano".

Coloro che arrivarono nel quadro di questa ondata migratoria presto trovarono un posto nella società israeliana, anche perché avevano voglia di integrarsi e di ricominciare la vita daccapo (…).

La seconda ondata corrisponde alla fine del regime di Gorbacev e alla conseguente dissoluzione dell’Urss.

Tra il 1990 e il 2000 sono arrivate in Israele dall’ex Unione Sovietica circa 860 mila persone, che rappresentano quasi il 15 per cento della popolazione, in un paese che conta circa 6 milioni di abitanti (…).

Soprattutto: in questi ultimi 10 anni, la motivazione principale (con poche eccezioni) per lasciare l’Urss - Russia non è più stata nè una questione d’identità nè tantomeno l’adesione ai valori del movimento sionista.

Coloro che sono andati via dall’ex impero rosso volevano semplicemente fuggire la fame, il deterioramento delle condizioni di vita, la mancanza di prospettive.

Israele, per chi potesse vantare un lontano ascendente ebreo (un bisnonno) o un parente (marito, moglie ma anche un cognato) era un paese ideale per immigrare perché garantiva cittadinanza e diritti sociali al momento di scendere dall’aereo.

Insomma, Israele ha subito un massiccio flusso di una popolazione cresciuta nei valori del patriottismo granrusso più che in quelli comunisti, una popolazione spesso non ebraica e che ha voluto preservare la lingua e la cultura russe (giornali, teatri, riviste).

È gente che della realtà del Medio Oriente, per quanto la cosa possa sembrare paradossale, non si interessa.

Al massimo, la percepisce attraverso il filtro della cultura imperiale e imperialista russa.

L’amore per i leader forti e l’odio verso gli arabi derivano da tale cultura.

Questa ondata migratoria ha abbattuto un tabù della politica interna israeliana: ha costituito un partito di nuovi immigrati, che difende i loro interessi materiali, ma il cui linguaggio e il cui immaginario sono più appropriati a Mosca che non a Tel Aviv.

Che il capo di questo partito (Israel BaAliya) sia Natan Sharansky, leader storico del sionismo russo degli anni 70, e non un personaggio dell’ultima ondata, è dovuto al fatto che Sharansky non era riuscito a integrarsi nella vecchia élite politica israeliana e ha quindi deciso di cavalcare la politica russa, seppur nello Stato ebraico.

La Riva dei Filistei

Ma torniamo (…) ai quattro Isreale.

Il primo lo possiamo definire, paradossalmente, la Riva dei Filistei.

È la fascia costiera che va da Ashkelon nel Sud fino a oltre Haifa e al confine con il Libano, al Nord.

Il paradosso sta nel fatto che nella tradizione biblica i Filistei sono i nemici, non solo nella lotta per il controllo del territorio, ma soprattutto dal punto di vista dei valori: sono idolatri, pagani, permissivi nei costumi sessuali (spesso letalmente lascivi: Dalila che seduce Sansone per portarlo alla morte), commercianti.

Probabilmente esiste un genius loci, perché la descrizione un po’ schematica e caricaturale dei Filistei corrisponde al modo di vita degli israeliani che vivono in quei luoghi.

La popolazione della Riva dei Filistei è concentrata soprattutto in due aree metropolitane: Tel Aviv e Haifa.

Nella prima abitavano, al 31 dicembre 1998, 2 milioni 652 mila persone, nella seconda, 842 mila.

Si tratta quindi della maggioranza della popolazione dello Stato ebraico.

E alle due aree metropolitane vanno poi aggiunte città di qualche decina di migliaia di abitanti, da Ashkelon a San Giovanni d’Acri (Akko) e Natanya con i suoi 150 mila abitanti.

A questa cifra vanno però sottratti i 134 mila abitanti di Bnei Brak, nei pressi di Tel Aviv, un’enclave di ebrei ortodossi nel cuore della Riva dei Filistei.

Gli abitanti della Riva dei Filistei non sono ovviamente omogenei dal punto di vista etnico: appartengono a tutti gli strati delle varie ondate migratorie che arrivano in Palestina fin dall’inizio dell’impresa sionista, più di 100 anni fa.

Li contraddistingue invece lo stile di vita: occidentale, laico, pragmatico (…).

Tel Aviv è anche l’unico luogo in Israele in cui la popolazione non cresce (…).

L’area metropolitana di Tel Aviv è uno dei più importanti centri mondiali di HiTech, la città assomiglia per molti versi a una Manhattan in miniatura — funziona 24 ore su 24 e non chiude mai i battenti.

Oltre a elementi di Silicon Valley e di New York, nell’area di Tel Aviv c’è pure un forte spirito "riminese": discoteche, spiagge, divertimento come credo di vita e come risorsa economica.

Diverso, ma non del tutto dissimile, il panorama dell’area di Haifa: è una metropoli di tradizioni rosse e socialiste, fortemente laiche (l’unica città in cui gli autobus viaggiano di sabato), una volta sede di industrie importanti e di un porto (che ora è stato sostituito da quello di Ashdod, a Sud di Tel Aviv).

Gli abitanti della Riva dei Filistei, soprattutto dell’area di Tel Aviv, sono più ricchi che nel resto del paese.

Infatti, mentre nel 1998, secondo le statistiche ufficiali, il 18 per cento della popolazione israeliana viveva "in povertà" a Tel Aviv città i "poveri" erano il 12,9 per cento, ad Haifa il 12,8 per cento.

Dal punto di vista politico gli abitanti della Riva dei Filistei sono più di sinistra che di destra, ma soprattutto sono poco sensibili alle sirene del Grande Israele, anche se i partiti di destra sono abbastanza presenti.

E poi una buona parte della popolazione è legata a Shas, il partito degli ebrei di provenienza o discendenza maghrebina, che alle elezioni del 1999 ha ottenuto il 13 per cento dei voti (…) .

Si tratta di una formazione che cerca di organizzare dalla culla alla bara la vita del pubblico a cui si rivolge: dagli asili nido alle scuole materne ai licei, all’aiuto ai più bisognosi.

E che, radicata nei quartieri più poveri e in alcune città meno sviluppate (ad Ashkelon i poveri sono il 17,3 per cento) della Riva, combatte lo strenuo laicismo dei suoi abitanti, propugnando il ritorno alle "sane tradizioni dell’ebraismo", al cibo kasher, al rispetto del sabato (…).

Le Porte del Paradiso. Il secondo Israele è quello che le leggi della Torà le rispetta e che è dedito allo studio delle Sacre Scritture.

Lo possiamo chiamare Porte del Paradiso.

Si tratta di ebrei ultraortodossi: abitano in alcuni quartieri di Gerusalemme (dove nella parte ebraica, che conta circa 430 mila abitanti, sono la maggioranza), nell’enclave di Bnei Brak (134 mila abitanti), nell’area di Tel Aviv e nella cittadina di Zfat (poche migliaia di persone) in Galilea, patria d’elezione dei Kabalisti.

Dal punto di vista politico li rappresenta una lista chiamata Giudaismo della Torah (3,7 per cento dei voti nel 1999) : è una federazione di esponenti e delegati delle varie corti chassidiche, che opera più come lobby che non come un partito vero.

Coloro che abitano Israele in quanto Porta del Paradiso non sono sionisti. Anzi spesso si oppongono al sionismo, in quanto è compito del Messia ricostruire il Regno di David. Essi sono esentati dal servizio militare, non guardano la tv (proibita). Vivono in una specie di mondo chiuso (…).

Tutta la loro esistenza è regolata dalle leggi dell’ortodossia e incanalata in istituzioni il cui scopo è preservare la separazione tra i veri credenti e il resto del mondo.

Perfino l’architettura dei loro quartieri e della città di Bnei Brak esprime la chiusura: poche finestre, piccole e se possibile rivolte all’interno, ai cortili.

La massima aspirazione dei maschi è lo studio (…) a scapito del lavoro. Ragione per cui nella loro roccaforte di Bnei Brak i poveri sono il 35,2 per cento della popolazione; segue Gerusalemme con il 33,4.

Il Regno di David.

Chi invece vuole influire, e molto, sulla vita del paese sono gli abitanti del Regno di David o di Giudea: i coloni. Sono circa 170 mila (se si esclude Gerusalemme Est), di cui 164 mila in Cisgiordania e 6 mila a Gaza.

Molti sono religiosi, ma non ortodossi: seguono le regole dell’ebraismo come quelle alimentari o il riposo sabbatico, ma amano le forze armate (…).

Fra loro anche numerosi laici. Costoro sono convinti — al contrario dei padri fondatori del sionismo, che colonizzarono la costa mediterranea e una parte della Galilea — che il vero Israele è nelle terre del Regno di David: le colline e i deserti della Samaria e della Giudea.

Ma (…) va fatta una distinzione di difficile traduzione in dati statistici.

Quanto sopra riguarda i coloni militanti, motivati ideologicamente, disposti a morire e ammazzare per affermare i propri valori.

Poi ci sono decine di migliaia di persone che si sono trasferite negli insediamenti non lontani dall’area di Tel Aviv perché lì le case costavano meno.

La loro vita gravita attorno alla Riva dei Filistei: ogni mattina vi si recano a lavorare, per tornare la sera a casa.

I Guardiani della Patria.

Infine il quarto Israele: i Guardiani della Patria. Si tratta dei palestinesi cittadini di Israele. Sono pressappoco un milione. Di questi, 884 mila sono musulmani, 127 mila cristiani (per lo più ortodossi).

A costoro vanno aggiunti quasi 300 mila drusi, che non si considerano palestinesi e che lo Stato ebraico non considera come arabi tanto da obbligarli a svolgere il servizio militare.

I palestinesi di Israele, discendenti dei superstiti della "Naqba", la "Catastrofe", come viene chiamato l’esodo di massa del 1948, vivono soprattutto in Galilea.

Regione in cui, di fatto (non ufficialmente per come sono disegnati i confini amministrativi all’interno dello Stato), costituiscono la maggioranza della popolazione.

Poi c’è un blocco di villaggi arabi, alle porte dell’area di Tel Aviv, chiamato "Il triangolo".

Gli arabi israeliani (…) sono, accanto agli ebrei ortodossi, tra le popolazioni maggiormente colpite dal problema della povertà.

Dal punto di vista politico sono divisi tra una miriade di partiti che vanno da quello comunista (una volta egemone in quella sezione di popolazione) ai movimenti islamici, sempre più forti e che hanno conquistato alcuni Comuni — ad esempio la città di Hum Al Fahm — ai partiti nazionalisti.

Gli arabi di Israele vivono una realtà non facile. Da un lato sono cittadini di uno stato ebraico che garantisce loro quasi tutti i diritti democratici e civili (ci sono settori in cui subiscono discriminazioni), dall’altro sono parte integrante del popolo palestinese. Sono guardati con diffidenza da ambedue le parti.

E mentre durante la prima Intifada (1987-’93) sono rimasti tutto sommato indifferenti, nella seconda, iniziata nel settembre 2000 e detta "Intifada di Al Aqsa", hanno cercato di prendere parte attiva.

Risultato: tredici morti (…).

E proteste da parte dell’opinione pubblica di sinistra che accusa la polizia e il governo di "pratiche da regimi autoritari" (sparare su cittadini che manifestano, anche se violentemente). Senza il voto degli arabi, nessun premier di sinistra può essere eletto in Israele.

Una federazione di tribù. In Israele oggi assistiamo all’esplosione di identità particolari o particolariste. Un fenomeno che ha le sue radici nel movimento delle Pantere Nere, sorto una trentina di anni fa nei quartieri poveri dei sefarditi di Gerusalemme. Fu la prima vera sfida culturale all’establishment sionista laburista.

Ma oggi i vecchi stereotipi, come quello che voleva lo stato ebraico diviso tra sefarditi e i ashkenaziti, non valgono più. Israele è una federazione di tribù, alcune con radici nella diaspora, altre (i palestinesi), in questa terra.

Wlodek Goldkorn


Il ritorno alla realtà

Paolo Guzzanti - Il Giornale 7/2/2001

Cercherò di spiegare perché sono pronto a scommettere che Ariel Sharon ha le migliori possibilità di portare Israele e i palestinesi verso la pace, perché gli Stati Uniti guidati da Clinton sono fortemente responsabili per la tragedia mediorientale e perché sia bene che ovunque, non soltanto in Italia, ciò che erroneamente si usa chiamare "sinistra", sia in realtà materiale dannoso alla pace, alla verità, al buon funzionamento delle relazioni internazionali. Vorrei partire da un film di Bertolucci, "La luna", che non fu tra i più belli, ma che conteneva una scena scioccante in cui il protagonista capriccioso, intimista e molto sinistrese, a un certo punto prendeva dal padre un ceffone di quelli che ti fanno girare la testa. Scena e schiaffo molto contestati dalla critica, Bertolucci era stato molti anni in analisi da un grande psicoanalista italiano oggi scomparso che era anche mio amico e fu lui, si chiamava Piero Bellanova, a spiegarmi il significato di quel ceffone: il rítorno al principio di realtà. Arriva un momento in cui chiacchiere, piagnistei, travestimenti, luoghi comuni, festini simbolici e ricatti, basati sul senso di colpa, altrui ma non sul proprio, hanno bisogno di una sberla che tronchi il pasticcio e riporti le cose al principio di realtà. Questo è un compito che politicamente si assume la destra liberale, che non soltanto non ha nulla a che vedere con fascismi e dittature ma che anzi quando li incontra li affronta e li distrugge con la grinta di Winston Churchill, il quale si battè contro Hitler e Mussolini e poi passò a fronteggiare Stalin.

Ariel Sharon, che non è un mostro ma un valoroso soldato, viene scelto liberamente attraverso libere elezioni da Israele che è l’unico Stato democratico in una regione di dittatori, autocrati, tiranni. Se volete avere un’idea di che cosa sia la democrazia palestinese, andate a Gaza, in Arafat-landia, nel Paese in cui si mettono al muro e si fucilano in poche ore ragazzi sospettati di avere rapporti con gli israeliani, mentre in Israele - si sottopongono a processo regolare i poliziotti palestinesi che hanno linciato gli agenti israeliani davanti alle telecamere del Tg4 italiano. In Israele è stata eseguita - in 53 anni un’unica condanna a morte ed è stata quella della belva nazista Eichmann, reo confesso di genocidio e dopo un lungo e regolare processo che nel 1960 sconvolse il mondo civile e inchiodò per sempre nella Memoria almeno il versante nazista dei delitti del secolo scorso. E Clinton che ruolo ha avuto in questa vicenda? Diciamolo una buona volta: Clinton è stato il più fortunato enfant prodige del mondo, ma nulla di più: ha ereditato da Bush padre un’America da due mesi già in quella ripresa economica che poi è diventata gigantesca grazie alle cure di Greenspan e che è durata miracolosamente fino alla fine del suo mandato, quando ha dovuto riconsegnare a Bush figlio un’America malaticcia e stagnante. Tutte le sue promesse, tutti i suoi programmi elettorali sono falliti. E per lasciare di sè almeno una sola vittoria, come altri suoi predecessori si incaponì nell’idea di far fare a tutti i costi la pace fra palestinesi e israeliani, forzandoli molto oltre le loro possibilità e intenzioni e condannandoli a una doccia fredda di illusioni e disillusioni che alla lunga ha fatto marcire il processo di pace e ha fatto credere ad Arafat che, martellando l’opinione pubblica mondiale e dandole in pasto scene truculente e angosciose, potesse ottenere di più, sempre di più.

Se oggi Barak cade e Sharon vince, lo si deve anche all’ex presidente americano, un irresistibile showman che oggi giustamente riflette sulla proposta di venire a suonare il sassofono a Sanremo. Insomma: colui che nella Weltanschauung veltroniana doveva essere il capogiardiniere dell’"Ulivo mondiale" è uno dei padri del disastro. E Sharon, essendo l’uomo duro che rappresenta oggi il principio di realtà, è per conseguenza l’uomo più rispettato dalle migliori teste pensanti palestinesi, anche se profondamente odiato da centinaia di bambini che televisivamente rendono, come povere vittime, molto di più dei loro parenti adulti rimasti in zona di sicurezza.

Che la cosiddetta "seconda Intifada" cominciata il 28 settembre scorso sia stata uno strumento truffaldino pretestuoso e non una spontanea reazione alla presenza di Sharon nelle aree sacre all’lslam è dimostrato dal fatto che quel giorno la sua visita al Monte del Tempio era stata accuratamente concordata con il capo della polizia palestinese Jibril Rajoub, il quale disse di non aver nulla in contrario purché Sharon non entrasse nell’area delle moschee. E Sharon - era il giorno di Rosh Ha Shanà - non entrò nell’area delle moschee. E poi basta leggere la dichiarazione di uno dei capi dell’Intifada, Morwan Barghuti, il quale ha detto: "Con Sharon non si deve trattare. L’unica maniera di fare i conti con lui è di proseguire con l’Intifada". In queste parole è chiaramente enunciato l’uso politico del sacrificio dei bambini avviati al massacro. In compenso, l’ala realista dell’Olp di Arafat, rappresentata dal suo segretario generale Ahmed Abdel Rahaman, ha già ragionevolmente detto che "se sarà Sharon il primo ministro, tratteremo con lui sulla base dei suoi programmi, non della sua retorica elettorale".

Questa ci sembra la verità, perché è lo specchio della realtà: Arafat è pronto a trattare con Sharon e stavolta non saranno consentiti gli effetti speciali della macabra mattanza. Quanto ai programmi di Sharon, restano quelli annunciati alla vigilia del voto: massima unità del Paese, la pace come obiettivo finale ma senza cedere nulla di quanto aveva già ceduto Barak (ottenendo in cambio soltanto calci in faccia e l’attacco di un’Intifada studiata a tavolino e condotta con cinismo), nessuna stretta di mano di pura facciata e senza costrutto, molto rispetto per le parti che siederanno al negoziato, purché sia un negoziato in condizioni di sicurezza e nell’assenza di qualsiasi violenza.

Questo è ciò che intendevamo come ritorno al principio di realtà e che ci ricorda il vecchio Theodore Roosevelt (parente e predecessore di Francis Delano) il quale andò famoso per il motto secondo cui chi vuole rispetto deve "parlare a bassa voce e impugnare un nodoso bastone". Quel Roosevelt era in realtà un uomo politicamente manesco, ma certamente la pace fu trovata dal conservatore Nixon che chiuse la disastrosa guerra del Vietnam aperta dal progressista Kennedy. E la più grande speranza concreta di pace il mondo l’ha vista con Ronald Reagan che arrivò alla Casa Bianca descritto dalle sinistre come un "rozzo e mediocre attore cinematografico ammalato di anticomunismo viscerale", e che invece vinse la guerra fredda contro il comunismo e aprì la prospettiva di una vera pace mondiale.

Qualcuno dirà a questo punto che sto omettendo la maggior vergogna di Ariel Sharon, costituita dalle stragi di Sabra e Chatila, due campi palestinesi in Libano dove le truppe cristiano-maronite di Gemayel massacrarono orribilmente uomini, donne e bambini. Ma anche in questo caso c’è una verità storica e non controversa da considerare: Sharon è stato sottoposto in Israele a un’inchiesta severissima e ostile, come si fa nelle vere democrazie, al termine della quale il generale fu ritenuto colpevole, assieme allo Stato maggiore e al Mossad, di non aver mantenuto sotto opportuna sorveglianza alleati esacerbati e inferociti, come i maroniti, che avevano subito una quantità di massacri da parte delle milizie palestinesi che usavano il Libano come la loro base. Non fu una pagina di gloria, per Sharon, ma è del tutto falso che lui sia stato l’autore o l’ispiratore di quelle stragi.

E poi, su tutto, va considerato l’elemento fondamentale: Sharon arriva al governo israeliano con il mandato democratico dello stesso popolo che ieri aveva eletto a valanga Ehud Barak, perché Barak si era presentato dicendo che aveva in mano la ricetta giusta per la pace e gli israeliani vogliono, sognano, anelano la pace come nessun altro popolo al mondo, sentendosi condannati a dover vincere ogni guerra scatenata contro di loro, perché i loro vicini si possono permettere di perderle tutte senza con questo smettere di esistere, mentre Israele se perdesse una sola volta sparirebbe dalla faccia della terra e sarebbe dimenticato come una curiosità storica, meno importante del regno crociato di Gerusalemme che durò trentacinque anni di più di quanti ne abbia oggi Israele. E questo lo sanno gli abitanti disperati di quella patria ebraica, lo sa Ariel Sharon, lo sanno i palestinesi di Arafat, lo sanno tutti i vicini arabi, lo sa la nuova amministrazione americana di George W. Bush e lo sa il segretario di Stato Colin Powell, buon conoscitore del Medio Oriente, che guidò la guerra all’Irak. La pace è un cammino obbligato. Ed è un cammino che ormai non ammette nè scorciatoie nè divagazioni, cosa che sanno a questo punto benissimo le autorità militari palestinesi che hanno spinto l’Intifada oltre il punto di non ritorno, quello oltre il quale in una democrazia il popolo sovrano, nella sua coralità, nella sua collettività, nella sua libertà e responsabilità, decide di licenziare i capi che hanno sbagliato nella loro guida, e di assumere nuovi capi per percorrere lo stesso cammino ma senza i vecchi errori.

Nessuno sa oggi se davvero Sharon e la parte più realista della dirigenza palestinese sapranno trovare alla svelta le nuove condizioni per trattare la pace definitiva. Ma sappiamo che se e quando ciò avverrà (e secondo noi avverrà presto) sul tavolo della trattativa non sarà di nuovo gettata la "spada di Brenno dell’Intifada e delle Telecamere". Nel frattempo Clinton ci delizierà col suo sassofono a noleggio e sua moglie onorerà i miliardi ricevuti dal suo editore raccontando in un libro "hard" le vittoriose imprese dell’ex presidente: non quelle fallimentari di Camp David, ma dello Studio Ovale e delle sue appassionate stagiste.

Paolo Guzzanti p.guzzanti@mclink.it


Siti internet consultabili per avere maggiori informazioni

Siti israeliani

www.jpost.com

www.haaretz.co.il.eng

www.idf.il

www.israelpr.com/distortednews.html

www.israel.org/peace

Siti Arabi

www.pna.net

www.arabicnews.com

www.hamas.org

www.jordantimes.com

www.holywar.org

www.gulfnews.com

Siti U.S.A. / U.K.

www.abc.com

www.bbc.com

www.cnn.com

www.nytimes.com

www.washingtonpost.com

Siti italiani

www.israele.net

www.corriere.it/speciali/israele.html

www.repubblica.it

www.lastampa.it

www.ilsole24ore.it

www.morasha.it

Per fotografie

www.rotter.net/israel


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