Interviste

Questo capitolo propone alcune interviste a personalità di qualche importanza per permettere di conoscere il punto di vista e le varie opinioni riguardo alla questione in Medio Oriente, vista da chi vive nello Stato di Israele.

Forse attraverso occhi più "esperti" e "diretti" è possibile capire con maggiore chiarezza ciò che realmente accade in un paese vicino ma allo stesso tempo molto lontano.

Sergio Minerbi: già ambasciatore israeliano a Bruxelles, vive in Israele dal 1947
Architetto David Cassuto: ex vicesindaco di Gerusalemme

 

Sergio Minerbi: già ambasciatore israeliano a Bruxelles, vive in Israele dal 1947

(novembre 2000)

D. Gli scontri sono iniziati con la visita di Sharon, leader della destra israeliana, alla spianata delle moschee, territorio che si trova, tra l’altro sotto la sovranità israeliana. Si è detto più volte che l’episodio sopracitato è stato solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Perché si è arrivati ad una situazione così precaria quando, paradossalmente, proprio pochi mesi prima a Camp David il governo aveva avanzato proposte allettanti come non erano mai state?

R. Questa è una domanda che forse sarebbe meglio porre al signor Yasser Arafat. Dal momento che lui ha deciso di scatenare la violenza, bisogna domandare proprio a lui quali sono i suoi motivi. Noi possiamo solo cercare di indovinarli anche se risulta molto difficile capire, quando siamo nel regno della irrazionalità. Il ragionamento di Arafat era forse il seguente: Camp David aveva portato avanti il negoziato per l’assetto definitivo, con determinate proposte avanzate dagli americani o alle quali questi avevano quanto meno dato il loro patrocinio. Arafat non ha risposto nulla a Camp David. La risposta è venuta con la decisione di scatenare l’Intifada, che non è solo lancio di pietre, sebbene anche le pietre possano uccidere, ma uno scambio continuo di colpi di arma da fuoco, sempre iniziati da parte palestinese. Lo scopo di Arafat è quello di ottenere con la violenza ciò che non ha ottenuto con il negoziato.

D. I palestinesi, nel giustificare il loro malcontento, tirano spesso in ballo la questione dei coloni ebrei. Può questo davvero considerarsi un motivo di malcontento e come viene affrontato il problema dallo Stato d’Israele?

R. Siamo nel campo delle congetture sulle motivazioni che animano i palestinesi. Essi affermano che la loro Intifada prima di tutto deve salvare la moschea di Al Aqsa. Naturalmente, è facile salvare la moschea di Al Aqsa, poiché nessuno la mette in pericolo. Durante un discorso tenuto in un’adunata oceanica a Tunisi, Arafat ha detto: "...Verrà il giorno in cui noi pregheremo nella moschea di Al Aqsa", ma questo giorno, prospettato da Arafat nel futuro, è già arrivato da tempo perché sin dal 1967 la moschea di Al Aqsa è gestita dal Waqf (Amministrazione dei beni musulmani) che è controllato dall’Autorità Palestinese. Quindi questa prima motivazione non ha ragion d’essere. La seconda è quella di riconquistare con le armi tutti i territori che i palestinesi reclamano, territori che, per il momento, arrivano fino alle linee di demarcazione del 1967.

Ora, su questo verteva uno dei punti del contenzioso: le parti debbono stabilire di comune accordo dove passerà la futura frontiera. Invece di stabilirla di comune accordo, Arafat ha deciso di stabilirla da solo. Il problema degli insediamenti deriva proprio dalla questione delle frontiere, perché con una lieve modifica delle frontiere (che era già stata accettata a suo tempo dai palestinesi), o meglio, delle linee di demarcazione, si può arrivare ad includere l’80% dei coloni nello Stato d’Israele. Quindi alcuni ritengono la questione degli insediamenti solo una scusa, altri (anche da parte israeliana) pensano che gli insediamenti non possano effettivamente rimanere come sono attualmente. Comunque si parla sempre di cifre minime, solo una piccolissima percentuale di coloni dovrebbe forse spostarsi. Quindi la questione degli insediamenti va vista e risolta nell’ambito più ampio della questione territoriale che era sul tavolo del negoziato a Camp David.

D. Come abbiamo potuto verificare, al primo pretesto, gran parte del popolo palestinese si è sollevato contro Israele. Questa adesione di massa può essere frutto di una tenace educazione all’odio verso gli ebrei praticata nei paesi arabi?

R. L’odio verso gli ebrei in generale e gli israeliani in particolare è presente non solo nei libri di testo delle scuole palestinesi, che abbiamo esaminati in modo attento e dettagliato. Anche la radio e la televisione direttamente controllate dall’Autorità Palestinese da sempre incitano quotidianamente all’odio e alla violenza contro gli ebrei e contro gli israeliani. Ma gli stati occidentali hanno preferito chiudere entrambi gli occhi e non vederlo.

D. Perché i giovani palestinesi si trovano nel mezzo degli scontri con l’esercito israeliano che si verificano al confine delle città arabe, lontano dai quartieri abitati?

R. La risposta mi sembra abbastanza semplice. Prima di tutto le scuole sono state chiuse dall’Autorità Palestinese almeno per una decina di giorni all’inizio dell’Intifada, quindi il messaggio era evidente: "Chiudiamo le scuole affinché i ragazzini siano liberi di andare in prima linea". Secondariamente, l’Autorità Palestinese ha annunciato circa dieci giorni fa (seconda settimana di novembre, ndr) "da oggi in poi i ragazzini al di sotto dei 16 anni non andranno più a partecipare alle manifestazioni"; questo significa che fino a quel giorno l’Autorità Palestinese sapeva perfettamente che i bambini venivano mandati in prima linea. Però questa dichiarazione non è servita a nulla, perché l’indomani i bambini erano di nuovo allo stesso posto. Il tipo di manifestazione è sempre il medesimo: si abbandona il centro della città sottoposta al controllo dell’Autorità Palestinese (ormai il 98% dei Palestinesi sono sotto il suo controllo) e si va di proposito alla periferia della città (quella di Ramallah, quella di Betlemme) per incontrare e scontrarsi con il posto di blocco israeliano. I bambini sono i primi, subito dopo seguono gli uomini del Tanzim, armati, che sparano. Quando Israele risponde agli spari, evidentemente ci vanno di mezzo anche i ragazzini.

D. Nel momento in cui Arafat decidesse di fermare le violenze, avrebbe la possibilità di farlo veramente oppure le rivolte sono ormai in mano ai gruppi estremisti?

R. Tutto ciò che concerne i palestinesi è sempre eternamente ambiguo. Tre o quattro giorni fa Arafat ha dichiarato che le autorità palestinesi, in seguito alle istruzioni diramate dal Consiglio Nazionale della Sicurezza Palestinese (cioè non da lui), non spareranno più dalla zona A. Ci si domanda prima di tutto: non sparare più dalla zona A vuol dire forse che possono sparare dalla zona B e dalla zona C? Inoltre, è possibile veramente applicare questa dichiarazione di intenti?

Quello che è successo stamattina (20/11/00, lo scoppio di una fortissima carica esplosiva vicino allo scuolabus con 30 bambini, che ha causato 2 morti e oltre 10 feriti, ndr) non può essere considerato un fatto fortuito, una iniziativa privata di qualche gruppuscolo estremista. L’operazione di stamattina richiede prima di tutto la raccolta di informazioni, poi l’organizzazione dell’attentato, quindi l’accumulo di una grandissima quantità di esplosivo e poi una notevole precisione per farla esplodere al momento giusto e offrire asilo a coloro che hanno commesso l’attentato. Tutto questo comporta un’organizzazione che probabilmente solo l’Autorità Palestinese può fornire. Se ne conclude che Arafat dichiara una cosa, ma ne fa un’altra.

D. Considerato anche l’interesse concreto mostrato dai gruppi integralisti musulmani, il conflitto in Medio Oriente ha forse assunto una valenza più religiosa che territoriale?

R. Non sono stati i gruppi fondamentalisti a portare lo scontro su un piano religioso: è stato Arafat. Parlando di pericoli alla moschea di Al Aqsa Arafat ha rivelato il suo tentativo di far slittare tutto il conflitto, che è un conflitto nazionale tra due entità che debbono stabilire tra di loro il modus vivendi della coesistenza pacifica, su un terreno religioso, per poter avere l’appoggio non solo di tutti gli stati arabi, ma anche di tutti gli stati islamici. Infatti abbiamo subito visto la riunione della Lega Araba al Cairo, poi quella dei 56 stati islamici a Doha e tutti naturalmente sono stati edotti riguardo al dovere di difendere assolutamente la moschea di Al Aqsa dagli ebrei. Naturalmente questo slittamento sul piano religioso rende ancora meno razionale tutto il conflitto, elevandolo su un piano mistico, dove non si parla più in modo oggettivo. Nessuno nell’Autorità Palestinese fa i conti per esempio sui costi di questa Intifada per la popolazione civile palestinese in termini di mancato guadagno, in termini di difficoltà per muoversi, per transitare, per accudire ai propri affari. Questo non ha nessuna importanza, l’unica cosa che importa è salvare Al Aqsa, che nessuno sta minacciando.

D. È giusto paragonare, come spesso fanno i media, l’attuale situazione con l’Intifada degli ultimi anni Ottanta?

R. C’è una differenza fondamentale rispetto all’Intifada degli anni Ottanta. Allora si usavano solo pietre, quindi era più facile fronteggiare le rivolte senza provocare morti e feriti. Ora, dietro ai giovani armati di sassi, sono disposti i cecchini palestinesi e gli uomini armati del Tanzim che sparano ai soldati ai posti di blocco provocando l’inevitabile risposta al fuoco e le conseguenti morti da una parte e dall’altra. Inoltre, come già detto, oggi quasi la totalità dei palestinesi vive sotto il controllo dell’Autorità Palestinese, situazione ben diversa da quella degli anni Ottanta, quando l’esercito israeliano era sempre per le vie delle città palestinesi.

D. A due mesi dall’inizio degli scontri, qual è l’opinione pubblica degli israeliani e quale clima si respira per le strade delle città israeliane?

R. È un clima, devo dire, ogni giorno più scettico nei confronti di Arafat e sulle possibilità di arrivare ad un negoziato serio, e soprattutto con un partner che rispetti quello che dichiara. Arafat si è accordato su un testo per far cessare la violenza e poi all’ultimissimo momento si è ritirato e non l’ha firmato; è andato a Sharm El Sheik, si è accordato su un testo di Clinton, Clinton l’ha letto, tutti lo hanno approvato, incluso Arafat, e alla fine egli non ha applicato quanto stabilito nel testo. Arafat ha ricevuto Shimon Peres, con cui ha stabilito un appuntamento radiofonico per l’indomani alle ore 14.00 nel quale sia Barak, sia Arafat stesso avrebbero letto in pubblico la loro dichiarazione di "cessate il fuoco"; Arafat ha evitato di pronunciare la sua. Quindi siamo costantemente di fronte a qualcuno che volutamente manca alla propria parola e di questo gli israeliani risentono; sono convinti che sia molto difficile negoziare con un personaggio di questo genere e quindi ci si aspetta o che rinsavisca o che miracolosamente cambi carattere.

D. Lo scorso 20 e 21 ottobre c’è stato il vertice dei paesi arabi. Qual è risultata la loro posizione nei confronti di Israele e, nel caso in cui i rapporti tra Arafat e lo stato d’Israele dovessero inasprirsi e le violenze aumentare, è possibile un eventuale attacco armato dei paesi arabi?

R. Non credo che ci sarà un intervento armato, poiché sarebbe contrario agli interessi degli stessi paesi arabi. Interessi che certamente non vengono espressi nei discorsi altisonanti dei consessi internazionali. Quindi non metterei le due cose in relazione diretta. Alla conferenza dei paesi della Lega Araba, questi hanno espresso verbalmente il loro appoggio ad Arafat, ma, soprattutto su pressione di Mubarak, ma anche del re Abdallah II di Giordania, hanno evitato di imporre agli stati membri di rompere le relazioni diplomatiche con Israele (quelli che le hanno). Quindi è, come sempre, un appoggio verbale, un incitamento a salire sulle barricate. Come dice Mubarak "Voi volete salire sulle barricate e combattere fino all’ultimo soldato egiziano".

Naturalmente tutti si rendono conto che una conflagrazione potrebbe avere risultati disastrosi per tutta la regione, per tutti gli stati arabi o non arabi, e quindi io sono convinto che il buon senso alla fine prevarrà anche negli stati vicini.

D. Nelle ultime settimane l’ONU ha condannato più volte l’esercito israeliano accusandolo di usare metodi troppo violenti. È vero questo? E perché gli organismi sovranazionali hanno spesso adottato posizioni anti-israeliane o antisioniste?

R. Non direi spesso, direi quasi sempre. Evidentemente 22 stati arabi, anzi 56 stati islamici membri delle Nazioni Unite costituiscono un blocco di pressione che può imporre la sua volontà. Del resto gli stati occidentali fanno lo stesso. Alla vigilia della riunione dell’Assemblea Straordinaria delle Nazioni Unite a New York, abbiamo visto il signor Vento, ambasciatore d’Italia presso le Nazioni Unite, fare delle dichiarazioni assolutamente allucinanti a 5 o 6 giornalisti italiani chiamati apposta a cena. Il signor Vento ha detto loro che lo sgombro della tomba di Giuseppe, nella quale un soldato israeliano è rimasto ucciso, è stato fatto apposta per permettere ai palestinesi di invadere la tomba e di saccheggiarla, così di farsi riprendere in modo poco simpatico. E il linciaggio di Ramallah dei due soldati: quei due soldati sarebbero stati, sempre secondo l’ambasciatore d’Italia, null’altro che dei kamikaze mandati apposta da Israele affinché la televisione potesse riprendere l’uccisione. Quando si sentono dichiarazioni assurde di questo genere da parte di un Ambasciatore ciò potrebbe significare evidentemente che il governo italiano appoggia queste tesi. L’abbiamo visto anche a Marsiglia l’altra settimana, quando, alla riunione sulla cooperazione mediterranea tra i paesi dell’Unione Europea e del Mediterraneo, il ministro degli esteri italiano, il signor Dini, ha addossato tutta la colpa di quanto avviene attualmente in questa zona solo ed esclusivamente ad Israele. Quindi c’è questa linea del governo italiano, probabilmente perché non ha perso ancora abbastanza denaro in Iran dove, mi permetto di ricordare, il solo porto di Bandar Abbash ha causato all’erario italiano una perdita secca di un miliardo di dollari. Questa perdita evidentemente non è sufficiente, visto che l’Italia spera di ottenere ancora grandi commesse dai paesi arabi e musulmani facendo dichiarazioni di questo genere.

D. Si può ancora sostenere la tesi che l’antisionismo sia diverso dall’antisemitismo, e quindi legittimo?

R. Non lo so. Per me, quando si insegna ai ragazzini l’odio verso qualcuno, questo è di per sé un fatto negativo. Che poi sia l’odio contro i sionisti o l’odio contro gli ebrei sono finezze alle quali io non credo sia il caso di indulgere. Mi sembra che l’odio in sé vada eliminato da tutti i tipi di educazione, quindi non vedo l’utilità di questo tipo di distinzioni.

D. La stampa italiana ha un atteggiamento molto duro nei confronti dello stato d’Israele, oltre al fatto che si sono verificati diversi episodi di informazione falsata. Che cosa può dire Lei in proposito?

R. Io credo che anche nell’episodio del signor Cristiano, corrispondente della Rai, il giornalista sia il bersaglio facile. Ma il vero responsabile, molto più importante, che è rimasto del tutto nascosto, è invece il vero colpevole che avrebbe dovuto essere condannato dall’opinione pubblica italiana ed è l’Autorità Palestinese. Cristiano, che è un bravissimo giornalista, è stato costretto a firmare il testo, che evidentemente gli è stato imposto dall’Autorità Palestinese. Alcuni arabi dopo averlo picchiato sonoramente a Jaffa, devono avergli detto "Quello che hai ricevuto finora è solo un assaggio; se tu non firmi questo testo, sarà ben peggio". Di fronte a minacce gravi di questo genere, cosa hanno fatto le reti televisive e le stesse autorità italiane? Non hanno detto una parola sulle minacce dell’Autorità palestinese, nulla. Quindi si è sbagliato volutamente, si è colpito il povero giornalista, ma evidentemente egli era sottoposto a pressioni enormi. Queste pressioni non sono una novità; sono sempre esistite, soprattutto all’epoca di Beirut, della guerra in Libano e di vicende analoghe. Sono pressioni che sono sempre state effettuate sui giornalisti da parte dei palestinesi: a volte sono pressioni blande, del tipo: "non ti diamo la possibilità di lavorare, se tu continui su questa linea" o cose del genere, ma le pressioni sono note urbe et orbi. Un giornalista vaticanista di Roma ha dichiarato che, dopo aver criticato il Papa non gli è stato più concesso di viaggiare sull’aereo papale. Quello che bisognerebbe cercare di fare in nome della libertà di stampa, è evitare le pressioni, evitare che i giornalisti vi siano sottoposti e, soprattutto, evitare di manipolare le immagini, come avviene di fatto molto spesso nelle televisioni.

D. Alla luce della situazione attuale in Israele, quali diversi epiloghi possono essere verosimili, secondo Lei, nell’immediato futuro?

R. Io non cerco epiloghi, bensì la continuazione e il progresso. Queste mi sembrano le prospettive future esistenti. Non sono affatto preoccupato per il futuro d’Israele, penso che verrà il giorno in cui i palestinesi saranno costretti a divenire realisti. Costretti non da metodi cruenti, io non sono partigiano di metodi cruenti. Ritengo che ci siano ancora molti mezzi a disposizione d’Israele senza usare questi sistemi. Quindi quando i palestinesi invece di cercare di ammazzare il prossimo (il prossimo israeliano naturalmente), vorranno negoziare seriamente e onorare le loro proprie firme, allora verranno giorni di prosperità regionale, nei quali i progetti di cooperazione economica potranno fiorire. Questa sarà più o meno — io spero — la prossima tappa. Dopo di ciò le cose andranno di bene in meglio.


Architetto David Cassuto: ex vicesindaco di Gerusalemme, presidente del Museo ebraico italiano di Gerusalemme

(dicembre 2000)

D. Secondo lei perché gli scontri in Medio Oriente, che ormai si protraggono da diverse settimane, si sono inaspriti proprio quando le offerte del governo israeliano ad Arafat erano state generose come mai prima di allora?

R. Le proposte fatte da Barak ad Arafat comportavano concessioni molto generose da parte israeliana ma anche il riconoscimento della possibilità della cessazione definitiva del conflitto. La ragione per cui Arafat all’ultimo momento ha avuto paura di accettare questa proposta è che non era disposto a dare il via alla cessazione del conflitto. Nel momento in cui egli stesso decide di non far smettere le violenze, viene additato dall’opinione pubblica mondiale come il responsabile del crollo dei dialoghi; per accattivarsi la simpatia del mondo occidentale Arafat decide di mostrarsi come "il piccolo David di fronte al grande Golia", creando una sistematica reazione dei militari contro bambini. Questi ultimi agivano in una sorta di escalation per quello che riguarda le armi utilizzate nel conflitto: prima sassi, poi bombe molotov e infine i compagni più grandi - alle loro spalle - che sparavano con armi da fuoco. In tal modo era inevitabile lo scontro a fuoco con i soldati israeliani (essi stessi spesso diciottenni) i quali per difendersi, dopo aver risposto in maniera proporzionale agli attacchi (prima con lacrimogeni, poi con pallottole di gomma), si sono trovati costretti a sparare. I media però hanno omesso molte delle fasi in cui si sono svolti gli attacchi, condizionando l’opinione pubblica che vedeva (secondo il disegno di Arafat) i bambini armati di soli sassi contro militari con armi da fuoco: la simpatia del mondo occidentale si è quindi rivolta al leader palestinese.

D. A proposito di scontri, sente di dover fare delle critiche al governo israeliano? Si poteva evitare un così alto numero di morti e di feriti?

R. Assolutamente no, era impossibile evitarlo. C’è infatti qualcuno dall’altra parte che "vuole essere colpito", strano a dirsi, per poter dare ai media una certa immagine di sé e della storia. I media stessi a un certo punto hanno cominciato a capire il loro sbaglio tattico di riportare sempre tutto questo. Se però si manda alla ribalta una quantità di ragazzini che buttano sassi e bombe molotov (che fra l’altro venivano portate sul campo dalle ambulanze palestinesi) bisogna tener conto del fatto che i soldati devono reagire per difendersi. Se si considera questo si può affermare che 300 morti e 9000 feriti (secondo i dati palestinesi) sono un numero assai ridotto: un esercito diverso da quello israeliano (si consideri per esempio che quello giordano nel 1973 ha fatto 20.000 vittime tra i palestinesi) non avrebbe evitato così accuratamente un maggior numero di perdita di vite umane sia per quanto riguarda la parte palestinese, sia per quanto riguarda la parte israeliana (ricordiamo infatti che molte delle vittime sono anche israeliani).

D. Nel momento in cui Arafat deciderà di fermare le rivolte e di avviare seriamente il processo di pace avrebbe ancora il controllo della situazione o verrebbe esautorato, come minacciato da Hamas?

R. Sinceramente non lo so. Arafat agisce in modo assai ambiguo e noi non sappiamo se ha veramente presa sulla gente oppure no. Egli stesso ha già promesso più volte di fermare la riscossa della gioventù palestinese, ma non è mai stato di parola. Ora noi ci chiediamo se questo avvenga perché non ha voce in capitolo oppure perché non vuole che la cosa cessi. A volte cerca quasi di dimostrare di essere incapace di farlo; d’altra parte nei suoi discorsi con Peres o con Barak vuole dare di sé un’immagine positiva e autorevole sulla sua gente. Ad ogni modo, se è senz’altro vero che Hamas minaccia Arafat, è stato lo stesso leader palestinese a liberare 90 esponenti di questa organizzazione dalle prigioni, perché facessero attacchi contro i civili israeliani.

D. Lei è stato vicesindaco di Gerusalemme per molti anni e proprio Gerusalemme è stata una delle cause principali del fallimento del vertice di Camp David. Che cosa ha proposto Barak e quanto si può ancora proporre sulla questione?

R. A dire il vero Gerusalemme è al momento uno dei posti più calmi in Israele (tutta la città all’infuori di un quartiere), nonostante tutto quello che si dica e nonostante apparentemente sia tutto iniziato proprio lì con la visita di Sharon alla spianata del Tempio. È certo però che Gerusalemme è uno dei problemi fondamentali anche se ce ne sono ben altri, come quello che riguarda i profughi palestinesi. Non bisogna inoltre dimenticare che Gerusalemme è l’unica città santa per gli ebrei. I musulmani hanno altre città, che per loro rivestono una maggior importanza dal punto di vista religioso di quanto non sia Gerusalemme: al primo posto La Mecca e Medina. Basti infatti osservare che quando essi pregano inginocchiati sulla spianata del Tempio, lo fanno dando le spalle alla Cupola della Roccia, rivolgendosi verso sud, cioè alla Mecca. Questo dimostra che per loro la sacralità di Gerusalemme è trascurabile rispetto ad altre città. Loro invece affermano che gli ebrei "si inventano la santità di Gerusalemme", cancellando così la storia che parte da Abramo (che è fra l’altro anche il loro patriarca) fino a re David e addirittura fino a Maometto, se vogliamo. Perciò prima di iniziare a trattare la pace in questa città dobbiamo assicurarci che gli arabi siano sinceri, riconoscendo la storia della città di Gerusalemme e l’importanza che essa ha per noi.

D. Un altro grande problema è quello dei coloni. Secondo il suo modo di vedere si può risolvere anche questa questione?

R. Il problema vero non è quello dei coloni ma quello più ampio che riguarda tutta la terra d’Israele. È qui che si è formato il popolo ebraico. L’intera terra d’Israele è stata teatro della storia ebraica. Tuttavia noi non possiamo non riconoscere l’esistenza del popolo palestinese. Nel 1947 ci fu un tentativo di spartizione del territorio tra due popoli (e non nazioni) ma i palestinesi hanno rinunciato alla parte che spettava loro. Solitamente quando è in corso una guerra per i territori, colui che vince presuppone che il suo avversario perda la sua sovranità sul territorio stesso (esempi di questo si possono trovare nella storia della Germania come della Francia e dell’Italia). Questo però non è mai avvenuto per il popolo ebraico: abbiamo vinto le guerre del ’48, del ’67 e del ’73 eppure tuttora siamo delegittimati sul possesso dei territori che abbiamo conquistato in guerre che per giunta ci erano state imposte, che abbiamo subito per difenderci e non per conquistare.

Nonostante tutto, come ho detto, noi continuiamo ad accettare l’esistenza del popolo palestinese sia come etnia sia come popolo sia anche come stato. Però non possiamo accettare la decisione che il territorio della Palestina sia "Judenrein", cioè senza ebrei, come dicevano i nazisti, perché questo vorrebbe dire che loro non hanno la minima intenzione di fare la pace. Se ci sono ebrei che abitano nei territori dello stato destinati diventare palestinesi, non vi è lacuna ragione per la quale debbano andarsene, allo stesso modo in cui vi sono cittadini arabi all’interno dello stato d’Israele; ci dovrebbe essere qualche reciprocità: qualora dovesse venire creato uno stato palestinese, essi dovrebbero esservi riconosciuti anche cittadini ebrei. Purtroppo sappiamo che non è così. Quando si arriverà finalmente a una pace solida e duratura, costoro potranno continuare a vivere all’interno dei nostri confini. Se ciò non avverrà, si potrebbe dividere il territorio cedendo loro le colonie con più alta concentrazione di abitanti palestinesi in cambio di quelle con un maggior numero di ebrei.

D. Lei ha parlato di arabi che vivono come cittadini israeliani. La novità degli scontri degli ultimi giorni è stata proprio la partecipazione anche di costoro. Qual è il rapporto tra questi ultimi e la popolazione ebraica in Israele? Quali sono le lamentele e quali le loro reali condizioni?

R. Prima di tutto occorre ricordare che costoro sono cittadini israeliani da tutti i punti di vista. I problemi però nascono dal fatto che essi non sono obbligati al servizio militare per evitare loro un conflitto di coscienza, cioè di essere costretti a combattere contro fratelli e questo crea purtroppo un sbilanciamento tra diritti e doveri. Se volessero però, potrebbero richiedere di fare un servizio civile (ospedali, scuole, orfanotrofi e quant’altro) alternativo all’esercito. Ma hanno sempre rifiutato le proposte israeliane che li invitavano in tal senso. Il fatto che si creino degli scompensi tra i cittadini israeliani arabi e cittadini israeliani ebrei da un punto di vista dei doveri, si riflette anche nell’ambito dei loro diritti. Nelle ditte appartenenti ad ebrei gli arabi trovano spesso assunzione. Nel mio studio di architettura, ad esempio, lavorano due arabi e con loro ho un ottimo rapporto di stima e di rispetto.

Quando però si tratta di dover assumere una grande quantità di lavoratori arabi nascono i problemi… per esempio sorge il sospetto che tra loro possa esserci qualcuno che abbia intenzioni terroristiche. Questa situazione di diffidenza verso determinati cittadini certo non aiuta la convivenza pacifica. Occorre aggiungere che alcuni cittadini arabi si sentono palestinesi a tutti gli effetti e addirittura quasi dei partigiani della causa. Addirittura alcuni siedono al Parlamento israeliano e dichiarano la loro opposizione all’esistenza stessa dello stato ebraico. Sicché si può dire che in un certo modo costoro sfruttano la democrazia israeliana per poter affermare le proprie idee anti-israeliane…

D. Questo è stato però anche l’atteggiamento dei partiti ultra-religiosi israeliani…

R. In realtà il comportamento è ben diverso… i cosiddetti "ultra-ortodossi" non si sono mai opposti all’esistenza del popolo di Israele nella terra d’Israele, che è invece quello che fanno i parlamentari arabi. La cosa paradossale è che costoro si dichiarano israeliani e affermano che, se avessero l’opportunità di vivere come palestinesi in Palestina, rifiuterebbero: sono totalmente dalla parte del terrorismo palestinese, ma nel contempo si sentono israeliani e vogliono rimanere tali. Ciò avviene perché questa situazione risulta molto comoda a queste persone: per loro vivere in Israele equivale a vivere in una democrazia (Israele è infatti l’unico stato democratico in Medio Oriente). Però, quali cittadini israeliani, dovrebbero accettare ad esempio di studiare nelle scuole anche autori israeliani come Bialik o come A.B. Yehoshua e non limitarsi agli scrittori arabi che spesso esprimono idee marcatamente antisemite. E proprio quello dei libri di testo adottati nelle scuole è un altro problema interessante da affrontare. I libri palestinesi sono infatti pieni di luoghi comuni e pregiudizi antiebraici. Secondo gli accordi di Oslo questi libri di testo avrebbero dovuto essere modificati. Il mondo occidentale ha finanziato questi libri di studio e il loro cambiamento. Le autorità dei paesi che hanno contribuito a ciò non hanno però controllato l’operato dei palestinesi sui libri. L’unico cambiamento riscontrato su questi libri alla riapertura delle scuole era stata la totale negazione dello Stato d’Israele. Certo, non vi si parlava più degli israeliani come nazisti, ma rimaneva il mito della aggressione israeliana. Talvolta i luoghi comuni tolti dai libri utilizzati dagli studenti permangono però nelle guide utilizzate dagli insegnanti.

D. I palestinesi si sono più volte lamentati del fatto che i fondi stanziati per Israele non vengano mai utilizzati per migliorare le zone abitate da loro. È vero?

R. Questo è un problema molto complesso. Infatti è bene ricordare che i fondi utilizzati dai Comuni per migliorare le condizioni urbanistiche locali derivano sempre dalle tasse pagate dai cittadini stessi. Nei villaggi arabi vi è un grosso problema di evasione fiscale. Israele chiude un occhio di fronte a queste infrazioni. Però, visto che costoro non pagano, non dovrebbero aspettarsi aiuti che spetterebbero loro come numero. Questo senz’altro porta a un risentimento da parte degli arabi nei confronti di Israele e costituisce così un altro grave problema da risolvere. Il malcontento in ambiente arabo è grande e dal canto nostro cerchiamo di fare il possibile affinché diminuisca.

D. In conclusione, quali crede che potranno essere gli sviluppi? Il processo di pace andrà avanti? Se sì, come? Quale potrà essere il ruolo dei paese arabi più moderati come l’Egitto o la Giordania nello sviluppo del paese?

R. Il processo di pace deve andare avanti, non è possibile interromperlo. Il comportamento dei paesi come l’Egitto e la Giordania, secondo me, non è quello che dovrebbe essere. Il Presidente Mubarak si comporta in modo molto ambiguo. Quando gli viene chiesto di intervenire ammonendo Arafat, egli non lo fa mai con decisione, e così anche lo stesso Re Abdallah. Essi appoggiano Arafat in tutto, sia per quanto riguarda il problema dei rifugiati, sia per quello di Gerusalemme. Penso però che questi due paesi non siano affatto interessati ad una guerra in questo momento, e forse soltanto per questo cercano di calmare Arafat, chiedendogli di evitare una situazione di questo tipo. D’altra parte bisogna tener presente che vi sono altri paesi arabi nelle vicinanze di Israele, come l’Iraq e l’Iran, che viceversa vorrebbero la guerra. La Siria costituisce un problema al momento in quanto il giovane Assad è ancora inesperto e finora si è dimostrato alquanto debole, facendo dichiarazioni anti-sioniste adoperando slogan che fanno riferimento al nazismo, al fascismo e al razzismo.

D. Nell’immediato, come pensa che andrà avanti il processo di pace?

R. Il processo di pace continuerà perché i primi a volerlo sono proprio i palestinesi. Sarà però molto complesso, dal momento che il primo ministro Barak ha presentato le proprie dimissioni e da ora fino alle elezioni (che si svolgeranno tra 4 o 5 mesi) può fare tutto ciò che vuole, anche se ha promesso di portare le proprie proposte ad un referendum nazionale. Non riceverà probabilmente il consenso del popolo, che lo ha visto negoziare con i palestinesi con troppa leggerezza, promettendo concessioni inaudite, allo scopo di ottenere una pace definitiva. Ciò significa che il prossimo premier che tratterà con i palestinesi dovrà essere più fermo e dovrà dimostrarsi più attento nelle concessioni.


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