Testimonianze

Purtroppo le notizie che ci provengono sono per la maggior parte "filtrate" dall’"occhio" del giornalista; per questo motivo esse non risulteranno mai totalmente obiettive e sentite come dai protagonisti diretti. In questo capitolo troverete alcune testimonianze di persone residenti in Israele che vivono sulla propria pelle l’assurdo conflitto.

Ghila Dilian
Micol e Guy
Davide Greco
Emanuele Dalla Torre
Shimon Fargion
Affacciate sulla guerra

 

Ghila Dilian

Gerusalemme novembre 2000

Ghila Dilian, 40 anni, vive a Gerusalemme, parente di Dafna Akler, alunna della Scuola Ebraica di Milano.

D. Come state vivendo questo periodo lì in Israele e soprattutto a Gerusalemme?

R. Purtroppo il morale è a terra, viviamo con la paura. Proviamo a tenere il morale alto ma ogni brutta notizia lo fa calare di nuovo e fa svanire quelle poche speranze che ci aiutano ad andare avanti nella nostra quotidianità. Ma ciò che più ci ha deluso è il rapporto che si è creato con gli arabo-israeliani, quelle stesse persone che prima consideravamo amiche, con cui chiacchieravamo, bevevamo qualcosa al bar, ora non ci salutano più; i rapporti sono diventati freddissimi. Oppure per mostrare la loro solidarietà verso palestinesi hanno addirittura bloccato le strade per impedirci di circolare nelle nostre città.

D. Avete paura di circolare liberamente per Gerusalemme?

R. Sì, la paura di uscire e di girare liberamente per la città c’è sempre. Questo ovviamente non ci impedisce di uscire perché sarebbe impossibile restare segregati in casa ma sicuramente le passeggiate più piacevoli durante il tempo libero o magari la sera per il centro di Gerusalemme avvengono più raramente. La gente ha perso la voglia di uscire e la città è spesso vuota.

D. Hai mai creduto nel trattato di pace?

R. Nonostante non sia mai stata fiduciosa in questo trattato di pace, ho voluto credere — e non solo io — in una qualche possibilità di dialogo, di risolvere la situazione in modo pacifico anche cedendo magari qualche territorio, ma loro hanno mostrato la loro vera faccia e ora abbiamo perso completamente la fiducia.

Tutto ciò che è avvenuto durante queste settimane ha portato soprattutto molta delusione in tutto Israele, in particolar modo causata dal comportamento di Barak. A mio parere ha ceduto troppo alle richieste di Arafat, ha "dato troppo" e ora Arafat vuole sempre di più.

Anche coloro che credevano in lui ritengono che abbia fatto troppi errori. Piano piano molti di coloro che hanno sempre creduto in una pace, con idee più di sinistra, si stanno ricredendo. Hanno capito che se anche Arafat dovesse fare un qualche accordo con Israele, il popolo palestinese continuerà con i suoi atti di violenza.

D. Come pensi che si concluderà questa situazione?

R. Non saprei proprio come rispondere, ma mi rendo conto che sarà una cosa che durerà ancora a lungo. Vorrei, e non solo io, che il nostro governo reagisse in qualche modo quando succedono cose terribili come il linciaggio dei nostri soldati, avvenimenti come questi non vanno ignorati.


Micol e Guy

Gerusalemme novembre 2000

Micol e Guy sono due giovani che, cinque anni fa, lei dall’Italia, lui dall’Irlanda, si sono trasferiti in Israele, dove si sono conosciuti. Nell’agosto del 2000 si sono sposati a Gerusalemme. Dopo il rientro dal viaggio di nozze in Italia, si sono dovuti quasi subito separare, perché Guy è stato richiamato dall’esercito, condividendo così la sorte di tutti gli uomini fino ai 42 anni, che abbiano fatto il servizio militare, in momenti di particolare pericolo per il paese, senza contare il richiamo periodico per esercitazioni, che può durare fino a un mese all’anno.

Guy, soldato della riserva

Ho ricevuto la telefonata dell’esercito alle 16.00, in ufficio. Mi è stato detto che, per via del peggioramento della situazione politica e della sicurezza dello stato, la nostra unità doveva entrare in azione. L’incontro era fissato per la mattina seguente, per il trasporto alla nostra base. Non era fissata una data di ritorno.

Sul momento mi sentii sollevato all’idea di abbandonare l’ufficio per un po’. Poi ho pensato a mia moglie, Micol, con cui ero sposato da appena un mese e mezzo, ai miei genitori a Dublino e ai miei fratelli in Inghilterra. Può risultare anche eccitante essere nell’esercito, quando si hanno vent’anni e si deve pensare solo a se stessi.

La nostra unità era stata collocata a nord-est di Ramallah, con la missione di garantire la praticabilità e la sicurezza delle strade di accesso agli insediamenti israeliani. Questo significava ispezioni ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni su sette, senza tenere conto né dello shabbàth (il sabato ebraico) né dei mo’adim (le festività ebraiche: in quei giorni si festeggiava Simchat Torà). Guidavamo jeep antiproiettili, armate pesantemente, mentre giravamo a piedi nelle zone impraticabili ai veicoli. I turni di guardia erano lunghi e faticosi, sotto la pioggia e al freddo. Mangiavamo a turno, dormivamo a turno, con orari assurdi. Dopo un po’ il sistema nervoso ne è sconvolto, come dopo un viaggio intercontinentale, a causa del fuso orario. A volte il peggior nemico del soldato è proprio l’esaurimento psicofisico.

Di notte preparavamo tattiche preventive per esser pronti a intercettare terroristi in procinto di effettuare attacchi contro la popolazione civile.

Non ero personalmente molto in ansia: queste cose le avevo già fatte durante la leva, ma dovevo pensare a tranquillizzare Micol e la mia famiglia. Al telefono, cercavo di sembrare sereno e positivo; era difficile, perché la TV e i giornali diffondevano puntualmente notizie di violenze perpetrate nel paese.

Grazie al cielo, sono tornato a casa, sano e salvo. Mi sono fatto una lunga doccia, sono andato a cena con Micol, e mi sono fatto una bella dormita.

Micol

Ci siamo sposasti in agosto, in un momento in cui i rapporti israelo-palestinesi erano nuovamente a un punto morto, dopo il fallimento dell’incontro di Camp David. Personalmente cercavo di non pensare troppo alla situazione politica, alle eventuali conseguenze, volevo concentrarmi solo sul matrimonio, e godermi fino in fondo questo evento felice, tra parenti e amici. Cercavo di convincermi che questo arresto nella trattativa non ne avrebbe pregiudicato la ripresa. Così, il matrimonio si è svolto in un’atmosfera tutto sommato tranquilla.

A fine settembre, durante il nostro breve viaggio di nozze in Italia, ecco che la violenza scoppia improvvisa e devastante in Israele. Impossibile capire cosa stia veramente succedendo, seguendo solo i notiziari italiani. Sentiamo sempre più il bisogno di essere lì, di vivere la realtà da vicino. E se è questa mancanza che ci turba stando in Italia, cosa c’è di più coinvolgente di un richiamo alle armi appena una settimana dal nostro rientro? Sinceramente non era questo che intendevamo. Benché ci aspettassimo che l’esercito avrebbe avuto bisogno di rinforzi, tuttavia la chiamata di Guy ci ha colti di sorpresa, perché di norma non dovrebbe capitare ai riservisti al primo anno di matrimonio. Scopriamo allora che questo principio si applica solo alle esercitazioni annuali (i milluìm). Comunque Guy non si sente di provare a cavillare un po’ di più sull’interpretazione della norma e parte.

Nei giorni della sua ferma, mi sono ritrovata a riflettere sulla situazione di novità in cui mi ritrovavo. Fino a questo momento non c’era stato in me nessun conflitto tra l’identità in cui sono cresciuta, dalla quale non è possibile dissociarsi e quella di essere umano, per la quale non c’è differenza tra noi e loro. Per la prima volta ho avvertito che non c’era spazio per domande o speculazioni come queste, di fronte a una realtà che imponeva di agire e ubbidire. D’altra parte mi sono spesso ritrovata a pensare, in quei giorni, alla vita di Guy, partito per la difesa della patria, appesa a un filo, tra la possibilità di essere colpito o di dover lui stesso colpire. Ho pensato alla fortuna che ho avuto di essermi potuta sposare in tempo; non così è stato per un caro amico palestinese, Sofian, che ha dovuto rimandare le sue nozze, per l’aggravarsi della situazione, e questo forse è stato un bene, dato che si sarebbero dovute svolgere a Ramallah, il giorno del famigerato linciaggio dei due soldati israeliani.

Ho avuto poi momenti di autocommiserazione, del tipo perché proprio a noi, sposi novelli, immigrati in questo paese con tanti ideali e aspirazioni. Mi sono poi calmata, pensando che non c’era nessuna volontà di colpire la nostra famiglia, ma che la scelta era del tutto casuale, che poteva capitare a altri. Poi Guy diceva che tutto sommato la situazione era calma, lontano dalle zone di combattimento. Ho capito che considerare la nostra come una delle tante storie intorno a noi, se non a eliminare l’ansia e la preoccupazione, almeno serviva a stemperarle, a renderci più consapevoli della responsabilità che ci siamo assunti, quando abbiamo scelto di vivere in questo paese e in un simile contesto e in questo contesto portare avanti le nostre idee. Personalmente ho scelto di vivere in questo paese, affrontando dall’interno la situazione e facendo del mio meglio perché questa realtà migliori, affinché i miei figli possano crescere in un futuro di pace e prosperità. Ma, più a breve termine, mi piacerebbe che il mio amico Sofian potesse celebrare le sue nozze nella stessa serenità di cui ho goduto io sotto la chuppà (il baldacchino nuziale).


Davide Greco

Gerusalemme dicembre 2000

Davide Greco è insegnante di educazione fisica in Israele; dal 1997 al 2000 è stato professore di ebraico alla Scuola Ebraica.

Vivo a Gerusalemme a due chilometri dal quartiere di Ghilò… siamo oramai abituati a sentire gli spari da casa nostra, la sera, generalmente dopo le sette. Sembra quasi surrealistico, siamo magari seduti in salotto leggendo il giornale oppure giocando con i bimbi e come sottofondo gli spari a volte insistenti.

La situazione è esplosa in maniera sproporzionata rispetto a quelle che sono le controversie tra arabi e israeliani… la cosa che fa più rabbia è che alla prima vera grossa difficoltà (la questione di Gerusalemme) si sia passati subito a un confronto armato… addirittura i pacifisti tra noi stanno perdendo pazienza e fiducia.

La popolazione è confusa e al tempo stesso offesa… in più gli arabi israeliani hanno scelto questo periodo di crisi per manifestare in maniera violenta il loro malcontento dovuto a problematiche di carattere sociale.

Credo ad ogni modo che la forza di questo paese si dimostri in questi momenti. La gente continua a lavorare, i ragazzi vanno a scuola e la vita continua imperterrita come a dimostrare che nulla può piegare questo paese.

L’esempio più lampante è vedere ragazzi che abitano a Ghilò o vicino a Hebron e arrivano ogni giorno a scuola dopo aver trascorso un tragitto pieno di insidie o nottate di insonnia per il rumore degli spari durante la notte.

Questa è sicuramente un’altra prova che il nostro popolo deve superare. Speriamo che alla fine il tutto si risolva con il buon senso delle parti.

Un saluto ai ragazzi della scuola


Emanuele Dalla Torre

Come fa l’Israeliano a dormire la notte?10 gennaio 2001

Ex-studente della Scuola della Comunità Ebraica di Milano. Studente presso l’università del Technion, Haifa, Israele. Kiriat ha-Technion.

Quando ero in Italia e pensavo alla situazione in Israele mi domandavo sempre: "ma come fanno gli Israeliani a continuare la loro vita quotidiana con tutto quello che succede?". Ognuno di noi si aspetterebbe che in un paese democratico (quale Israele sicuramente è) gli scontri a fuoco non possano essere all’ordine del giorno. Se in Italia vi fosse anche solo un villaggio in cui avvengono quotidianamente sparatorie, le forze politiche, i mezzi di comunicazione e l’opinione pubblica interverrebbero immediatamente e con forza per impedire che questa situazione prosegua. Ma in Israele non è così.

Per chi vive lontano dalla "Palestina" è molto difficile capirne il motivo. Per chi riceve informazioni unicamente attraverso i mass-media, Israele è soltanto uno stato in guerra. Pertanto è portato a credere che l’apparente indifferenza del cittadino israeliano alle continue morti ne indichi una tacita approvazione. "Se agli israeliani importasse delle sofferenze dei palestinesi, avrebbero già fatto qualcosa" - capita di sentire.

Ma per chi vive qui la questione si presenta in maniera diversa: l’israeliano si alza ogni mattina all’alba per andare a lavorare e torna stanco a casa la sera: per lui Israele è questo: per lui Israele è la vita quotidiana. Certamente anch’egli ogni sera segue il telegiornale e ascolta con apprensione gli spesso tragici avvenimenti della giornata. Egli in cuor suo desidera ardentemente un giorno in cui gli spari siano solo a salve; ma ciò che più lo tormenta è la coscienza del fatto che egli non può fare molto per avvicinare questo giorno.

Questa introduzione serve per spiegare la mia esperienza personale: attualmente studio all’università del Technion a Haifa; ogni giorno seguo le lezioni e poi vado in biblioteca a studiare: e tutto va come se la "guerriglia" non ci fosse affatto. Soltanto la sera ascolto la radio e mi ricordo di trovarmi in uno stato in cui la parola "pace" è ancora un sogno.

Alle volte mi interrogo su cosa potrei fare io per farla scendere nella realtà, ma la conclusione a cui sempre giungo è che questo non dipende da me. Vorrei andare sul confine, chiamare il cessate il fuoco e profetizzare che d’ora innanzi nessuno più danneggerà il prossimo: ma non posso. L’unico risultato sarebbe un morto in più.

Il singolo cittadino non può controllare la situazione politico-militare di Israele: egli può discuterne ogni giorno ed escogitare soluzioni per risolvere il problema, ma non può veramente cambiare la realtà delle cose, non è in grado di portare alla fine degli scontri; questo è invece il compito degli uomini al governo del paese. Sono sicuro che essi siano consci di questa loro responsabilità e so che fanno di tutto per adempiere ad essa nella maniera migliore possibile: attraverso la fervente attività diplomatica e i continui provvedimenti di cui tutti sentono parlare.

La prova di quanto la situazione politica stia a cuore agli Israeliani è costituita in particolare dai periodi che, come quello attuale, precedono le elezioni. Tra un mese avverrà la scelta tra Barak (candidato della sinistra) e Sharon (rappresentante dalla destra); ma è ormai da tempo che i giornali e le piazze (attraverso continue manifestazioni) si occupano quasi esclusivamente solo delle elezioni (slogan, promesse, alleanze, …). Nel momento in cui la decisione dipende dal singolo elettore, ogni israeliano, seriamente consapevole della responsabilità datagli, si impegna come meglio può per contribuire alla "giusta" soluzione del problema.

Generalmente siamo indotti a pensare che la volontà di raggiungere un obbiettivo ne porti immediatamente la realizzazione. È forse vero che tutto può essere ottenuto (compresa la agognata "pace nel Medio-oriente"), ma è necessario il tempo opportuno. Sono personalmente convinto che, se la parte palestinese desidera il raggiungimento di un accordo bilaterale come lo vogliono gli israeliani, esso non tarderà a venire.

Ritengo che la via per risolvere il problema debba essere pacifica: attraverso la via del dialogo, da sempre compagno della democrazia, sono stati fatti enormi passi avanti. L’omicidio invece porterà solo ad un inasprimento dello scontro: i morti per mano umana gridano sempre vendetta, un rapporto dialettico chiama comprensione.


Shimon Fargion

Gerusalemme dicembre 2000

Shimon Fargion è un ex-alunno della nostra scuola, ha 55 anni e vive a Gerusalemme. In questi primi giorni di dicembre è venuto qui a Milano e gli abbiamo chiesto di lasciarci una sua testimonianza.

Io faccio parte di un servizio della polizia israe-liana che chiede ai civili di offrire un certo numero di ore al mese, circa 12, per supportare la polizia nell’ambito della sicurezza. Il compito di questo gruppo di persone è quello di controllare gli autobus al capolinea e di fare controlli saltuari durante il tragitto, per scoprire eventuali pacchi sospetti. Inoltre veniamo chiamati per supportare la polizia per quanto riguarda la viabilità, quando ci sono scontri con i nostri vicini di Bet Jalla: in questo caso il nostro compito è essenzialmente quello di chiudere la strada e l’accesso, una volta ricevuta l’autorizzazione.

L’esperienza è straordinaria soprattutto la sera a Ghilò, perché normalmente, mentre sei di guardia, si fermano delle auto, ti chiedono a che ora hai mangiato, ti portano del tè, un panino: per cui il rapporto con la popolazione diventa così caldo da incentivare la volontà di compiere questo lavoro. Inoltre il coinvolgimento rende necessaria e indispensabile l’attenzione verso le notizie che ogni ora vengono trasmesse dalle stazioni radiofoniche.

Ci troviamo in un momento di transizione in cui la popolazione non è più soddisfatta di un governo ormai ridotto ai minimi termini per quanto riguarda il numero dei ministri e la maggioranza parlamentare. Infatti il governo Barak ha deluso, promettendo una pace che non è riuscito a conseguire e portando un ritiro dal Libano che invece di presentarsi come un accordo bilaterale, che avrebbe successivamente instaurato una situazione di pace, è stato un ritiro unilaterale: da un lato positivo, perché ha eliminato il numero di morti in quella zona, dall’altro negativo, perché in seguito gli hezbollah hanno rapito tre nostri soldati di cui non si sa più niente. Oltre a questo Barak ha tentato una carta di pace con Arafat dandogli garanzie e promesse straordinarie, senza rendersi conto che nella mentalità araba si considerano perfettibili le controproposte che vengono presentate. Di conseguenza accusare Sharon della caduta delle trattative è sbagliato in quanto egli, come cittadino israeliano e membro della Knesset, aveva diritto di visitare la spianata del Tempio: egli non è neppure arrivato alle Moschee, ha esclusivamente visitato dalle 6.45 alle 7.05 quella spianata del Tempio che i media e i palestinesi insistono a chiamare spianata delle Moschee. Arafat infatti non solo chiama questo luogo "spianata delle Moschee" ma afferma addirittura che lì non ci sarebbe mai stato un luogo di culto ebraico, che il Kotel, cioè il Muro Occidentale, non sarebbe un luogo di culto; inoltre esige di ottenere tutta la Città Vecchia consentendo agli ebrei di accedere saltuariamente ai luoghi di culto per la preghiera.

Dal mio punto di vista Arafat non è l’interlocutore ideale per la pace; non tanto perché, come ha detto Barak, non è serio e affidabile, quanto perché egli si considera il "salvatore della fede" sia contro il mondo ebraico sia contro il mondo cristiano. In questa sua considerazione di sé ha cercato di coalizzare i paesi islamici contro i cosiddetti "infedeli", anche se in realtà non ha avuto molto seguito in quanto i suoi fratelli arabi non desiderano una guerra. Egli perciò — a mio parere — ha molta paura di concludere un accordo di pace con Israele, perché teme di essere ucciso dai suoi "fratelli" come fu ucciso re Abdallah di Giordania; infine morirà senza aver concluso nessun accordo di pace e rimanendo soltanto il "salvatore della fede" fermo e fisso sulle sue posizioni. Tuttavia è necessario credere che dopo Arafat arriverà qualcuno che firmerà un accordo di pace, inevitabile dopo una guerra.

In questo tipo di conflitto, devo dire che l’Autorità Palestinese, se da una parte gioca molto bene sul piano della propaganda, dall’altra sul piano militare non ha alcuna possibilità di poter sconfiggere lo Stato di Israele che rimane, militarmene, un paese che nel 1967 nel giro di 6 giorni è riuscito a sconfiggere l’Egitto, la Siria , il Libano, l’Iraq e tutti i paesi che l’avevano attaccato.

Arafat, perciò, essendo molto deluso dai vertici arabi dove paesi come l’Egitto hanno rifiutato una guerra e gli hanno dato esclusivamente dei soldi, continua a usare la tecnica dello spillo, disturbando la vita di Israele con continui scontri. Questi scontri sono molto particolari. Per esempio, rifacendomi a una notizia che ho ricevuto ieri, tre gruppi di poliziotti palestinesi armati hanno cercato di attaccare la tomba di Rachel che si trova a pochi chilometri da Gerusalemme; i soldati israeliani hanno replicato inviando tre elicotteri Apache che potrebbero radere al suolo una città intera, tuttavia il numero dei feriti è stato relativamente esiguo (35).

Altro esempio: gli scontri tra Ghilò e Bet Jalla. Questi due quartieri di Gerusalemme, di cui uno, Bet Jalla, è sotto l’autonomia palestinese, sono contigui, la gente si conosce da sempre, ha sempre attraversato la strada per fare acquisti, gli abitanti di Bet Jalla vanno da sempre a Gerusalemme per svolgere il loro lavoro di medici, artigiani… Durante gli scontri i palestinesi sparano sempre dallo stesso palazzo di Bet Jalla verso due palazzi di Ghilò quasi fosse una battaglia tra due famiglie rivali che abitano a 500 metri di distanza. Normalmente gli spari avvengono 30 minuti prima del TG in modo da richiamare l’attenzione di tutte le televisioni del mondo. Inoltre gli spari di Bet Jalla non provengono da quartieri abitati da musulmani ma esclusivamente da quartieri abitati da cristiani greco-ortodossi; una volta che i tanzìm, formazioni paramilitari palestinesi, arrivano in questi quartieri, entrano nelle abitazioni di questi cristiani, li cacciano brutalmente dalle loro case, sparano dalle loro finestre e quando hanno finito se ne vanno. Dopodiché vi è la risposta israeliana, che, dopo due mesi dall’inizio degli scontri, avrebbe dovuto ormai provocare la distruzione di queste case, che invece sono ancora lì. La strategia perciò di questi tanzìm è quella di coagulare l’attenzione mondiale sul comportamento degli israeliani nei confronti dei cristiani.

Proprio sulla condizione dei cristiani nell’Autonomia Palestinese ho letto un articolo sull’ "Espresso" che diceva che essi in queste zone si trovano veramente tra l’incudine e il martello: devono continuamente dimostrare all’Autonomia di essere più palestinesi e non si possono lamentarsi della loro situazione perché altrimenti scomparirebbero del tutto. Un tempo a Bet Jalla i cristiani costituivano il 70% della popolazione, ora non superano il 25%, perché nonostante siano palestinesi, devono continuamente dimostrare di esserlo e per far questo a volte si inseriscono nelle schiere più estremiste contro gli israeliani.

Personalmente dissento dal ministero degli esteri israeliano e dal governo israeliano che ritengono che una stato democratico non debba fare lacuna propaganda: invece dovrebbero capire che oggi i media sono uno strumento essenziale per un paese in guerra. Vi è un gruppo di donne israeliane che regolarmente si incontra con un gruppo di donne palestinesi per discutere, come madri, mogli e donne di una possibile soluzione di pace. Purtroppo queste donne palestinesi rifiutano un incontro pubblico perché in effetti rischiano la loro vita e quella delle loro famiglie se si viene a sapere che hanno qualche contatto con gli israeliani; contatti che sono tuttavia sostanziali, perché rendono chiaro come all’interno della Autonomia stia cominciando a nascere una qualche rivolta. Inoltre ciò fa accrescere in me questa sensazione di rivolta è la crescita sostanziale di segnalazioni contro coloro che hanno fatto "scappare" dall’Autonomia famiglie di dirigenti palestinesi e la continua circolazione, sempre all’interno dell’Autonomia, di volantini che per esempio, riferendosi a due foto dicono: "Questi — riferendosi alla prima foto — sono i nostri figli che tirano i sassi contro l’esercito israeliano e muoiono"; "Questi — riferendosi all’altra foto — sono i figli dei dirigenti palestinesi che all’Hilton di Tel Aviv sono con le puttane ebree". Perciò, la popolazione palestinese comincia ad avvertire di essere presa in giro da questa dirigenza palestinese corrotta che spende e spande quei soldi che sono stati sottratti a una popolazione, quella palestinese, che per esempio è costretta a usufruire del servizio sanitario israeliano, non avendone uno proprio pubblico; che, non godendo di un reddito sufficiente, usufruisce di tutte quelle agevolazioni che lo Stato d’Israele offre in parte sotto forma di scambio di prodotti agricoli palestinesi. Ecco che allora lo scambio commerciale è ancora esistente: Israele ha trasferito parte della produzione agricola ai palestinesi, che possiedono molta manodopera. Attualmente gli israeliani offrono lavoro anche a più di 80 mila stranieri tra turchi, tailandesi, cinesi e rumeni per compensare la mancanza di lavoratori palestinesi che non possono superare il confine.

Nella zona di Rafiah, al confine con l’Egitto, sono stati scoperti dei tunnel sotterranei che servivano per il contrabbando di droga e soprattutto di armi. L’esercito israeliano ha effettuato su questa zona un progressivo controllo che ha fatto diminuire sostanzialmente le sparatorie provenienti da parte palestinese. Ora perciò l’Autonomia Palestinese ha a disposizione soltanto una serie di bombe che sono poco affidabili data la preparazione artigianale.

Tornando alla situazione del governo israeliano, la popolazione in questo momento attende che ci siano nuove elezioni: io credo che Barak, se da un punto di vista militare è un grande generale, da un punto di vista politico non ha dimostrato capacità adeguate per raggiungere una situazione di pace. Ha cambiato in continuazione le sue alleanze: prima si è alleato con i partiti della sinistra, poi con lo Shas, un partito religioso che chiedeva un’autonomia educativa all’interno del paese, poi si è rivolto ai partiti laici antireligiosi per creare una "rivoluzione" laica… Inoltre c’è il problema degli arabi israeliani che si sono dimostrati molto instabili: io personalmente penso che se essi non riusciranno a capire gli errori che stanno facendo, bloccando il traffico di quasi tutta la Galilea, tirando sassi sui soldati, dimostrando cioè un comportamento ostile nei confronti di Israele, ci dovrà essere una separazione tra la popolazione israeliana e quella palestinese. Anche da parte israeliana, a mio parere, sono stati commessi alcuni errori causati dalla mancanza di esperienza della polizia israeliana, la quale — a mio parere — durante le sommosse avrebbe potuto usare strumenti più innocui. Tuttavia ci saranno in continuazione alti e bassi che non porteranno a nessuna soluzione. Innanzitutto perché bisogna vedere che cosa succede delle elezioni americane per il presidente, secondariamente perché l’Autorità Palestinese dovrà cominciare ad attuare un dialogo più sereno, che possa davvero portare alla pace, o almeno alla fine dei conflitti.

In questi giorni per le strade di Gerusalemme c’è pochissima gente e un gran silenzio. Io non voglio farmi condizionare da questa situazione, perciò continuo a fare le cose quotidiane: se così non fosse vorrebbe dire che questi hanno già vinto. Il popolo ebraico non è un popolo vendicativo, non è disposto a mettere bombe nei mercati palestinesi o altro e anche per quanto riguarda l’eredità del nazismo in Germania non ci sono mai stati atti vendicativi.

Invece la cultura araba permette e incita alla vendetta, quasi come una questione di onore. L’atteggiamento dell’ONU nei confronti di Israele è quasi sempre stato ostile e lo è tuttora, per il fatto che i paesi arabi e islamici costituiscono spesso una maggioranza precostituita alla quale si accodano altri paesi. Anche paesi europei come Italia e Francia hanno sempre avuto paura di prendere posizione e schierarsi con Israele, perciò o votano contro o si astengono. Inoltre bisogna ricordare che dietro tutto ciò vi sono anche forti interessi economici, primo fra tutti il petrolio, di cui i paesi arabi sono grandi produttori. Alla fine Israele ha solo l’appoggio dagli Stati Uniti e alcune volte dalla Germania che sente di avere ancora un conto in sospeso con il passato.


Affacciate sulla guerra

(da Bollettino della Comunità Ebraica di Milano - Gennaio 2001)

di Mara Vigevani

Sono ormai due mesi che il quartiere di Ghilò è nel mirino dei tanzim che sparano da Bet Jalla. Circa due mesi fa, la prima volta che sono arrivata in Rehov Hanafa, una delle vie principali di Ghilò, camion militari stavano portando blocchi di cemento per costruire un muro che proteggesse le case confinanti con Bet Jalla. Oggi il muro non da più la sensazione agli abitanti di Ghilò di vivere in un bunker bensì di essere nel paese delle meraviglie di Alice: un gruppo di pittori israeliani si è offerto di dipingere tutti i blocchi per rallegrare l’atmosfera del quartiere con colori vivaci e strani raffigurazioni. Gli abitanti di Ghilò raccontano di essere molto grati alla solidarietà dimostrata dal paese nei loro confronti. Vari alberghi di Eilat o del Galil hanno invitato alcune famiglie a trascorrere fine settimana loro ospiti. Anche molti politici non sono stati da meno: il presidente Katzav con la moglie Ghila sono arrivati persino muniti di pigiama e spazzolino da denti e hanno trascorso una notte ospiti nel quartiere.

Tra i soldati e le donne del quartiere si è creato un rapporto quasi materno: i soldati vengono viziati con merendine, bibite e qualsiasi cosa possa far piacere.

Ma tutti sono consapevoli che la solidarietà non muta la situazione e la paura non scompare neppure se il presidente o il primo ministro si trovano nelle vicinanze. Non solo, i cittadini sono particolarmente irritati con i politici che hanno spesso promesso di far installare vetri antiproiettile, che però non si sono ancora visti. Tra gli abitanti di Ghilò la parola miracolo è tra le più usate: negli ultimi due mesi varie pallottole sono andate a conficcarsi nelle case di Ghilò ma mai nessuno è stato ferito. L’ultima volta è accaduto a casa di Liat Eldar (16 anni). Racconta di essere andata in cucina per prepararsi un caffè. Quando ha aperto il frigorifero per prendere il latte ha sentito un forte "Bum"... ha urlato "MAMMA" ed è svenuta. Una pallottola le aveva appena sfiorato la testa andando a incastrarsi nel freezer!

Nonostante ciò gli abitanti di Ghilò non provano odio nei confronti degli abitanti di Beit Jalla perché sono consapevoli che coloro che sparano sono estranei. Oren Shabat (52 anni) abita da 18 anni in Rehov Hanafa e ricorda di quando andava dal meccanico di Bet Jalla o a mangiare il loro favoloso chumus. Dice di avere veri amici lì.

Hanna Ben Yehuda, nata in Siria 35 anni fa e cittadina israeliana dall’età di 15 anni, racconta: "So che le madri di Bet Jalla provano esattamente ciò che provo anch’io quando si spara. Sono sicura che anche loro corrono per cercare un luogo dove proteggere i loro figli. Non penso che tutte le madri mandino i loro figli a tirare sassi. Ne conosco qualcuna: lavoravano con me all’albergo e ho visto quanto faticavano per dare ai loro figli una vita migliore. Credo, o meglio voglio credere che quelle donne non mandino i loro figli a combattere contro i miei".

Hanna è sposata con Hanoch, elettricista di professione, e ha due bambini, uno di 1 anno e l’altro di 2. Vive in Rehov Hanafa, nel quartiere di Ghilò. Fino a poche settimane fa lavorava all’Hotel Hilton di Gerusalemme, poi in seguito alla crisi nel campo turistico, causata dalla nuova Intifada, Hanna è stata licenziata. "Stiamo vivendo un momento terribile, non sappiamo cosa il futuro ci stia preparando".

A Hanna dispiace vedere davanti a casa i soldati che fanno la guardia tutto il giorno, che si trattengono dal rispondere al fuoco perché non vogliono colpire altre madri e bambini innocenti. "Non capisco perché dall’altra parte non si comportino nello stesso modo. Anche loro vogliono una vita tranquilla".

Abtisad Ain (39 anni) abita a Bet Jalla. Ha lavorato per 12 anni nell’ospedale cristiano di Gerusalemme come capo del personale di servizio e oggi lavora part-time come segretaria per il Consiglio di Bet Jalla. Madre di 5 figli tra i 3 e i 13 anni, sta spettando il sesto figlio.

Anche lei racconta: "La cosa più difficile è calmare i bambini. Le mie tre figlie non vogliono più dormire nella loro stanza, ma vogliono stare sempre con me. Anch’io ho paura ma non lo faccio vedere ai bambini. Qualche giorno fa un giovane è stato colpito proprio nel mio giardino, stava sparando da casa mia. Non riesco più a dormire, ogni volta che chiudo gli occhi vedo quel giovane cadere senza vita. Tra noi donne parliamo di quello che sta succedendo intorno a noi, non vogliamo vedere i nostri figli morire. Bisogna trovare una soluzione. Noi vogliamo solo tranquillità, vivere nelle nostre case come prima. Nonostante tutto però non voglio abbandonare la mia casa, è l’unica cosa che ho, se verrà distrutta avrò perso tutto. So che questa decisione può avere delle pesanti conseguenze soprattutto per i miei bambini, ma cosa posso fare, non ho altra soluzione. Non voglio che i bambini vivano in un luogo a cui non sono legati, le nostre radici sono qui. Solo qui non ci sentiamo stranieri. So che anche le donne di Ghilò hanno paura come me. Siamo donne e dobbiamo fare qualcosa per fermare tutto questo. Vorrei che le donne di Ghilò dicessero ai soldati di non sparare contro di noi. Io vi assicuro che se qualcuno volesse sparare da casa mia non glielo permetterei, è una promessa che faccio alle donne di Ghilò. Vorrei che anche loro promettessero la stessa cosa".


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