Rabbì Yehudà Bar Ilayì stava seduto, come ogni vigilia di Rosh Hashanà, nel Bet Hamidràsh a studiare Torà. Alzando gli occhi dai libri notò allora un suo vicino, che si era recentemente impoverito. L’uomo sembrava disperato. R. Yehudà gli chiese allora:

"Che ti succede amico mio, non sai che stasera è Rosh Hashanà. Beh, certo è il giorno del giudizio, ma dobbiamo aver fiducia che Dio ci giudicherà favorevolmente e ci concederà un anno migliore di quello che si sta per concludere."

"È proprio questa la causa della mia amarezza" rispose il pover’uomo "la mia famiglia è affamata e non ho nemmeno un centesimo per comprare da mangiare!"

"Allora sei fortunato, avevo proprio una somma di denaro che mi avanzava" rispose R. Yehudà e velocemente diede all’incredulo vicino un sacchetto che conteneva una fortuna in monete.

Tornato a casa, R. Yehudà si affrettò a raccontare tutto alla moglie che iniziò ad urlare: "Come hai fatto a dare a quel povero tutti i tuoi averi? Di che cosa vivremo nei prossimi mesi con questa carestia che c’è in giro!"

Sarà la solennità della festa, sarà la sgridata della moglie, ma quella sera, la sera di Rosh Hashanà, R. Yehudà non riusciva proprio a prender sonno. Quando finalmente si addormentò fece però uno strano sogno: si trovava infatti a passeggiare in un cimitero quando improvvisamente udì delle voci. Erano gli spiriti di due bambine morte da poco che parlavano tra di loro.

"Vieni, amica mia" diceva una all’altra "andiamo a sentire che cosa è stato deciso per i vivi quest’anno, nell’alto dei cieli".

"Vorrei tanto ma sono intrappolata qui in questa stuoia di canne. Ma vai pure tu, mi racconterai!" rispose il secondo spirito.

R. Yehudà incuriosito rimase ad aspettare nascosto e in effetti dopo un po’ sentì che il primo spirito era tornato.

"Sai" disse allora questo allo spirito che era rimasto "ho sentito chi chi semina qualsiasi cosa prima della prima pioggia, quella del 17 di Cheshvàn, (la "seconda pioggia" era quella del 23 di Cheshvàn, la "terza" a Rosh Chòdesh Kislèv) tutto il suo raccolto verrà distrutto dalla grandine".

R. Yehudà si svegliò di soprassalto. Era proprio uno strano sogno. Ma non bisogna sottovalutare i sogni fatti a Rosh Hashanà. E poi in fondo che cosa aveva mai da perdere, quell’anno agricolo sarebbe stato difficile per tutti. Decise allora di seguire il consiglio degli spiriti in sogno e di piantare più tardi.

In effetti terminata la festa, tutti nel villaggio si affrettarono a seminare e si stupirono non poco nel vedere R. Yehudà oziare nel suo campo.

Così quando una terribile grandine colpì i campi, le ormai alte spighe dei contadini vennero travolte dalla calamità, mentre quelle basse di R. Yehudà resistettero alla disgrazia. In men che non si dica, R. Yehudà, rimasto l’unico ad avere del grano, riuscì a venderlo ad un prezzo così alto che si rifece della somma donata al povero a Rosh Hashanà.

L’anno successivo il pio R. Yehudà pregò allora intensamente Dio che gli mandasse un sogno a Rosh Hashanà come l’anno precedente.

E in effetti, una volta addormentato, per una seconda volta, R. Yehudà sognò di trovarsi in un cimitero e di ascoltare le voci degli stessi due spiriti.

Siccome anche questa volta lo spirito di una delle due bambine non poteva seguire l’altro, questi raccontò che cosa sarebbe successo di diverso: "Sai" disse lo spirito "quest’anno chi semina nel periodo della "seconda pioggia", avrà il raccolto distrutto da un vento caldissimo".

R. Yehudà una volta sveglio, sapeva quando piantare quest’anno. Doveva affrettarsi. E così mentre gli altri aspettavano, memori dell’esperienza miracolosa di R. Yehudà, questi in quattro e quattr’otto aveva già seminato tutto il suo campo.

In effetti quell’anno l’autunno si faceva attendere, la stagione era ancora molto calda e addirittura un rovente vento tardivo si abbattè sui poveri campi. Ma le spighe di R. Yehudà erano ormai forti e resistettero benissimo a quel clima strano, anzi finirono di maturare. Lo stesso non si poteva certo dire degli altri campi, dove le giovani e deboli spighe vennero letteralmente seccate da quel vento. La ricchezza di R. Yehudà aumentò.

A questo punto la moglie di R. Yehudà non aveva più dubbi, il suo pio marito aveva certo avuto un’illuminazione dal cielo, era proprio contenta. Forse fu per questo che, alcuni giorni più tardi, litigando con una sua vicina meno fortunata, le sfuggì un’offesa terribile: "Che parli tu, che non sei stata nemmeno capace di seppellire tua figlia in un telo di lino e l’hai invece lasciata in una stuoia di canne!"

Anche quell’anno R. Yehudà sognò i due spiriti ma stavolta li sentì dire:

"Amica mia non potremo più andare a sentire in cielo che cosa aspetta a chi è rimasto in terra. I nostri discorsi sono stati uditi dai vivi!"

Per i più piccoli - Che cosa impariamo dal Midràsh

1. Che è una grande mitzvà aiutare chi è meno fortunato proprio nei giorni che precedono le grandi ricorrenze.

2. Che la moglie di R. Yehudà ha ragione. Non ci si può in ogni caso impoverire per aiutare altre persone, donando somme spropositate.

3. Che, secondo la tradizione, nel giorno di Rosh Hashanà viene deciso esattamente quanto ogni ebreo guadagnerà in quell’anno e se tale guadagno gli sarà di beneficio.

4. Che a volte i Maestri potevano interpretare chiaramente i significati dei sogni.

5. Che un gesto di generosità senza proporzioni può a volte essere premiato con una ricompensa divina senza proporzioni.

6. Che, infine, una sola offesa personale può essere sufficiente a revocare la generosità divina anche nei confronti di un grande Maestro.

Per i più grandi - Oltre il peshàt (significato letterale)

Il leitmotiv di questo midràsh è la parnassà, cioè il sostentamento, il reddito che ogni ebreo si merita nel corso dell’anno e che secondo la tradizione ebraica viene deciso dall’alto, proprio nel giorno di Rosh Hashanà. Nelle tefillòt e nelle riflessioni, secondo una concezione originale che unisce i valori più alti con l’esperienza pratica più terrena, l’ebreo non solo inizia un rendiconto nei confronti del Cielo, ma unisce a questo la legittima aspirazione a una vita agiata, libera da costrizioni economiche.

Il nostro protagonista è uno tzaddìk, che vivendo profondamente la Torà, non guarda con eccessiva preoccupazione al suo futuro economico, ha fiducia nella giustizia dell’intervento divino. Quando si presenta l’occasione per compiere la grande mitzvà della tzedakkà, non se la lascia sfuggire. Dona al bisognoso una grande somma di denaro.

Egli viene riportato però bruscamente sulla terra dalle proteste, forse giustificate, della moglie che è evidentemente alle prese con problemi più immediati. Secondo i commentatori la scelta del cimitero come background al sogno indica la morte, la tummà, l’impurità terrena nel quale R. Yehudà è sprofondato; prima infatti sognava di Torà — simbolo della vita — che è l’esatto contrario dell’impurità, ma le sue preoccupazioni vengono fugate dai preziosi consigli degli spiriti, che spia non visto.

Ma c’è un’altra ragione della visita al cimitero di R. Yehudà in sogno. Questa ragione è legata direttamente alla tradizionale visita ai nostri cari scomparsi proprio alla vigilia di Rosh Hashanà. Avvicinandosi infatti i giorni del giudizio, l’ebreo cerca un sostegno tra chi non c’è più, perché interceda a suo favore.

Non dimentichiamo poi che i numerosi riferimenti al mondo agricolo a noi solo apparentemente lontano, alla pioggia che scende o non scende in tempo e che allora decideva le sorti di un intero anno economico, vengono sempre rapportati dai nostri Maestri al giusto equilibrio che l’uomo dovrebbe attribuire alla propria capacità creativa e all’intervento divino. Senza il primo, il secondo non può esprimersi, ma senza il secondo il primo potrebbe essere vanificato. Un intero trattato del Talmùd, quello di Ta’anìt (del digiuno in casi di calamità pubbliche) ha come tema centrale la pioggia che rappresenta la parnassà e lì troviamo scritto che per un uomo realizzare la sua parnassà può essere a volte più difficile addirittura della divisione del Mar Rosso. Infatti non è certo una coincidenza che la preghiera per la pioggia che si trova nella Amidà, che recitiamo tre volte al giorno, è collocata nella benedizione riguardante la vita e la resurrezione dei morti.

Ma, ironia della sorte, con chi decide di litigare l’incauta moglie di R. Yehudà? Proprio con la mamma della bambina scomparsa e mal sepolta. In un impeto, forse di arroganza, rimprovera a quella sfortunata madre la sua condizione non agiata. Sarà sufficiente a revocare i preziosi consigli che il marito si era guadagnato con uno slancio di generosità nell’adempimento di un precetto.

T.B. Berakhòt 18b

David Piazza

© 1999 Morashà, progetto editoria ebraica — Milano. Tutti i diritti riservati.

Illustrazione di Marcella Brancaforte