I Maestri riportano un altro episodio legato alle rivelazioni degli spiriti. Rabbì Àbba era conosciuto da tutti come una persona molto responsabile. Questa sua qualità era ben risaputa ed erano molti ad affidargli in custodia somme di denaro, soprattutto il denaro dei piccoli orfani. Questo portò, con gli anni, R. Àbba a gestire delle somme considerevoli di denaro.

Improvvisamente però R. Àbba morì, senza lasciare uno straccio di testamento. Suo figlio, il famoso rabbino Shemuèl, non era presente quando morì il padre e non fu quindi messo al corrente di dove fossero stati messi al sicuro tutti quei soldi. Finita la settimana di lutto stretto, cominciarono a presentarsi, uno dopo l’altro, gli orfani, che chiedevano i loro soldi indietro.

"È terribile, lo so, ma mio padre non mi ha mai rivelato dove sono i vostri soldi, tant’è vero, che non so nemmeno se mi abbia lasciato un’eredità" — rispose a tutti sconsolato Shemuèl.

Ma dopo un pò cominciarono a circolare delle voci maligne su Shemuèl. Insinuavano che avesse scoperto e tenuto per sè i soldi degli orfani che suo padre custodiva. Era disperato e pregò Dio che lo aiutasse a trovare un sistema per scrollarsi di dosso quell’infamia.

Una notte però fece uno strano sogno: si trovava in un cimitero, in visita alla tomba di suo padre. Nel sogno disse: "Sto cercando R. Àbba!". E una voce rispose "Quale R. Àbba?" e Shemuèl: "Àbba Bar Àbba (figlio di Àbba)", e la voce: "Quale Àbba Bar Àbba?" "Àbba Bar Àbba, padre di Shemuèl!" rispose Shemuèl. E improvvisamente gli apparve lo spirito di suo padre e quando Shemuèl gli chiese dove mai avesse nascosto i soldi questi rispose:

"Vedi figlio mio, li ho nascosti tra le due pietre della macina. Sono inoltre protetti in alto e in basso da due sacchetti che contengono il mio patrimonio personale: in mezzo si trova il denaro degli orfani. Non ti stupire: ho agito così in maniera che se fossero venuti i ladri, nella fretta avrebbero rubato solo i miei soldi che si trovavano sopra. Nel caso in cui, invece il posto fosse diventato umido, i miei soldi sotto sarebbero arrugginiti per primi, lasciando intatti quelli degli orfani!"

Shemuèl si svegliò allora di soprassalto, alzò le pietre della macina e potè restituire, fino all’utimo centesimo, i soldi ai legittimi proprietari.

Per i più piccoli - Che cosa impariamo dal midràsh

1. Che i piccoli orfani vengono tutelati dal bet din (tribunale rabbinico) nominando dei tutori, che si occupino delle loro proprietà, fino a che raggiungerenno la maggiore età. R. Àbba era uno di questi.

2. Morto il padre, Shemuèl non avrebbe l’obbligo (seconda la halakhà) di risarcire, con denaro proprio, i soldi spariti. Tuttavia il suo senso di giustizia e la preoccupazione di vedere il proprio nome infangato lo spingono a trovare una soluzione. Al di là della stretta regola.

3. Al giorno d’oggi, secondo gli ashkenaziti, non si può chiamare un figlio con il nome del padre. Impariamo invece che ai tempi del midràsh era una pratica assai diffusa.

Per i più grandi - Oltre il peshàt (significato letterale)

Al di là dell’happy ending scontato (Shemuèl in fondo era uno tzaddìk anche più grande del padre) colpisce la curiosa anomalia di questa strana storia di nomi e della difesa del buon nome. Eravamo abituati al mondo mediorentale dove ai figli viene aggiunto il nome del padre, qui invece un padre viene riconosciuto grazie al figlio. E poi perché mai Shemuèl, pur essendo un grande rabbino (e un famoso studioso di una scienza non proprio ebraica, l’astronomia) non viene chiamato Rav Shemuèl?

I commenti a questo midràsh (R. Hay Hagaòn) ci raccontano il passato del padre, a cui, in un viaggio lontano, una maliziosa indovina aveva predetto che sarebbe nato un figlio studioso; un padre che usa il nome divino per correre a mettere in cinta la moglie; di come il figlio nato alla donna con il marito lontano sia creduto illegittimo; di come il padre debba testimoniare che il figlio è veramente suo e per ribadirlo la gente comincia allora a chiamarlo Àbba padre di Shemuèl; di come però l’indovina lanci una maledizione sul saggio figlio, che riesce ad evitarla proprio rinunciando al titolo di Rav. Perché per eccellere tra gli ebrei (e tra i goyìm), a volte non c’è proprio bisogno del titolo. Conta molto di più una buona reputazione.

T.B. Berakhòt 18b

David Piazza

© 1999 Morashà, progetto editoria ebraica — Milano. Tutti i diritti riservati.

Illustrazione di Marcella Brancaforte