Quando colpì per la prima volta, nessuno ci pensò troppo su. Ogni tanto succedeva che un passante isolato venisse morso da un serpente velenoso e morisse in poco tempo. Ma gli abitanti del piccolo villaggio ben presto si resero conto che avevano a che fare con lo stesso serpente velenoso e aggressivo. I casi di persone uccise si moltiplicarono spaventosamente.

Decisero che era arrivato il momento di far qualcosa. Dopo aver scoperto la tana della pericolosa bestia si rivolsero allo tzaddìk del villaggio, Rabbì Chaninà Ben Dossà, chiedendogli di pregare perché il flagello avesse termine.

R. Chaninà li ascoltò attentamente e chiese invece di essere accompagnato nel luogo dove era stata trovata la tana del serpente. La richiesta sembrava strana, ma gli abitanti, fiduciosi nelle capacità del rabbino, lo accontentarono con sollecitudine.

Appena arrivato, prima che qualcuno potesse fermarlo, R. Chaninà mise il suo tallone proprio all’imboccatura della tana dove si nascondeva il serpente. Questo non ci pensò su due volte, non si lasciò sfuggire l’inaspettata e facile preda e con un guizzo addentò il tallone dello tzaddìk, iniettandogli il suo mortale veleno.

La folla, che assisteva impotente alla scena, rimase impietrita. Per lunghi interminabili momenti tutti trattennero il respiro, inorriditi. Poi, tra lo stupore generale, il serpente ebbe uno scatto nervoso, ma lentamente si accasciò al suolo, senza vita.

Come se fosse la cosa più naturale del mondo, R. Chaninà incolume, prese il serpente, se lo mise al collo e si incamminò verso il Bet Hamidràsh, l’accademia di studi. Era chiaro a tutti che lo tzaddìk voleva trarre un insegnamento da quel terribile episodio.

"Vedete", esordì alla folla ormai numerosa "un serpente velenoso può solamente far del male a chi ha commesso delle trasgressioni, e quando dal Cielo è stato deciso che debba morire: non è il serpente che uccide, ma il peccato!" Da allora iniziò a circolare il famoso proverbio: "Guai all’uomo che incontra un serpente velenoso e guai al serpente che incontra R. Chaninà ben Dossà!"

Per i più grandi - Oltre il peshàt (significato letterale)

A una prima lettura il racconto ci lascia confusi. Lo tzaddìk potrebbe essere molto coraggioso, paurosamente incosciente o addirittura arrogante e che, sicuro dei suoi meriti, mette in pericolo la sua vita in maniera molto teatrale.

I commentatori del midràsh (Kaf Hachayìm) invece ci portano indietro, molto indietro. Non ricordate che si è già parlato nella Torà di un serpente e del tallone umano. Già proprio "quel" serpente, quello di Adàm Harishòn e di Chavà, nel Gan Eden. Qual era stata la maledizione divina per aver causato la trasgressione? "… la progenie di lei (della donna) ti schiaccerà la testa e tu ti avvolgerai al tallone" Che vuol dire?

Spiega l’Or Hachayìm questo oscuro versetto, citando il nostro midràsh del Talmùd: Quando l’uomo si eleva, osservando le mitzvòt, ti schiaccerà (interpretando "la testa" con "essendo testa" cioé in alto). Quando sarà (basso come il) tallone tu lo avvvolgerai (cioé lo ucciderai). Sullo stesso versetto un altro commentatore, il Kelì Yakkàr, ci ricorda che il serpente simboleggia l’istinto al male: lo vinciamo se lo colpiamo quando si manifesta all’inizio (testa), ma ne saremo colpiti se reagiamo alla fine (tallone).

Il Kaf Hachayìm suggerisce ancora che gli abitanti del villaggio ritenevano che il serpente fosse una punizione speciale mandata da Dio, un fatto sovrannaturale. R. Chaninà Ben Dossà dimostra che le cose non stavano così. Se si fosse trattato di una punizione sovrannaturale lo stesso tzaddìk non sarebbe sopravvissuto. È invece Dio stesso che può decidere se mandare una punizione tramite un fatto naturale, senza forzarla. Nel caso dello tzaddìk il veleno che aveva ucciso tanti abitanti del villaggio, non ha effetto.

Per quanto queste considerazioni sulla natura ci possano stupire, non dobbiamo dimenticare il nome che i Maestri davano agli eventi naturali: minhàg ha’olàm - il "comportamento" del mondo. Se un evento naturale si "comporta" ripetutamente in una determinata maniera (per esempio una mela lasciata cadere va verso il basso), chi ha mai detto che lo debba fare per sempre?

T.B. Berakhòt 33a

David Piazza

© 1999 Morashà, progetto editoria ebraica — Milano. Tutti i diritti riservati.

Illustrazione di Marcella Brancaforte