Tutto cominciò quella volta che Rabbì Shim’òn Bar Yochày chiese chiarimenti a R. Yehoshùa riguardo a una halakhà: se la preghiera serale, ’Arvìt, fosse obbligatoria o facoltativa.

"Facoltativa!", rispose R. Yehoshùa. Ma evidentemente R. Shim’òn non si sentiva sicuro e voleva chiedere agli altri Tannaìm (maestri della Mishnà). Decise quindi di rivolgersi all’autorità più importante, il Nassì (il presidente) Rabbàn Gamlièl.

Immaginate lo stupore di R. Shim’òn quando l’interpellato rispose con la stessa sicurezza del primo: "Obbligatoria!"

"Ma R. Yehoshùa ha detto che era facoltativa" rispose allora R. Shim’òn. "Bene, sarà un bell’argomento da discutere al bet hamidràsh, quando tutti i saggi saranno riuniti; allora sapremo qual è la giusta risposta alla tua domanda."

La notizia si sparse in un batter d’occhio e la promessa di R. Gamlièl suonava come una convocazione. Siccome nessuno voleva perdersi, quella che si preannunciava come un’altra importante lezione del grande saggio, accorsero tutti nella sala del bet hamidràsh, che fu subito gremita.

Appena ebbe inizio la lezione, R. Gamlièl, con il capo, fece segno a R. Shim’òn di porre la sua domanda e questi ripetè: "La preghiera di ’Arvìt è facoltativa o obbligatoria?"

Si alzò dunque la voce imperiosa di Rabbàn Gamlièl "La preghiera della sera è obbligatoria!" e subito dopo aggiunse "C’è qualcuno che la pensa diversamente?" Poi guardò i presenti ad uno ad uno, finché lo sguardo si posò su R. Yehoshùa, che imbarazzato, si sentì costretto ad ammettere: "No, non c’è nessuno in disaccordo con te, su questa questione".

"Questo mi stupisce - rispose Rabbàn Gamlièl - non mi hanno forse riferito che proprio tu sei dell’opinione che la preghiera della sera è facoltativa? Alzati in piedi, R. Yehoshùa, in maniera che possiamo sentire, chi può testimoniarti contro."

Ancora più impacciato da quell’accusa diretta, di fronte a un pubblico così qualificato, R. Yehoshùa, che non era uno dei Maestri più giovani e nemmeno poco preparato, cercò allora di giustificarsi: "Ammetto che in principio pensavo fosse facoltativa. Non posso negarlo dal momento che è qui presente il mio amico, R. Shim’òn, che può testimoniare, avendolo ascoltato dalle mie stesse labbra…"

Stranamente però Rabbàn Gamlièl non si curò di ascoltare le parole di scusa del suo collega; anzi iniziò a esporre la sua lezione giornaliera, lasciando in piedi R. Yehoshùa. A quei tempi, vuoi perché non tutti erano a livello di chi insegnava, vuoi perché la sala era grande e gli ascoltatori erano numerosi, si faceva uso del meturgamàn, cioè di un "traduttore" che ripeteva la lezione, parola per parola, ad alta voce .

Questa volta però nessuno poteva concentrarsi sui ragionamenti che iniziavano a dipanarsi nella grande aula: l’attenzione di tutti era rivolta alla figura umiliata di R. Yehoshùa, unico rimasto in piedi in mezzo a tante persone sedute. Non aveva infatti ricevuto il permesso di sedersi e per rispetto al Nassì, l’autorità più alta per gli ebrei di quei tempi, non poteva certo decidere di farlo da solo.

Prima si udirono dei bisbigli, poi delle voci sommesse, e in un batter d’occhio il mormorio della sala si tramutò in un vocìo concitato. Si udirono addirittura delle urla: "Chiediamo al meturgamàn di fermarsi!" e un’altra voce "Per quanto dobbiamo assistere all’ingiustizia e alla vergogna nei confronti di R. Yehoshùa?"

E ancora: "Non è la prima volta che R. Yehoshùa dissente da Rabbàn Gamlièl, ma alla fine ha sempre accettato l’interpretazione del Nassì! Non vi ricordate la storia della data esatta di Yom Kippùr e quell’altra della pecora di R. Tzaddòk che aveva partorito un primogenito maschio?"

Anche in quegli episodi R. Gamlièl aveva dimostrato tutta la sua durezza nei confronti di chi osava contraddirlo; nel primo, addirittura, aveva obbligato R. Yehoshùa a presentarsi con il bastone da viaggio e con la sua bisaccia proprio nel giorno che questi aveva calcolato essere Yom Kippùr, in disaccordo con quanto stabilito da Rabbàn Gamlièl.

Successe allora quello che nessuno si sarebbe aspettato. I maestri si riunirono in consiglio e decisero che anche il grande Rabbàn Gamlièl non era semplicemente più adatto ad essere Nassì, a causa del suo comportamento nei confronti di R. Yehoshùa.

Ma un’altra importante decisione attendeva quei saggi coraggiosi: chi avrebbe sostituito il potente e carismatico Nassì? Non potevano certo nominare R. Yehoshùa che era stato coinvolto nel confronto con R. Gamlièl e qualcuno poteva sospettarlo di aver architettato la destituzione con poco nobili intenti. Un altro grande saggio poteva essere un ottimo candidato alla carica: R. ’Akivà, ma questi era troppo esposto al probabile risentimento di Rabbàn Gamlièl nei confronti del suo successore.

Spuntò quindi a sorpresa la candidatura del giovanissimo R. ’Elazàr ben ’Azarià. Certo era uno studioso brillante e acuto, era facoltoso, e quindi avrebbe potuto adempiere ai molti obblighi che la carica richiedeva, ma aveva solo 18 anni, che sono un po’ pochini per sostenere la più alta posizione tra i Saggi d’Israele.

Quella sera stessa dunque il problema era nelle mani del giovane R. ’Elazàr che non perse tempo e chiese consiglio alla sua devota moglie se accettare o meno l’incarico.

"Sai una cosa? - rispose questa - Visti i tempi che corrono, con grandi maestri oramai destituiti in quattro e quattr’otto, se accetti l’incarico, chi ti assicura che tu stesso non ti troverai nella stessa situazione di R. Gamlièl? E poi, sei così giovane, chi ti tratterà con il dovuto rispetto?"

"Cara moglie - replicò annuendo R. ’Elazàr - forse hai ragione; ma se tu potessi bere anche una sola volta in un preziosissimo calice di cristallo, rifiuteresti la grande occasione solo perché il calice può cadere e rompersi in mille pezzi? Credo proprio che accetterò."

La coraggiosa decisione era senza dubbio approvata in alto, molto in alto, perché la mattina dopo R. ’Elazàr si svegliò con una folta e candida barba che rendeva il suo aspetto in tutto e per tutto uguale a quella di saggi ben più anziani di lui.

E le cose cambiarono sin dal primo giorno: fu abolita la regola che permetteva l’ingresso alla casa di studi solo alle persone che avessero dimostrato una profonda sincerità. Le guardie che controllavano all’ingresso furono allontanate e chiunque volesse studiare Torà poteva entrare e farlo. Si dice che ben quattrocento panche furono aggiunte quel giorno nel Bet hamidràsh.

Come se non bastasse, nel giorno della nomina di R. ’Elazàr tutte le halakhòt che precedentemente nessun saggio era stato in grado di spiegare, improvvisamente diventarono chiare come raggi di sole.

Ma evidentemente le sorprese non erano terminate per quel grande giorno. Alla porta del Bet hamidràsh si affacciò umilmente, come uno studente qualsiasi, proprio R. Gamlièl in persona, che non smise mai di studiare e di discutere di Torà assieme agli altri Maestri, nonostante la tumultuosa e umiliante destituzione.

Progressivamente la vita al Bet hamidràsh ritornò alla normalità, sotto una brillante direzione e con uno studente dal grande passato. Nuovi problemi di interpretazione attendevano i Maestri che guidavano il popolo ebraico: si presentò un giorno infatti un moabita che dopo essersi convertito, chiedeva di poter sposare una ragazza ebrea.

"Impossibile! - tuonò R. Gamlièl, - È scritto chiaramente nella Torà: "Ammoniti e Moabiti non faranno parte della congregazione divina" (Deut. 23)".

"Ti sbagli caro collega - si oppose allora il vecchio avversario R. Yehoshùa - Ammoniti e Moabiti da tempo non vivono più come popolo nella loro terra e quindi il divieto della Torà non è più applicabile ai loro discendenti."

Le argomentazioni di R. Yehoshùa erano così brillanti che non solo si decise di permettere al nuovo convertito il matrimonio desiderato ma l’orgoglioso R. Gamlièl iniziò a vedere il suo avversario sotto una nuova luce.

Ma in quel momento nessuno poteva prevedere quali sconvolgimenti avrebbe causato il nuovo atteggiamento di R. Gamlièl…

Vi ricordate di come l’orgoglioso R. Gamlièl era rimasto stupito della saggezza del suo antico avversario, R. Yehoshùa? Bene, successe allora quello che nessuno si sarebbe aspettato. R. Gamlièl decise di andare a trovare il suo collega, a casa sua, per chiedergli scusa.

Lo stupore però coglieva l’anziano rabbino man mano che si addentrava nel povero quartiere, costituito da abitazione vecchie e traballanti dove gli avevano indicato abitasse R. Yehoshùa. Dopo aver ben controllato, per paura di sbagliare, entrò dunque in una stamberga tutta annerita dalla fuliggine.

"Dunque… - balbettò dunque R. Gamlièl - tu ti guadagni da vivere vendendo carbone?".

"Come deve essere sfortunata la nostra generazione, i cui maestri non sanno né di che che cosa vivano i loro discepoli, né se questo basta a loro per vivere!" Rispose sospirando R. Yehoshùa.

"Sono venuto per chiederti perdono. Ti ho umiliato diverse volte. Ti prego, perdonami." Ma R. Yehosùa rimase immobile, come se non sentisse.

"Ti prego, fallo per la mia casa paterna!" La sua, infatti, era la quinta generazione da Hillel "Hazakèn" - Hillel il Vecchio.

A queste parole R. Yehoshùa rispose prontamente: "Ti perdono immediatamente e completamente. E non ti serberò nemmeno rancore!"

I due saggi non erano soli e i presenti erano entusiasti della completa rappacificazione dei due grandi di Israele. R. Yehoshùa stesso, allora, propose di ripristinare la carica di Rabbì Gamlièl a Nassì del Sinedrio.

Gli altri Maestri però, a questo punto esitavano. Non avevano certo eletto il giovane e brillante R. ’Elazàr Ben ’Azarià per destituirlo di lì a poco: non c’è scritto forse "Per le questioni di santità si può salire, ma non si può scendere"? D’altro canto la saggezza e l’esperienza di R. Gamlièl erano superiori a qualsiasi altro. Non aveva fatto forse una completa teshuvà, abbandonando la sua arroganza e scusandosi con R. Yehoshùa?

Un grande problema richiedeva una grande soluzione. I Maestri si riunirono e decretarono coraggiosamente che R. Gamlièl avrebbe fatto la sua derashà settimanale per due Shabbatòt e R. ’Elazàr il terzo e così via. Da qui l’origine del detto: "Ma questo Shabbàt a chi tocca?"

Per i più grandi - Oltre il peshàt (significato letterale)

Questo lungo midràsh sembra snodarsi attraverso strade conosciute e scontate. Il facoltoso e arrogante R. Gamlièl, l’umiliazione in pubblico del brillante discepolo, un giovane sostituto e una fine riconciliante. Ma non stiamo certo parlando di onore personale e nemmeno di politica. In qualsiasi altro contesto una sola parola del rispettato e temuto Nassì destituito avrebbe generato lo scisma. Un solo gesto e avremmo avuto la fondazione di una altro partito, di un nuovo sinedrio. R. Gamlièl sceglie, invece, di continuare a studiare la Torà in silenzio, la cui corretta interpretazione è la sola causa della rocambolesca vicenda.

Uno dei miei maestri ha definito questo midràsh uno scontro tra giganti. Giganti che si affrontano ognuno nel proprio ruolo istituzionale. Vediamo di capire quali analizzando meglio il periodo storico.

Ci troviamo in una terra di Israele oramai sotto il ferreo dominio dei romani. Questi dapprima si mostrano concilianti, ma il popolo ebraico è diverso, non accetta il paganesimo universalistico degli occupanti in cambio del quieto vivere, del benessere, del commercio, delle strade. Si avvertono già i primi sintomi di rivolta e iniziano le deportazioni, le torture, i massacri. La Torà non deve essere osservata, ma non è permesso nemmeno studiarla.

I Maestri di Israele avvertono che quello che prima veniva trasmesso oralmente di padre in figlio, da Maestro ad allievo, con mille interpretazioni, è oramai in pericolo. Bisogna allora definire e scrivere tutto, nasce la Mishnà. R. Gamlièl è uno dei traghettatori verso la nuova era; egli rappresenta l’autorità. Il popolo oppresso ha bisogno di regole certe, da poter osservare anche in situazioni disagiate. Non ci si può permettere di osservare il Kippùr in due giorni diversi, bisogna decidere e in maniera inequivocabile. Anche a costo di ferire l’onore di una altro grande, perché non c’è onore più grande di quello della Torà. Se noi ancora oggi studiamo Torà lo dobbiamo anche al senso di responsabilità di R. Gamlièl e R. Yehoshùa.

T.B. Berakhòt 27b

David Piazza

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Illustrazione di Marcella Brancaforte