Influenze kabbalistiche in Italia

Che cos’è che caratterizza il fedele o l’adepto della kabbalà ? Innanzi tutto la consapevolezza di essere depositario di una dottrina di verità, segreta ed elitaria.

Quando si parla di misticismo ebraico, si è istintivamente portati a pensare alla kabbalà. C’è da dire, però, che pur indicando la kabbalà il patrimonio degli insegnamenti mistici dell’ebraismo, essa rappresenta un fenomeno unico più specifico che non si identifica con quello che, nella storia della religione, viene genericamente chiamato misticismo.

Il contenuto della kabbalà (parola che significa tradizione) è un insieme articolato e complesso di idee e di tradizioni, che si riallacciano a correnti esoteriche, mistico-speculative, teosofiche, cosmogoniche e così via, presenti da tempo antico all’interno dell’ebraismo, ma evidenziatesi soprattutto nel periodo farisaico.

Che cos’è che caratterizza il fedele o l’adepto della kabbalà ? Innanzi tutto la consapevolezza di essere depositario di una dottrina di verità, segreta ed elitaria. Da qui, pur nella consapevolezza di essere all’interno della tradizione dell’ebraismo, l’esigenza di interpretare i testi sacri e la realtà alla luce delle tradizioni kabbalistiche, attraverso metodologie e simbologie che sono loro proprie. È così che, accanto ad aspetti più specificamente teologici o metafisici, trovano marcata accentuazione nel pensiero kabbalistico interpretazioni sul destino, sulla missione e sulla sofferenza di Israele.

Nella Spagna medievale, tutto questo materiale, non ancora amalgamato e consolidato, raggiunge una strutturazione dottrinale ordinata e una sistematizzazione più sicura, grazie anche all’apporto metodologico della teologia speculativa ebraico-araba.

Nacquero, così, fra il XIII° e il XVI° secolo, alcuni fra i maggiori sistemi kabbalistici: quello di A. Abulafia, quello dello Zòhar (splendore) - il più classico fra i testi di kabbalà - e quello di I. Luria, iniziatore a Safèd della c.d kabbalà pratica, la cui teologia mistica avrebbe influenzato, più di qualsiasi altra dottrina, le correnti mistiche, e non solo quelle, dell’ebraismo moderno.

Anche l’Italia ebbe i suoi cultori appassionati di kabbalà. Questa tendenza, che si andò sempre più accentuando e generalizzando dopo la cacciata dalla Spagna (1492), a seguito delle immigrazioni che ne seguirono, ebbe un rappresentante insigne nell’esegeta-filosofo Isaac Abravanèl, già consulente finanziario alla corte di Spagna, e da lì giunto poi a Napoli e quindi a Venezia.

I centri maggiori di speculazione mistica furono quelli di Modena, di Reggio, di Mantova e di Livorno e, fra le personalità di maggior spicco, nel corso del Cinque-Seicento, possono essere annoverate quelle di Mordechài Dato, Aaròn Berechià da Modena, Yehudà Moscato, Menachèm Azzarià da Fano.

Una vera e propria bufera, con creazione di opposte fazioni, si ebbe in Italia con l’apparizione, nella metà del Seicento, dello pseudo-messia Shabbetài Zevì.

Due centri sabbatiani piuttosto vivaci, fra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento, furono a Livorno e a Modena. La casa di Avrahàm Rovigo a Modena era meta di credenti provenienti dalla Terra Santa, dalla Polonia e dai Balcani.

Con il suo collega ed amico Beniamino Cohen Vitale di Reggio (l’unico che osò ostentare in casa un ritratto di Shabbetài Zevì), scrutava con scrupolo e trepidazione ogni segno che facesse presagire qualche manifestazione messianica.

Il gruppo di Modena era in stretto collegamento con una cerchia sabbatiana di Praga. Legami, infatti, di una certa intensità e continuità sono documentati fra il gruppo modenese, capeggiato da Rovigo, e due adepti sabbatiani praghesi: Issakhàr Baer Perlhefter e Mordechài Eisenstadt.

Dopo la morte di Shabbetài Zevì, Mordechài Eisenstadt, nel 1677 a Praga, si assunse il compito, attraverso un’intensa predicazione ascetica, di sostenere la provvidenzialità della morte dello pseudo-messia di Smirne, identificandolo con il messia sofferente, figlio di Giuseppe, che avrebbe preceduto, secondo alcune tradizioni, il vero Messia, figlio di Davide.

Di questa predicazione si fece portavoce appassionato anche in Italia, ospite ancora a Modena del Rovigo e da questi sostenuto e incoraggiato.