Il recupero del cimitero ebraico

Franco Panzini

1. Il quadro di riferimento dell'intervento

Nel giugno 2002, dopo un intervento generale di recupero ambientale e un’azione diffusa di restauro dei monumenti funerari, è stato riaperto alla visita il cimitero ebraico storico di Pesaro.

Il luogo, vuoi per la scomparsa del nucleo di popolazione di religione israelita che abitava la città, vuoi per le difficoltà pratiche legate ad un sito impervio, era rimasto negli ultimi decenni completamente abbandonato. Così la relativa difficoltà di accessibilità, nonché la naturalizzazione totale del sito ne aveva cancellato la visibilità, congiurando insieme, per rimuovere il luogo dalla conoscenza collettiva. Nella città la presenza di un cimitero ebraico era conosciuta, ma la sua collocazione divenuta pressoché ignota.

L’intervento, promosso e patrocinato dalla Fondazione Scavolini, è stato condotto nell’arco di due anni (2002-2002), dopo la stipula di una convenzione fra la Fondazione Scavolini, la Comunità ebraica di Ancona proprietaria dell'area e l'Unione delle comunità ebraiche d'Italia1. All’iniziativa hanno collaborato, dal punto di vista della messa a punto delle procedure, anche il Comune di Pesaro e l’Ente parco regionale naturale del San Bartolo, nella cui area ricade oggi il sito del cimitero.

2. Nota storica e stato prima del recupero

Il cimitero ebraico di Pesaro sorge a nord-ovest del centro urbano, sulle prime pendici del colle San Bartolo, un sistema collinare che si protende lungo la costa a settentrione della città. Come viene accennato in altre parti di questo volume, sembra trattarsi, dal punto di vista cronologico, del terzo cimitero ebraico della città.

La collocazione del cimitero più antico è situabile, con sufficiente attendibilità, a meridione del centro urbano, immediatamente al di fuori della Porta Fano, in corrispondenza con il quartiere abitato dalla popolazione ebraica prima della istituzione del ghetto. Questo primo cimitero scomparve in un’epoca imprecisata, forse in conseguenza dei lavori per la creazione del maggiore fortilizio della cinta urbana, la rocca voluta da Costanzo Sforza e in suo onore detta Costanza, la cui fabbrica venne aperta nel 1474. Il secondo cimitero, situato in prossimità delle nell’area di fondovalle fluviale ad ovest della città, detta di “Pantano” restò in uso sino al 1695, quando l’area venne permutata con quella collinare dell’attuale cimitero.

Quest’ultima, di forma trapezoidale, ha una dimensione di oltre 6.700 mq., guarda secondo la tradizione ad est, verso Gerusalemme, ed è affacciata al mare ad una quota di circa cinquanta metri sul livello della riva. L’area ha una consistente acclività che va aumentando nella sua parte superiore: il dislivello è di circa 40 metri su una lunghezza massima intorno ai 95 metri. Tale pendenza venne parzialmente modellata con piccoli terrazzamenti ancora percepibili nella parte inferiore (quella di formazione più recente), mentre non è chiaro se anche la parte superiore ebbe in passato una qualche sistemazione; una lettera della polizia mortuaria comunale, del 1905, descrive il luogo come formato da “greppate lunghe e molto ripide”2.

Anche in relazione all’impervia morfologia, solo in epoca recente il cimitero ha avuto un recinto murario. La sua costruzione ebbe luogo grazie ad un lascito di Lazzaro Recanati, morto nel 1928, come ricorda la grande lapide posta alla sinistra del cancello di ingresso. La costruzione del lungo muro di perimetro (oltre 340 metri totali) mise fine ad una vecchia polemica che già dai decenni precedenti aveva opposto il municipio di Pesaro e la comunità israelitica in merito alle condizioni dell’area cimiteriale, lasciata in almeno parziale abbandono, ed appunto priva di recinzione.

L’ordine di disposizione delle sepolture appare piuttosto casuale, anche se, almeno per le inumazioni più recenti, si rileva la consuetudine di seppellire i congiunti in aree prossime. Sta di fatto che nella lettera della polizia mortuaria comunale già citata, si legge appunto che “le salme vengono sepolte senza ordine, ed a piacere di individui non autorizzati; senza richiami di cippi sulle fosse”. Questa presenza irregolare di inumazioni nasceva probabilmente dalla disponibilità ad uso cimiteriale di un’area ampia, ma assai acclive, cosicché le sepolture dovettero essere condizionate dalla variabilità della pendenza, dando luogo ad un uso discontinuo del sito.

Dall’esame di cippi e stele si desume inoltre come l’ambito di sepoltura più antico sia quello superiore, dove è collocato un numero modesto di manufatti, tutti di connotazione arcaica e più erosi, mentre la parte inferiore accoglie esclusivamente inumazioni ottocentesche e novecentesche, queste ultime tutte concentrate nell’area circostante l’attuale accesso, che ha luogo dal lato inferiore del recinto. La collocazione dei manufatti più antichi nella parte superiore lascia presagire un quasi certo mutamento della accessibilità al luogo, la quale avveniva probabilmente in antico dall’alto; le planimetrie catastali dell’area recano peraltro ancora tracce di un percorso scomparso, il quale risaliva il crinale del colle, lasciando la città attraverso la Porta Rimini e passando poi in tangenza al cimitero stesso nella sua parte superiore. In relazione a questo, la parte alta del cimitero potrebbe contenere un numero di sepolture dei primi decenni di uso dell’area, ben superiore a quello oggi percepibile, e probabilmente lapidi integralmente interrate.

Ad acclività del sito e inarrestabile crescita della vegetazione va ascritta la profonda modificazione che il luogo ha avuto nei tempi recenti. La morfologia scoscesa ha infatti favorito lo scivolamento del terreno superficiale, soprattutto dopo le piogge maggiori; ed è questo scivolamento ad essere responsabile del rovesciamento di alcune stele e cippi, o del parziale interramento di altri manufatti. Ma è la crescita della vegetazione che ha prodotto la modificazione più consistente. Una vecchia immagine del sito e riferita alla costruzione del muro di cinta, mostra che alla fine degli anni Venti il luogo appariva come una scoscesa pendice campestre con rade alberature, da cui emergevano, senza ordine apparente, i diversi manufatti sepolcrali. L’abbandono del luogo e la caduta di ogni manutenzione nei decenni vicini (con l’eccezione di un parziale intervento nell’area centrale alcuni anni addietro), hanno favorito una profonda naturalizzazione dell’area che prima dell’intervento appariva completamente ricoperta da una folta vegetazione, la quale aveva sostanzialmente mutato il carattere originario campestre del sito3.

3 I monumenti sepolcrali

Sebbene nell’area debbano essere state effettuate molte inumazioni segnalate unicamente da semplice pietre infissa verticalmente a terra, ad indicare il luogo di sepoltura rimangono oltre 150 monumenti funebri diversi.

Nella parte superiore, la più arcaica, si trovano esclusivamente stele verticali e cippi cilindrici assai erosi, ma di bella fattura, con iscrizioni e semplici decori (stelle a otto punte) alcune con testi dedicatori piuttosto lunghi, come nell’esempio della stele di Meshullam Refael Salom da Fermo del 1717.

Nella zona mediana del cimitero ricorrono ancora le due tipologie della parte alta, ma con manufatti di maggiore dimensione e una più ricca presenza di semplici fregi (cornici intorno al testo, stelle a otto punte – rare quelle tradizionali a sei –, fiori, dischi solari). Il cippo cilindrico che ricorda Itzhaq figlio di Josef Galligo da Senigallia, del 1750, è l’unico che riporta un emblema di famiglia, un galletto su monti che alza un rametto nel becco. A queste tipologie semplici, si affianca anche un modesto numero di monumenti sepolcrali di gusto classico, della seconda metà del XVIII secolo, in forma di alto dado che sorregge un’anfora o lucerna.

Nella parte inferiore, la più recente, appaiono infine forme romantiche e naturalistiche, come nel caso delle sepolture di Lazzaro Montebaroccio e Fortuna Mondolfo Bolaffi, la prima in forma di montagnola rocciosa con edere attraversate da una lucertola e la seconda di ara antica, entrambi dei decenni centrali dell’Ottocento. Si trovano poi colonne spezzate, serti floreali, drappi, fiaccole di pietra, lucerne: la maggiore esuberanza delle forme evidenzia l’avvenuta emancipazione sociale degli ebrei, a seguito all’annessione della regione al Regno d’Italia.

Le iscrizioni sono esclusivamente in ebraico nei monumenti antecedenti la metà del XIX secolo, sovente in doppia lingua dopo questa data e solo in italiano in quelli risalenti ai decenni più recenti.

I monumenti funebri sono costituiti da pietre locali (in primo luogo calcare di Piobbico o più raramente arenarie), marmi (microcristallino di Carrara, Cipollino, rosso di Verona).

4 L’intervento di recupero

Il progetto di recupero ha preso le mosse dalla constatazione della avvenuta totale modificazione dell’area in cui si unisce oggi, alla presenza del cimitero storico ebraico, quella della profonda naturalizzazione del sito, che ha dato al luogo un carattere fortemente romantico. L'area è peraltro inserita in un ambito naturalistico di grande rilievo, protetto come riserva naturale (Parco regionale naturale del colle San Bartolo).

Il progetto ha così puntato a conciliare più obiettivi:

- la generale conservazione dei manufatti in pietra che segnalano le sepolture;

- la restituzione del sito alla visitabilità, affinché non si perda il ricordo della lunga presenza di una comunità ebraica nella città di Pesaro;

- il mantenimento del carattere naturale del luogo come valore aggiunto, del tutto in sintonia con la caratterizzazione di memoria storica dell'area.

Gli interventi effettuati hanno pertanto riguardato:

- la pulitura e il consolidamento, laddove necessario, di tutti i monumenti funebri;

- la realizzazione di percorsi attraverso la vegetazione, con la collocazione di gradini e passerelle in legno nei luoghi più acclivi;

- l'apertura di radure nei punti di maggiore concentrazione dei manufatti lapidei;

- la manutenzione della vegetazione arborea di pregio esistente e la piantagione di nuova vegetazione, soprattutto costituita da specie tappezzanti, nelle aree liberate da vegetazione infestante.

Per quanto concerne i monumenti funebri, tutti in materiale lapideo, comune a tutti era l’attacco da biodeteriogeni, principalmente alghe epilitiche, muschi e licheni, ovviamente più insistente nei casi di materie più porose. L’elevata umidità dell’area, ricca di vegetazione, nonché il contatto con il terreno di molte lapidi, spesso inclinate o interrate, aveva facilitato il fenomeno, il quale, anche se non è stato causa di vistose perdite della superficie scolpita, limitava la lettura delle iscrizioni e l’individuazione di eventuali aree di fessurazione o microscagliature, sulle quali era necessario intervenire.

Forme maggiori di degrado erano poi riscontrabili su monumenti funebri ottocenteschi, che presentavano evidenti fessurazioni e scagliature dovute all’ossidazione di grappe interne di tenuta in ferro.

Per tutte le lapidi, si è provveduto ad un lavaggio con acqua deionizzata e biocida Benzalconio Cloruro al 2%, al fine di rimuovere per un certo periodo la patina biologica. Si è inoltre effettuato, laddove necessario, un parziale raddrizzamento sul sito, senza alcuno spostamento, di stele e cippi rovesciati e di cui non era possibile la lettura della iscrizione; tale rotazione ha riguardato solo un numero limitato di manufatti.

Nel caso dei monumenti funebri ottocenteschi di maggiore dimensione e più degradati, si sono rimosse le cause di degrado, principalmente i perni in ferro ossidati, anche attraverso lo smontaggio graduale degli elementi sommitali, l’incollaggio dei frammenti in via di distacco, la stuccatura della lesioni.

In un caso si è eseguita una ricomposizione completa di un monumento i cui frammenti sono stati trovati in parti diverse del cimitero.

Gli interventi nuovi, volti a facilitare l’accessibilità al luogo, sono invece segnati da un grado minimo di impatto. Tutti esclusivamente in legno, di fattura essenziale sono costituiti da gradonate in massello di lamellare che individuano due principali risalite e da tre percorrenze poste a quote diverse in parte agevolate da passerelle con dogature anch’esse in legno. I materiali di nuovo impiego si distaccano con evidenza da quelli storici, integrandosi però con il carattere del sito.

Dal termine dei lavori l’Ente Parco e la Circoscrizione comunale hanno assunto congiuntamente la manutenzione dell’area e garantiscono la sua visitabilità anche con visite guidate, le quali nell’estate 2002 hanno visto un alto numero di visitatori. Il cimitero ebraico è così tornato a costituire la testimonianza della secolare presenza di una comunità, quella ebraica, che in epoca antica si stabilì a Pesaro, contribuendo a costruire l’identità culturale, civile, economica della città.

1 Il progetto e la direzione dei lavori sono stati curati dall’arch. Franco Panzini, con la collaborazione dell’arch. Bianca Rinaldi, i restauri dei materiali lapidei sono stati effettuati dalla ditta Lares srl, Venezia; le opere vegetazionali e di sistemazione del sito dalla cooperativa Cappa, Pesaro.

2 Archivio storico del Comune di Pesaro, lettera della Polizia mortuaria del 27 marzo 1905

3 Sollecitazioni al recupero del cimitero erano nel tempo più volte state espresse sulla stampa locale, vedi ad esempio l’articolo di R.Pantanelli, Pesaro: il cimiterino degli ebrei, in «Galleria», n.36, pp.5-14. Iniziative dirette alla riapertura e alla manutenzione del luogo erano poi venute della I circoscrizione di Pesaro e dell'associazione SeRC.

 
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