Numeri 4, 21 - 7, 89

1) In quale giorno Moshè insegnò l’obbligo di mandare chi è "tammè" (ritualmente impuro) fuori dall’accampamento?

2) Chi veniva mandato via da ognuno dei campi?

3) Una persona ruba a un’altra e giura di essere innocente. Quali sono i suoi obblighi se successivamente ammette la sua colpevolezza?

4) Che cosa promette la Torà a chi dona dei "mattanòt kehunnà"?

5) Perché alla donna "sotà" viene data l’acqua del sacro bacile di rame?

6) Prima che il nome di Dio venga cancellato, la donna "sotà" può scegliere se ammettere la sua colpevolezza o bere l’acqua. Esiste una terza opzione?

7) Che cosa sono i "chartzanìm" e gli "zaghìm"?

8) Che peccato commette un "nazìr" nei propri confronti?

9) Dove venivano messi i capelli tagliati di un "nazìr"?

10) La tribù di Yissachàr era la seconda ad offrire i doni. Che cosa avevano fatto per meritare questa posizione?

1) 5, 2. Il giorno in cui fu eretto il Mishkàn.

2) 5, 2. Un "metzorà" veniva espulso da tutti e tre gli accampamenti. A uno "zav" veniva permesso di stare nell’accampamento di Israèl, ma veniva escluso dai due interni. Chi veniva in contatto con un morto doveva essere escluso solo dall’accampamento della "Shekhinà" - presenza divina.

3) 5, 6-8. Paga la somma rubata più un quinto al derubato e porta un "korbàn asshàm".

4) 5, 10. Grande ricchezza.

5) 5, 17. Il sacro bacile di rame era fatto con gli specchi delle virtuose donne ebree che avevano lasciato l'Egitto; la donna sotà si era allontanata invece dal buon esempio dato da quelle donne.

6) 5, 27. Sì, può rifiutarli entrambi: può rifiutarsi di ammettere la sua colpa e anche di di bere l’acqua (dopo che il nome di Dio è cancellato perde però quest’ultima possibilità).

7) 6, 4. I "chartzanìm" sono dei semi. Gli "zaghìm" sono le bucce.

8) 6, 11. Si astiene dal godere del vino.

9) 6, 18. Venivano messi sul fuoco sotto la pentola dove cuocevano gli "shelamìm" offerti dal "nazìr".

10) 7, 18. La tribù di Yissachàr era esperta della Torà. Inoltre aveva proposto che i nessiìm dovessero offrire dei doni.