Noach

Efrat, Israele – Una semina attuata da Noè, proprio dopo avere lasciato l’arca, una volta calmato il diluvio, fornisce un sorprendente spunto su come ci dobbiamo relazionare e come dobbiamo reagire ai corsi delle guerre che ci hanno inghiottito durante gli ultimi due anni e che oggi minacciano di inghiottire l’intero Medio Oriente e forse il mondo intero. “E Noè, l’uomo della terra divenne profano (o meramente “cominciò” a lavorare), e piantò un vigneto” (Genesi 9:20). Rashi (1040-1105), il più classico fra i commentatori della Bibbia, spiega che “quando Noè entrava nell’arca, portava con sé dei rami (di vite) e germogli di alberi di fico” (Rashi ad loc, Midrash Rabbah ad loc).

Apparentemente, Rashi è perplesso riguardo alla genesi dei semi degli acini; dopo tutto, tutti gli animali e tutte le piante erano state distrutte nell’alluvione – ovviamente fatta eccezione per tutto ciè che era stato conservato nell’arca. Rashi, tuttavia, ci sta dicendo che Noè portava con sé dei rami di vite nell’arca. Ma perché questo grande commentatore deve aggiungere “germogli di alberi di fico” dal momento che sembra superfluo per la domanda che stiamo analizzando? E se Rashi sta meramente citando quello che i saggi Talmudici hanno insegnato nel Midrash Rabbah, perché non ha incluso “giovani alberelli di olive”, che il midrash cita nello stesso passo? Perché Rashi seleziona questi due frutti da includere nell’arca – il frutto della vite e del fico – quando il nostro problema nell’analisi testuale potrebbe essere risolto con i soli rami di vite o, restando fedele all’origine del midrash, includendo nella citazione anche gli alberelli di olive?

Un’attenta analisi eseguita dai nostri saggi Talmudici sull’ambivalenza concernente la personalità di Noè ci fornirà la chiave di lettura – non solo relativa alla decisione di Noè di custodire ciò che ha custodito, ma anche riguardo alla nostra situazione difficile di oggi. La storia di Noè comincia con quella che sembra essere una descrizione piuttosto elogiativa di un carattere: “... Noè era un uomo giusto, integro nelle sue generazioni; Noè camminava con D-o” (Genesi 6:9). Ciò nonostante, Rashi ci notifica immediatamente: “ci sono tra i nostri Saggi coloro che spiegano queste parole (“nelle sue generazioni”) come un elogio (a Noè) ... e altri che le spiegano come una denigrazione (a Noè).

Perché denigrazione? Perché attribuire a una così lodevole descrizione una svolta negativa, indicando che l’integrità di Noè è solo relativa ai suoi contemporanei, e che se fosse vissuto nella stessa generazione di Abramo, non sarebbe stato considerato per nulla degno di nota?

Il Maharal di Praga spiega che, mentre Abramo ha dibattuto con D-o riguardo alla preservazione delle città malvagie di Sodoma e Gomorra, Noè pare rimanere in silenzio quando viene informato del fatto che il mondo intero sarebbe stato distrutto da un diluvio. Sembra appagato dal suo salvataggio, attraverso l’arca, e da quello dei suoi parenti stretti; alla luce del fatto che “la terra è stata corrotta davanti a D-o e la terra era piena di terrore violento” (Genesi 6:12, hamas, abbastanza ironicamente, nell’Ebraico Biblico significa terrore violento), lui decide di rimanere un isolazionista soddisfatto di sé stesso, interessato solo alla sua salvezza. La luce nella sua arca era generata da un diamante brillante, un magnifico candeliere – che serviva solo per isolare maggiormente gli occupanti dell’arca dal mondo esterno.

Tuttavia c’è un secondo modo di interpretare il carattere di Noè, basato sul fatto che se fosse vissuto ai tempi di Abramo, sarebbe stato persino più integro! Secondo questa visione, Noè ha impiegato 120 anni a costruire l’arca, passando tutto il resto del tempo a cercare di convincere le popolazioni del mondo a reprimere la loro violenza, ad accettare le regole di base della moralità espresse dall’etica monoteista; tutto ciò per permettere di insediare governi democratici, basati sull’amore della libertà e sull’assenza di terrore e il cui più grande valore fosse la ricerca della pace. Egli ha costruito la sua arca con una finestra per fornire luce, in quanto per lui era fondamentale che il giusto non smettesse mai di stare in allerta né di tentare di persuadere gli altri ad adottare codici di comportamento etico.

Il diluvio si ritira e Noè lascia l’arca. Pianta un vigneto. Da dove ha preso i semi di acino? Ecco che di nuovo il midrash ci riporta due visioni disparate, ognuna riflettente punti di vista diversi sulla personalità di Noè. Un’opinione midrashica ritiene che Noè abbia fatto un patto con Satana, il quale gli ha procurato i semi necessari per piantare i suoi vigneti e, in fin dei conti, produrre del vino. Questo è il Noè isolazionista, che permette al diavolo di mantenere il potere, che chiude un occhio sui governi totalmente satanici, governi che schiavizzano i loro cittadini e usano tattiche terroristiche per mantenere il controllo dei loro punti più deboli. Tornando alla questione del vino (o droga o petrolio), in quel momento a Noè potrebbe convenire giungere a “accordi economici” con Satana.

La seconda opinione midrashica vede Noè come un proselita del giusto, che non rinuncia mai al lato umanitario. Perfino dopo 120 anni di inutili prediche sull’importanza del settimo comandamento, il principio di “Non uccidere”, sul quale è stato fatto orecchio da mercante, Noè non demorde. Sì, D-o gli ha ordinato di entrare nell’arca, letteralmente lo forza a fare così qualdo arriva l’acqua del diluvio a inghiottirlo (Genesi 7:7, Rashi ad loc), ma Noè sente la necessità di prendere con sé i semi di due frutti, l’acino e il fico, il vino come simbolo di libertà (ricordiamoci dei bicchieri di vino di Pesach che rievocano l’espressione Biblica di redenzione) e, entrambi i frutti, nativi della Terra di Israele.

Nachmanide insiste sul fatto che la Terra di Israele era un posto nel mondo dove l’etica monoteista, la creazione da parte di D-o dell’essere umano a Sua imagine, non era mai dimenticata – e così sostiene che il diluvio non ha mai inghiottito Israele. Egli ricorda di Malki Zedek, il Re di Gerusalemme – identificato con Shem, figlio di Noè – che aveva offerto ad Abramo pane e vino in nome del D-o del mondo quando il patriarca tornò dopo aver salvato Lot e tutte le libere civiltà dalle mani delle quattro nazioni terroristiche (Genesi 14:18-21). Noè porta i semi di questi due frutti per ricordare alle future generazioni di non smettere mai di combattere contro l’ingiustizia e la violenza, per non dimenticare mai il messaggio della gente di Israele che verrà emanato dalla terra di Israele e dalla sua capitale, Gerusalemme, di non arrendersi mai alla battaglia per un’umanità che accetti D-o, giustizia e pace, per un mondo dove “la nazione non solleverà la spada contro un’altra nazione e l’umanità non saprà più cosa sia la guerra” (Isaia 2, Micah 4). E perché Rashi insiste specificatamente su questi due frutti, la vite e il fico? Micah profetizza che, alla fine dei giorni, quando il mondo accetterà la moralità di D-o emanandola da Zion e Gerusalemme, allora “ognuno si siederà sotto il suo vigneto e il suo albero di fico e non avrà più timori, per la parola di D-o che sarà pronunciata (e accettata)” (Micah 4).

Shabbath Shalom.

Traduzione a cura di DGB.

 
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