Vaerà

Efrat, Israele - Efrat, Israele - La nostra Parashà si apre da un lato con il grande ed impronunciabile nome di D-o - JHVH - nome che non era stato rivelato ai patriarchi, dall'altro con le importanti promesse di redenzione, di futura attuazione: "Sono J-HVH; Vi estrarrò..., Vi salverò... Vi redimerò... Vi porterò a me come nazione... Vi porterò alla terra promessa... La darò a voi come retaggio (morashà)" (Esodo 6:1-6).

Poiché questo passo biblico ci colloca automaticamente in un contesto pasquale, coglierò l'opportunità per porre "quattro domande". In primo luogo, se effettivamente la promessa Divina garantisce il raggiungimento della completa libertà, come queste "quattro espressioni di redenzione" certamente dimostrano, perché l'Onnipotente suggerisce di richiedere al Faraone una mera celebrazione di soli tre giorni nel deserto? (Esodo 3:18,5:3). In realtà D-o stava promettendo la aliayah e non una missione di sole settantadue ore!! Il secondo problema è che D-o non mantiene la Sua promessa "Vi condurrò alla terra che ho giurato di darvi": gli ebrei che hanno lasciato l'Egitto sono destinati a morire nel deserto, soltanto i loro discendenti entreranno nella terra promessa. Come può l'Onnipotente venir meno ad una promessa? In terzo luogo, D-o si riferisce alla terra di Israele con il termine morashà, retaggio: perché non la chiama yerushà, termine usato più comunemente per indicare eredità? Effettivamente, qual'è la differenza - se c'è - fra morashà e yerushà, retaggio ed eredità? E per concludere, ci sono cinque espressioni di redenzione nel passaggio biblico che abbiamo citato, non quattro. Allora perché dobbiamo bere soltanto quattro bicchieri di vino nel seder e non cinque?

Credo che la risposta a queste domande sia contenuta nella risposta stessa degli ebrei alle promesse Divine: "e Mosè ha parlato così (ha trasmesso le parole Divine) ai figli di Israele, ma essi non hanno ascoltato Mosè a causa (del loro) fiato (o spirito) corto e del loro lavoro arduo." Isaac L. Peretz, uno dei più profondi e amati scrittori ebraico - yiddish del secolo scorso, ha scritto un magnifico racconto intitolato   Bontche Schweig, o Bontche il silenzioso, che illumina l'importanza di queste parole.

La storia racconta di un tribunale celeste che giudica Bontche, un'anima appena arrivata, un'anima che aveva vissuto una povertà smisurata, subito pogrom e torture impressionanti e che, ciononostante, non aveva mai imprecato contro D-o o pronunciato una parola contro alcun essere umano. L'angelo avvocato difensore descrive la vita di Bontche con una venerazione sovrumana, con grande pathos e perfino l'angelo procuratore non può esprimersi negativamente contro quest'anima sofferente e santa. L'Onnipotente Stesso allora convoca Bontche, spiegandogli la Sua impossibilità (così com'era) a ricompensare adeguatamente una vita così esemplare e propone a Bontche di assegnargli qualsiasi ricompensa egli avesse scelto. "Sul serio?", chiede Bontche, 'takeh?'. "Sul serio", 'takeh!', risponde D-o. "Allora, per piacere, ogni mattina desidero ricevere una fresca, calda brioche con burro", richiede Bontche.

L'ultima parte del racconto è la più struggente e istruttiva. "L'angelo avvocato difensore ha nascosto la sua faccia dalla vergogna. L'angelo procuratore ha espresso un sorriso amaramente caustico di trionfo. E D-o l'Onnipotente ha pianto..." Il messaggio del Peretz è ovviamente che la tragedia più grande della sofferenza, la peggiore sconfitta di un mondo ingiusto consiste nel fatto che impedisce alle relative vittime di poter sognare, rende loro impossibile l'ampiezza di vedute per contemplare addirittura la possibilità di redenzione. Povero Bontche. Il mondo diabolico ha inibito così tanto la sua immaginazione che la cosa migliore che lui potesse desiderare per sé e per l'umanità era una brioche calda con burro ogni mattina!

Questo è esattamente lo stato degli ebrei dopo duecentodieci anni di schiavitù, persecuzione e infanticidi sotto gli egiziani. Il loro duro lavoro e il fiato corto avevano condotto ad una limitatezza di spirito (ruah può significare il vento, fiato e spirito) a una riduzione dell'anima. Erano così tanto infangati nella miseria, la loro stessa immagine era stata così tanto abbassata e degradata, che non avrebbero potuto neppure cominciare a prevedere una vita in cui essi fossero artefici del loro destino, o una situazione di libertà e redenzione.

Quindi l'Onnipotente deve fornire loro la libertà a piccole dosi, deve cominciare tentando una tregua di tre giorni dalla schiavitù che potrebbe permettere loro almeno di cominciare a sollevare in alto le loro teste, i loro occhi, i loro spiriti. JHVH è il D-o delle evoluzioni e redenzioni storiche - ma gli schiavi ebrei non sono ancora psicologicamente pronti ad accettare il suo messaggio di amore e di scalata alla libertà; in questo momento sono preparati soltanto per El Shaddai, il D-o del potere e delle leggi, il D-o che regola i limiti ed i confini.

Anche se il Faraone non acconsente neppure alla tregua di tre giorni dal loro lavoro, Mosè riesce a portare gli ebrei fuori dall'Egitto: ma non riesce a portare l'Egitto fuori dagli ebrei! Quindi il peccato degli esploratori, la trasgressione più grave della generazione nel deserto, consiste nella loro incapacità di credere in loro stessi e nel loro D-o abbastanza da andare alla conquista di Israele. Ecco perché, spiega Rabbenu Bahia, la terra di Israele è denominata morashà, retaggio e non yerushà, eredità; morashà è un termine dalla forma sintattica causativa (hifil) che suggerisce una trasmissione di generazione in generazione, un ideale di cui parlare, da tramandare di padre in figlio piuttosto che una realtà da realizzare nella generazione in questione (quella del deserto), che chiaramente non è ancora del tutto pronta per saltare il fosso. Perciò abbiamo l'obbligo di bere quattro bicchieri di vino e non cinque la sera del seder perché la quinta promessa non si è realizzata per coloro che hanno lasciato l'Egitto - anche se molti bevono un quinto bicchiere, che è facoltativo e non obbligatorio, in particolare dopo la miracolosa istituzione, nell'epoca moderna, dello stato di Israele.

Un vero capo spirituale deve determinare l'obiettivo finale e la visione ideale - ma allo stesso tempo deve educare il popolo passo dopo passo ad accettarli e realizzarli. In Israele, dopo quasi duemila anni di esilio, dobbiamo imparare a esprimere, con voce unificata, che cosa significhi essere una nazione libera e sovrana con propri diritti inalienabili ad una terra. Nella diaspora la aliyah totale, così come la aliyah parziale devono essere incoraggiate: possedendo una seconda casa in Israele, andando in Israele piuttosto che alle Hawai a celebrare Pesach, intraprendendo attività in Israele e mandando i propri figli a studiare nella nostra eterna e sacra terra. E la Torah - che è anche denominata morashà - deve essere insegnata nello stesso modo sia come un ideale completo, sia per fasi, sia agli ebrei sia ai non ebrei. Gli ebrei devono essere portati alla Torah mitzvah dopo mitzvah e le nazioni devono guadagnare il loro diritto alla sovranità solo dopo che dimostrano che condannano e puniscono categoricamente l'omicidio di individui innocenti ed imparano a realizzare una società libera per ognuno dei loro cittadini. Tutta l'umanità deve lasciare l'oscurità della schiavitù egiziana ed emergere alla luce della moralità, della libertà e della democrazia.

Shabbat Shalom

Traduzione a cura di DGB.

 
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© Ohr Torah Stone - © Morashà per la traduzione italiana