Mishpatìm

Efrat, Israele - Il popolo ebraico è unico fra tutti i popoli del mondo - una nazione e una religione allo stesso tempo. Biblicamente parlando, D-o si è impegnato in due patti distinti con gli ebrei: il primo con Abramo, il primo patriarca e fondatore della nostra nazione-famiglia, il secondo con tutti gli ebrei, presumibilmente nei pressi monte Sinai. Il primo patto è il patto di una nazione: D-o ha promesso ad Abramo sia   la discendenza sia i confini della terra d'Israele. Il secondo è un patto di religione: D-o ci ha dato una fede e dei precetti che ci unirebbero anche se fossimo privati di una terra e dispersi ai quattro angoli del mondo. Il momento più logico per l'istituzione di questo secondo patto era al Sinai, quando 600.000 ebrei avevano sentito la voce Divina introdurre le leggi fondamentali della fedeltà a D-o, del rispetto dello Shabbat e della moralità che richiedeva di non assassinare o rubare o commettere adulterio. Non è forse strano allora che il patto non sia stato presentato né ratificato nella parashà della settimana scorsa insieme alla rivelazione dei Dieci Comandamenti e che, invece, si trovi qui nella conclusione della parashà di questa settimana, dopo una lunga serie di leggi civili e dopo la descrizione della conquista della terra di Israele "e Mosè prese il sangue e lo asperse sul popolo dichiarandolo segno del patto che... D-o ha stabilito con voi sulla base di tutte queste parole" (Esodo 24:8)? Questo patto non viene neppure citato dopo le leggi civili della nostra parashà. Si attende in qualche modo fino alla descrizione della conquista di Israele. Perché il lungo ritardo? Perché non stabilire il patto nel momento in cui gli ebrei erano al culmine della loro esperienza religiosa, la rivelazione al Sinai?

Credo che il patto religioso stesse aspettando che gli ebrei pronunciassero una singola parola magica senza la quale l'Onnipotente non era disposto a stabilire con loro un accordo eterno. Quella parola magica è un verbo che è molto noto ad ogni ebreo, Shma senti, ascolta, interiorizza. Nella parashà di Yitro della settimana scorsa, D-o dice agli ebrei, "avete visto che cosa ho fatto in Egitto..... ma ora se ascolterete, sì ascolterete, la Mia voce, osserverete il Mio patto, sarete per Me un tesoro unico fra tutte le nazioni...." (Esodo 19:4,5). Gli ebrei hanno visto, raah, ma evidentemente ancora non hanno ascoltato. Soltanto se ascolteranno, D-o stabilirà il Suo patto con loro.

La parashà continua e racconta la discesa Divina sul monte Sinai elencando le dieci parole o Comandamenti Divini. Le parole generalmente sono ascoltate, ma gli ebrei, evidentemente, non lo hanno ancora fatto. Effettivamente, proprio il verso successivo ai Dieci Comandamenti, recita "e l'intera nazione ha visto i suoni e le torce, ed il suono del corno dell'ariete.... e la nazione vide e tremò, e si alzò in piedi da lontano." (Esodo 20:15). Vedono soltanto - vedono soltanto persino le parole ed i suoni. D-o rimane evidentemente deluso "ed il Signore disse a Mosè, così parlerai ai figli di Israele: voi avete visto che ho parlato dal cielo. Non fatevi oltre a me nè idoli d'argento né idoli d'oro..." (Esodo 20:19,20). Poiché riescono soltanto a vedere e non ancora ad ascoltare, devono ricevere un messaggio ancora più forte sull'ordine di non cadere nell'idolatria. Dopo tutto, suggerisce D-o, se non ascoltate significa che potete persino unire la fede in D-o con la fede negli idoli.

È solo dopo l'elenco di leggi nella parashà di Mishpatim di questa settimana e la promessa di D-o di mandare il suo messaggero davanti agli ebrei per aiutarli a conquistare la terra promessa che finalmente troviamo la parola magica "e Mosè prese il libro del patto e lo declamò alle orecchie del popolo, ed essi dissero, 'tutto quello che D-o dice noi faremo e ascolteremo' (Nishma)" (Esodo 24:7) solo allora l'Onnipotente è pronto a permettere a Mosè di aspergere il sangue sul popolo e a stabilire il patto di D-o con Israele.

Che cosa significa realmente questo verbo ebraico Shma? Perché è così importante? Tutti conosciamo la classica chiamata della fede ebraica: "Shma Yisrael HaShem Elohenu HaShem Ehad", tradotto solitamente in "Ascolta o Israele il Signore il nostro D-o il Signore è Uno". C'è un'affascinante divergenza di opinioni all'interno della Mishnà su come spiegare questo verso. Un saggio sostiene che significa che dobbiamo esprimere ogni parola della preghiera dello Shemà ad alta voce in modo che le nostre orecchie ascoltino quello che le nostre bocche stanno pronunciando. Questa spiegazione certamente suggerirebbe che il significato di Shma è di ascoltare in modo udibile dalle orecchie. Un secondo saggio sostiene che chi recita lo Shemà lo deve recitare in una lingua che egli è in grado di capire. Evidentemente secondo lui il verbo Shma significa sentire nel senso di capire, ascoltare non soltanto in modo udibile ma anche intellettualmente. Dobbiamo ascoltare con le nostre menti oltre che sentire con le nostre orecchie.

Il terzo punto di vista afferma che non è sufficiente né sentire con le orecchie, né con la mente; le parole di questa chiamata rappresentano un precetto per noi: quello di accettare i fondamenti del regno celeste, di impegnarci con anima e corpo ad obbedire alla volontà Divina. Affermerei che questa posizione definisce 'Shma' come interiorizzazione, l'abilità di fare in modo che le parole trasformino le nostre stesse personalità e cambino l'essenza dei nostri esseri. Effettivamente, il rabbino Samson Raphael Hirsh interpreta la parola Shma come derivante da due lettere noun Ma che significano intestini; le parole di D-o devono entrare nelle nostre interiora, nei nostri stessi intestini, fino a trasformarci in persone differenti.

D-o è pronto a istituire un patto, ma lo farà soltanto se capiamo le ramificazioni delle sue parole tese a cambiare la vita. La maggior parte della gente sente superficialmente e non pensa a interiorizzare quello che sente. Questo non è abbastanza per meritare un patto Divino. Una storia narra che il rabbino Yisrael Salanter, fondatore nel diciannovesimo secolo del movimento eticista (Mussar), una volta si sia trovato bloccato a Kovno per lo Shabbat. Tutti desideravano invitarlo, ma quando egli venne a sapere che il panettiere del posto non aveva in casa bocche giovani da nutrire, e che quindi non avrebbe portato via a nessuno alcuna porzione di cibo, il grande rabbino accettò l'invito del panettiere. Il panettiere era un ebreo osservante, ma non proprio un erudito di Torà né tantomeno un uomo dall'intelligenza spiccata. Quando egli entrò in casa sua con il venerato luminare immediatamente urlò: "Yidineh, moglie, perchè le challot non sono coperte? Quante volte te lo devo ricordare?" La donna, riconoscendo all'istante il suo ospite di riguardo, con gli occhi lacrimanti, si preoccupò della copertura della challà che era già stata preparata. Il panettiere pieno di orgoglio invitò allora Rav Yisrael a santificare il vino, "un momento", disse il saggio, "puoi dirmi perché copriamo le challot?" chiese. "Naturalmente, venerato rabbi" rispose il panettiere, "ogni bambino conosce la risposta, quando ci sono molti alimenti differenti tra loro sulla tavola, la prima benedizione viene sempre fatta sul pane, dopo di che non deve essere fatta alcun'altra benedizione. La sera del venerdì, tuttavia, la prima benedizione deve essere fatta sul vino, quindi, per non far vergognare la challà, che si aspetta la benedizione, noi dobbiamo coprirla fino a dopo la santificazione del vino". Rav Yisrael guardò il panettiere incredulo "perché le vostre orecchie non ascoltano quello che la vostra bocca sta dicendo? Pensate che la nostra tradizione ebraica non capisca che una parte di impasto non ha sensibilità e che non rimarrebbe mai imbarazzata? Cercate di capire che le nostre leggi stanno provando a sensibilizzarci sulle sensazioni degli esseri umani, dei nostri amici, dei nostri vicini e, in particolare, delle nostre mogli".

Soltanto quando gli ebrei furono pronti ad interiorizzare nelle loro interiora D-o fu pronto a stabilire con loro il Suo patto.

Shabbat Shalom

Traduzione a cura di DGB.

 
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