Tetzavvè

Efrat, Israele - La parashà di Tetzaveh è interamente dedicata ad Aronne ed ai suoi figli, al Gran Sacerdote ed al sacerdozio del Beit Hamikdash - addirittura al punto da non menzionare nemmeno il nome di Mosè per tutta la durata della lettura. Ci viene fornita una descrizione precisa del rituale attraverso il quale (i sacerdoti) venivano consacrati alla loro attività Divina e dei particolari sacrifici che dovevano essere portati al Santuario.

Ciò che risulta, tuttavia, maggiormente stridente con i tempi moderni - soprattutto per quelli di noi che si sono abituati alla mancanza di formalità nell'abbigliamento israeliano, privo di giacca e cravatta perfino per il primo ministro - è la minuziosa descrizione dell'unico abbigliamento permesso al sacerdote, degli otto specifici vestimenti del Gran Sacerdote e dei quattro vestimenti speciali dei normali sacerdoti. La Torà stessa ordina, "e farai confezionare per Aronne, tuo fratello, vestimenti sacri, segno di dignità e magnificenza" (Esodo 28:2 - Kavod v'tiferet). - Ed il Talmud asserisce che soltanto quando erano vestiti in maniera consona, i sacerdoti avevano la santità necessaria e potevano officiare al Santuario (B.T. Zevahim 7). La Torà ci sta allora forse insegnando che "i vestiti fanno l'uomo"? (che "l'abito fa il monaco"?). Cosa ne è allora delle caratteristiche interiori di conoscenza, di virtù e di impegno? E del principio Biblico fondamentale che siamo tutti uguali davanti a D-o, che ogni individuo è creato a immagine Divina, che le differenze esteriori - specialmente se dovute ad abiti particolari - hanno poco a che fare con la nostra vera personalità, la quale deve essere dedicata all'emulazione di D-o, e che proprio come D-o è compassionevole, così anche noi dobbiamo essere compassionevoli?!

Credo che attraverso una riflessione più profonda arriveremmo a capire che l'abito sacerdotale non è inteso per dotare di santità ma piuttosto per ispirare santità - per infondere nei sacerdoti la fiducia di poter consacrare il mondo intero. Inoltre, la Torà insegna che ogni ebreo deve vedere sé stesso come un Gran Sacerdote vestito con sacri abiti sacerdotali, un membro "di una nazione santa di un regno di sacerdoti."

Vi ricorderete del fatto che, immediatamente prima della rivelazione al Sinai, c'è uno strano dialogo fra D-o e Mosè, in cui l'Onnipotente richiama con fermezza Mosè, Mosè tenta di raggiungere la cima della montagna, D-o dice a Mosè di scendere giù verso il popolo, Mosè si lamenta del fatto che il popolo è stato estromesso dall'ascesa della montagna e D-o ripete a Mosè di recarsi giù (Esodo 19:20-25). Il mio venerato maestro e mentore Rav J. B. Soloveitchik ZTZ"l ha spiegato che Mosè pensava, in conformità con le altre religioni, che spiritualità significa abbandonare il mondo materiale e ascendere alle sfere celesti del mondo Divino; D-o spiega a Mosè che spiritualità ebraica significa invece condurre D-o giù nel mondo materiale e santificarlo. Questa è effettivamente la funzione basilare della Torà: santificare la cucina e la stanza da pranzo con la kasherut, santificare la camera da letto con il rituale della purezza familiare, santificare il mondo del commercio con l'etica degli affari, santificare il calendario con i giorni santi ed i momenti sacri. I nostri saggi pertanto dichiarano che quello che l'Onnipotente ha realmente in questo mondo sono i quattro capisaldi della halakhà (pratiche religioso-legali).

La precedente parashà di Trumà cominciava con l'ordine Divino: "e faranno per Me un Santuario in modo che Io possa dimorare fra loro." In effetti, D-o ci ha dato un mondo, anche se un imperfetto e incompleto mondo con le tenebre insieme alla luce, con il male, insieme al bene (Isaia 45:7) - e Si aspetta che lo perfezioniamo, che trasformiamo il mondo in un vero Santuario in modo che D-o possa sentirsi a Suo agio a dimorare tra noi. Questo è il compito, ma anche la sfida, il modello, ma anche la missione, del Santuario. E coloro che sono designati, - almeno in prima istanza, - a trasmettere e realizzare questo messaggio sono i sacerdoti e, in particolare, il Gran Sacerdote.

Per fare ciò, il Gran Sacerdote per primo deve considerare sé stesso in grado di portare avanti un'operazione così ardua, deve considerare sé stesso come un re potente, che rappresenta il Re di tutti i re, vestito di abiti regali di dignità e magnificenza. Ed il suo vestito esprime un messaggio. Proprio come il re ideale di Israele non osa lasciarsi coinvolgere da tentazioni opulente e materiali come avere molteplici mogli, cavalli, ori e argenti, ma deve dimostrare sempre la sua devozione a D-o portando sempre con sé una copia della Torà (Deuteronomio 17:16-20), così, il Gran Sacerdote, deve "sempre" portare sulla fronte lo "tzitz", una lamina d'oro su un cordoncino di tchelet (lana azzura), su cui c'era scritto "consacrato al Signore" (Esodo 28:36-38). E così come il re ideale di Israele deve capire che la sua autorità deriva dalla sua nazione, che il suo ruolo deve sussistere in virtù della volontà del popolo e per il popolo (Deuteronomio 17:18, 19 nello specifico in conformità con l'interpretazione del Ha'amek Davar e con il dictum Talmudico che un re non può rinunciare all'onore dovutogli perché questo rappresenta in realtà l'onore della sua nazione, attraverso la quale e per il benessere della quale deve governare), così il Gran Sacerdote indossa sul suo cuore il pettorale del giudizio, guarnito con   dodici pietre preziose sulle quali sono scritti i nomi delle dodici tribù di Israele. "Ed Aronne porterà i nomi dei figli di Israele sul pettorale del giudizio sul suo cuore allorquando entrerà nel Santuario come testimonianza permanente davanti al Signore" (Esodo 28:29). Per riuscire nel suo arduo compito di perfezionare il mondo sotto il Regno di D-o, egli deve imparare dal suo abito speciale a guidare i sacerdoti nella devozione totale a D-o ed alla nazione.

Ed ogni ebreo deve inoltre vedere sé stesso come un Gran Sacerdote nel pieno della propria funzione, come un fiero rappresentante di una nazione santificata e di un regno di sacerdoti. Dopo tutto, l'ebreo non indossa forse ogni giorno i suoi tefilin-filatteri, i tefilin del capo in cima alla sua fronte proprio sul posto del tzitz del Gran Sacerdote ed i tefilin della mano a fianco al suo cuore, il posto in cui il pettorale del giudizio del Gran Sacerdote indicava i nomi delle dodici tribù? Ed i tefilin sono chiamati simbolo di gloria (pe'er, Ezechiele 24:17),   così come gli abiti regali sono abiti da cerimonia di dignità e gloria (tife'eret - Esodo 28:2); e indossando i tefilin, l'ebreo si adorna con le quattro parti della Torà poste nel tefilin batim (specie di-custodie protettrici), - esprimenti l'amore per D-o, la fedeltà ai Suoi ordini, la santità del popolo di Israele e la santità della terra di Israele - tanto quanto il re è adornato con la copia della Torà che deve accompagnarlo sempre.

Inoltre, il secondo abito tradizionale che l'ebreo deve condividere è le frangia rituale del talit o del talit katan ("scialle per la preghiera"), caratterizzanti un cordoncino di t'chelet (lana azzurra) che è una caratteristica importante dello tzitz del Gran Sacerdote ed è denominato in maniera significativa dalla Bibbia "tzitzit," o piccolo tzitz. Ogni ebreo deve condividere la missione di perfezionare il mondo e deve essere ispirato per fare così portando gli indumenti sacerdotali e regali che insegnano l'impegno verso D-o e l'impegno verso la nazione.

Shabbat Shalom

Traduzione a cura di DGB.

 
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