Vayikrà

Levitico 1:1-5:26

Efrat, Israel - "E D-o chiamò  Mosè e gli parlò…” (Levitico 1:1)

La parashà di questa settimana inizia con due espressioni differenti di “convocazione” – “ e D-o chiamò Mosè e gli parlò “. Perché ci sono due distinte espressioni, ‘chiamare ’ e ‘parlare ’? Si può forse suggerire di mettere in parallelo questa ripetizione con quella Divina del nome di Mosè al roveto ardente, quando l’Onnipotente chiama “Mosè, Mosè” e il Midrash generalmente interpreta tale ripetizione come segno di affetto. Quando, tuttavia, torno indietro con la memoria ai miei primi anni, ricordo che ogni volta che uno dei miei genitori chiamava il mio nome due volte (al tempo era “Steven, Steven”) generalmente ciò significava che ero nei guai per qualcosa che avevo fatto e che non era stato particolarmente apprezzato dalla generazione più anziana. Perché invece nel caso di Mosè supponiamo che la ripetizione rifletta affetto e non rabbia?

La verità è che il Midrash, all’inizio della nostra parashà, propone un’altra spiegazione. Alla fine del libro di Esodo la Torà descrive una nuvola che discendeva sulla Tenda dell’Adunanza, una nuvola che simboleggiava la Presenza divina. La Torà sottolinea che nessuno – nemmeno Mosè - poteva entrare in questa nuvola divina senza essere espressamente invitato da D-o a farlo. Il Midrash suggerisce, pertanto, che D-o abbia dovuto chiamare Mosè per permettergli di entrare nella nuvola e che, dopo di ciò , D-o gli abbia parlato e gli abbia comunicato il suo messaggio specifico.

Questa interpretazione non soltanto spiega la ripetizione delle convocazioni Divine, ma fornisce anche un simbolismo più profondo e grandioso che esprime la sfida di D-o all’umanità. L’Onnipotente appare sottoforma di nuvola; noi possiamo vederLo soltanto “attraverso un vetro scuro”. Forse il motivo per il quale il nostro D-o non ha né figura né forma e non è definito esplicitamente in nessun senso fisico è quello di insegnarci che coloro seguono un tale D-o devono essere preparati a progettare nuovi territori e ad entrare in aree non ben definite. Il nostro D-o ha creato un mondo che contiene caos, in modo che noi possiamo trasformarlo in ordine, e ha composto quel mondo con il male e con il bene in modo che noi possiamo perfezionarlo nel Regno di D-o . Dobbiamo entrare nel nebuloso e nell’ignoto e portare la presenza di D-o nelle zone in cui Egli non è ancora manifesto. L’Egitto fu una società definita esplicitamente su un ben precisato sistema di caste, di padroni e schiavi, Faraoni divinizzati e sudditi reietti. Noi abbiamo seguito un D-o inconoscibile in uno sconosciuto deserto allo scopo di portare la parola divina (dibbur) nell’arida terra incolta (midbar). “Una voce risuonò nel deserto: si prepari un posto per il Signore, si faccia una strada diritta nel deserto per il nostro D-o” (Isaia 40:3). Il profeta Geremia inoltre così loda Israele:” Ricordo la gentilezza amorosa di quando eravate giovani, l’amore dei vostri giovani; avete camminato dopo di  me nel deserto, in una terra che non era stata ancora seminata”.

Questa è la sfida finale per la vera persona di fede: entrare in terreni sconosciuti e portare il messaggio Divino del monoteismo etico e morale ad un mondo che non lo conosce ancora. Questa è la sfida finale per la nostra vita in Israele, piena così com’è di incertezza e pericolo. Israele il popolo, dal contesto di Israele la terra, deve santificare Gerusalemme e proclamare dal Beit Hamikdash il messaggio di pace mondiale e giustizia umana.

Cos’è che dà all’individuo la forza e il coraggio di camminare con D-o nell’ignoto e perfino di costruire un posto per l’Onnipotente in un deserto? Forse se l’individuo sente veramente di essere convocato da D-o, di avere una vocazione Divina- di essere chiamato da D-o al punto da sentire la ‘chiamata’ –allora egli avanza dentro la nuvola senza paura.

Arrivati a questo livello di comprensione, credo che possiamo avere un’interpretazione perfino più profonda del perché Mosè venga convocato due volte e del perché D-o ripeta il suo nome “Mosè, Mosè”. Il Midrash ci insegna che ogni individuo ha una duplice immagine: egli/ella è la persona che egli/ella è, ma è anche la persona la cui immagine è impressa nel Carro Divino (Merkavah) nella più alta sfera celeste. A  questa duplice identità umana viene data espressione in due benedizioni, veramente molto simili, che vengono recitate ai matrimoni sotto la chuppà. Una benedizione dice:” Benedetto sia Tu, oh Signore nostro D-o, che hai creato l’uomo ”; la seconda benedizione dice:” Benedetto sia Tu oh Signore che hai creato l’uomo a Tua immagine e l’hai modellato nell’immagine della figura della Tua forma come una costruzione eterna. Benedetto sia tu oh Signore che hai creato l’uomo”.

Queste due benedizioni rappresentano i due aspetti di ogni individuo. In primo luogo, ognuno di noi è nato in un tempo specifico, in un posto specifico, da un insieme specifico di genitori e appare in un certo modo e vive per uno specificato numero di anni. In secondo luogo, ognuno di noi ha una memoria che è storica e che arriva indietro perfino al Sinai e al Giardino dell’Eden e ha previsioni che possano arrivare avanti perfino all’Era Messianica. Il secondo aspetto della nostra personalità ci collega all’eternità e ci permette di trascendere il nostro specifico spazio e tempo.

D-o convoca Mosè due volte e chiama dal roveto ardente “Mosè, Mosè” perché ci sono in realtà due Mosè: la prima persona, Mosè dell’Egitto, era un principe alla corte del Faraone e si era innamorato della midianita Zippora; la seconda persona Mosè, parlava a D-o e sacrificava tutti i suoi agi principeschi per legare il suo destino al suo popolo e alla redenzione di esso. E’ proprio in questo modo, quando il primo aspetto della nostra personalità contingente si congiunge al secondo aspetto della nostra personalità trascendente, che abbiamo veramente la capacità di incontrare D-o nella appannatezza della nuvola nebulosa dell’ignoto. D-o chiama Mosè due volte perché è il secondo Mosè che ha il coraggio di fronteggiare l’incertezza e l’eternità.

Shabbat Shalom

Traduzione a cura di DGB.

 
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