Tzav

Efrat, Israele - Qual è la definizione biblica fondamentale di servizio di culto adeguato dell’Onnipotente? In che misura il culto sacrificale è una parte critica del servizio ebraico di Dio e dove collochiamo i sacrifici nella nostra gerarchia delle espressioni di devozione religiosa?

Quando la parashà di Tzav, che leggiamo questa settimana, cade in uno Shabbat ordinario – cioè non quando si legge la speciale Aftarà associata alla mucca rossa (Parshat Parah)- la lettura scelta dai nostri saggi rabbinici per l’Aftarà è quella del profeta Geremia (Capitolo 7). Ciò che colpisce di più è che la parashà che leggiamo tratta dei sacrifici più importanti, sia quelli obbligatori che quelli facoltativi, che gli Ebrei dovevano portare: le offerte giornaliere, le  offerte per i peccati e  le differenti offerte di dono. L’Aftarà, invece, si apre con un atto di accusa lampante:” Così dice il Signore degli eserciti, Dio di Israele:’ Cessate I vostri olocausti e i vostri sacrifici e mangiate la carne (normale). In verità non parlai ai vostri padri né diedi loro dei comandamenti sulle offerte e sui sacrifici, quando li feci uscire dal paese d'Egitto.’” (Geremia 7:21,22). E’ come se i nostri saggi ci stessero raccomandando di non avere una partecipazione troppo grande al rituale dei sacrifici perché una tale partecipazione può condurre ad una svalutazione del riconoscimento delle attività etiche e morali come vere pietre miliari del servizio di Dio. Infatti il brano di Aftarà continua:”Ma questo comandai loro: Ascoltate la mia voce! Allora io sarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo” (ibid 7:23).

Il messaggio diventa ancora più chiaro quando tentiamo di scoprire precisamente a quale parola o a quali parole di Dio, il profeta stia invitando gli Ebrei ad obbedire. Il professore Yeshayahu Leibowitz scopre la corretta interpretazione dirigendoci al capitolo successivo di Geremia, dove il linguaggio simile a quello qui utilizzato e la ripetizione di ciò che Dio ha prescritto ‘ il giorno che Egli li portò fuori dall’Egitto’, chiariscono il significato. Nel capitolo 34 del profeta Geremia noi leggiamo:”Così dice il Signore degli eserciti, il Dio di Israele:’ Ho fatto un patto con i vostri padri e li ho portati fuori dall’Egitto dicendo: Alla fine del settimo anno ogni uomo deve liberare il fratello che gli è stato venduto.’” (34: 13-14). Evidentemente  Geremia ci sta insegnando che, nel giorno immediatamente successivo all’uscita dall’Egitto, l’Onnipotente diede il comandamento basilare che desiderava trasmettere al suo popolo: non rendere schiavo tuo fratello, non utilizzare tuo fratello a tuo vantaggio, non manipolare tuo fratello, non rendere tuo fratello uno strumento per i tuoi fini. Questo significa indubbiamente che non possiamo in nessun modo danneggiare nostro fratello e - dato che il Dio Onnipotente ci ha creati tutti ed è il nostro Padre in Cielo - siamo tutti fratelli e sorelle.

C’è sicuramente posto (nella visione ebraica) per le offerte a Dio, per un’espressione di impegno totale al Divino, per pasti comuni insieme a sacerdoti/insegnanti nell’atmosfera spirituale del Beit Hamikdash. Infatti la parola ebraica Korban (usualmente tradotta con ‘sacrificio’) significa in realtà ‘avvicinarsi ’. Evidentemente i rituali sacrificali sono mezzi per un fine, un modo per tentare di ‘avvicinarsi ’ al Signore e per essere capaci di sentire la sua vicinanza; i sacrifici devono essere visti nel contesto di “…E faranno per me un santuario in modo che io possa dimorare in mezzo a loro”. Il santuario o il Tempio, i sacrifici o le preghiere, sono tutti mezzi per il fine ultimo di camminare con Dio e di agire in conformità alla sua volontà. Purtroppo ci sono periodi in cui i mezzi posso essere scambiati per il fine¸in cui il grandioso edificio diventa un sostituto di Dio stesso, in cui i rituali diventano così centrali che non viene lasciato posto per le azioni di bontà che si suppone essi debbano ispirare. Dopotutto la nostra definizione umana di Dio è “Signore di amore e compassione, bontà, pazienza e verità” (Esodo 34:6)- ed è avendo Dio all’interno dei nostri mezzi che noi agiamo in accordo con le caratteristiche divine!

La Mishnà, al riguardo, racconta un evento orribile che dà risalto alla tragedia che può accadere quando il rituale del Tempio non è collocato nel suo contesto adeguato. I nostri rabbini raccontano:” La storia riportata riguarda due sacerdoti che corrono sulla rampa dell’altare in gara tra loro per stabilire chi avrebbe realizzato il rituale di pulire le ceneri dell’altare; quando uno di loro sembrò 4 cubiti davanti all’amico, quest’ultimo prese una lama e trafisse il cuore del suo antagonista. Rabbi Zadok si levò in piedi sui gradini del Tempio e disse: ‘Fratelli della Casa di Israele ascoltate bene: se un cadavere è trovato tra due città gli anziani devono portare un sacrificio e dobbiamo tutti fare espiazione. Il padre del sacerdote trovato ferito fatalmente ha trovato suo figlio ancora nel suo ultimo momento di vita e ha gridato:’ possa questi essere la vostra espiazione; mio figlio è ancora in agonia di morte e così il coltello non è stato reso impuro ’. Da questo vediamo che il rituale di purezza degli utensili aveva assunto maggiore importanza della vita umana.” (B.T. Yoma 23a).

Geremia pianse amaramente la distruzione del Tempio e maledisse perfino il giorno della sua nascita perché egli ha dovuto essere il profeta della distruzione. Egli ha capito il valore dei sacrifici se sono collocati nel contesto corretto e se sono visti come degli strumenti per un fine e non un fine in se stesso. Pertanto la lettura dell’Aftarà che è solitamente letta dopo il nostro brano di Torà relativo ai sacrifici, conclude con il verso citato da Maimonide alla fine della sua Guida ai Perplessi, un messaggio che tutta la tradizione ebraica interpreta come il punto centrale e focale della nostra fede. Il Signore dice così: “…Che la persona saggia non si glori della sua saggezza, che la persona forte non si glori della sua forza, che la persona in buona salute non si glori della sua buona salute. Invece solo questo, l’uomo deve glorificare della sua gloria: capire e conoscerMi, perché Io sono il Signore che dà bontà amorevole, giustizia e carità sulla terra. Queste sono le cose che io voglio chiamare Dio” (Geremia 9:22,23).

Shabbat Shalom

Traduzione a cura di DGB.

 
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