Sheminì

Levitico 9:1-11:47

Efrat, Israele – Uno degli episodi più problematici dell’intera Bibbia è quello relativo alla traumatica morte dei due figli di Aharon, Nadav e Avihù – avvenuto precisamente al culmine della loro dedizione al Santuario, territorio sacerdotale del Gran Sacerdote, Aharon. La parashà di questa settimana descrive il contesto della tragedia, cosa che aumenta soltanto la nostra perplessità:” Poi Mosè ed Aharon entrarono nella Tenda della Radunanza, ne uscirono e benedissero il popolo; ed allora la gloria del Signore apparve a tutto il popolo. Ed un fuoco uscì da davanti al Signore e divorò sull’altare tutta l’offerta sacrificale. Tutto il popolo vide, esultò e si prostrò con la faccia a terra.

I figli di Aharon, Nadav e Avihù presero ognuno il suo incensiere, vi misero del fuoco, posero su di esso dell’incenso e presentarono in sacrificio davanti al Signore un fuoco estraneo che Egli non aveva comandato loro. Allora uscì un fuoco da davanti al Signore e li divorò, ed essi morirono davanti al Signore” (Levitico 9:23,24; 10:1,2)

E’ evidente che essi sono stati puniti. Ma questa punizione appare ben più dura di quanto il loro crimine non giustifichi! Dopo tutto, la Bibbia descrive un momento di estasi nazionale e una manifestazione inattesa di gioia e sottomissione collettiva quando l’Onnipotente convalida la dedizione al Santuario e dimostra la Sua accettazione del servizio divino mandando un fuoco divino. I due figli di Aharon, presi dall’eccitazione religiosa del momento, tentano di restituire i complimenti gratuiti di Dio offrendo essi stessi un fuoco che non era stato loro comandato. Essi vanno semplicemente oltre le richieste della legge, rispondendo al fuoco inaspettato di Dio con il loro fuoco non comandato. Perfino Moshè commenta: “ Questo è quello che Dio ha detto…” (Levitico 10:3). Un atto che emana dal desiderio di essere vicino a Dio è meritevole di morte?!

Credo che la risposta a questo fatto incomprensibile, debba essere trovata nell’espressione usata per descrivere l’offerta sacrificale di Nadav e Avihù, “un fuoco estraneo” , eish zara, frase in ebraico evocativa di avodah zara, lavoro estraneo, usualmente usata per indicare l’idolatria. La Bibbia sottolinea ed enfatizza la proibizione di produrre un fuoco idolatro relativamente al divieto di immolare un figlio all’idolo Moloch, uno strano idolo che chiede, come forma di devozione, la consumazione attraverso il fuoco dei bambini. La Bibbia proibisce specificamente questa forma di idolatria, un lavoro estraneo, per almeno tre volte. Inizialmente viene citata nella parte della Bibbia relativa all’immoralità sessuale, il divieto di dare il proprio seme in modo strano e incontrollato (alla moglie di altri, ad un parente stretto, a individui dello stesso sesso, ad animali); in questo contesto, la Bibbia comanda, “ E non dovete dare il vostro seme (figlio) per farlo passare sotto Moloch” (Levitico 18:21).

La proibizione è ripresa appena un capitolo dopo:” Chiunque dia il suo seme (la sua discendenza) a Moloch deve essere messo a morte… Ed Io rivolgerò la Mia faccia contro quell’uomo e lo reciderò di mezzo al suo popolo, poiché egli ha dato il suo seme a Moloch, sì da contaminare il mio Santuario e profanare il Mio sacro Nome…” (Levitico 20:2). Una terza descrizione di questo abominio appare nell’ultimo dei cinque Libri di Moshè, “ Che non venga trovato tra voi uno che abbia passato suo figlio o sua figlia nel fuoco.” . Combinando insieme i diversi elementi presenti nei tre versi, simili dal punto di vista linguistico, il Talmud arriva a stabilire che la proibizione relativa al – “ passare il proprio figlio nel fuoco per Moloch” – consista nel divieto di sacrificare letteralmente il proprio figlio nel fuoco per un falso dio (B.T. Sanhedrin 64, Ramban su Levitico 18:21).

Evidentemente un atto così abominevole può essere attuato solo in un momento di fanatica estasi religiosa, un momento in cui falsi valori religiosi diventano prioritari rispetto alla vita di un bambino innocente. Il “fuoco estraneo” prodotto da Nadav e Avihù non è certamente questo; ma anch’esso viene emanato in un momento di estasi religiosa e fuochi così mal- ispirati e non comandati dovevano venire “estirpati dalla radice”!

Tragicamente, il fondamentalismo islamico ha adottato proprio questo abominio come la forma più usuale per la sua attività terroristica: educare e addestrare i giovani a farsi saltare con materiali distruttivi in nome di Allah e con la promessa di un Paradiso di 72 vergini. In effetti, questi “preti” sono peggio dei preti di Moloch: questi sacrifici umani moderni sono “ispirati” non solo dall’idea di sacrificare se stessi, ma anche da quella di far saltare in aria il massimo numero di innocenti – bambini, donne e civili – oltre a se stessi!

Rav Menahem Meiri, studioso del quindicesimo secolo, ha insegnato che l’idolatria ha poco a che fare con il pensiero - teologia e ha tutto a che fare con l’azione – etica: un idolatra è una persona che è “ immoralmente defilata nei suoi atti e orribilmente caratterizzata nei tratti della sua personalità” (Bet Habehirah nella prima Mishnah, secondo capitolo del Trattato di Avodà Zara). Il fondamentalismo islamico ha trasformato Allah in Moloch – Satana e ha reso ogni moschea in un posto in cui si predica la dottrina del suicido – bomba, un covo infernale di idolatria.

Shabbat Shalom

Traduzione a cura di DGB.

 
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