Kedoshìm

Levitico 19:1 - 20:27

“…E amerai il tuo prossimo come te stesso, io sono il Signore” (Levitico 19:18).

Efrat, Israele – Se c’è un comandamento tra i 613 che spicca come esempio lampante della moralità biblica e come quintessenza del contributo ebraico all’etica universale è proprio questo: “ Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Questa è la dichiarazione tonante di uno dei più grandi interpreti della Torà, di tutta la nostra storia, Rabbi Akiva, che insegnava:”Amerai il tuo prossimo come te stesso è il (più) grande principio della Torà”.

Proprio per il fatto che questo comandamento è così significativo, è cruciale che esso venga capito correttamente. Se esso è infatti un comandamento etico, che tratta di relazioni interpersonali, perché il verso conclude con “Io sono il Signore” ? Cosa ha D-o a che vedere con esso? Ed è realmente possibile per una persona amare sinceramente un’altra come ama se stessa – o è una aspettativa totalmente irrealistica? E chi è esattamente il “prossimo” (re’a) di cui parla la Bibbia? E’ limitato a chi abita nella stessa città, ad un correligionario, ad un ebreo osservante – oppure include universalmente ogni essere umano? Mi sembra che la risposta a queste domande, così come l’applicazione precisa del comandamento nel nostro vivere quotidiano, evidenzi come la natura dell’Ebraismo sia quella di una religione universale.

Ritengo che le parole conclusive del verso, “ Io sono il Signore,” siano la vera chiave per un’interpretazione corretta del comandamento stesso. L’Onnipotente descrive sé stesso come il D-o che ha creato il mondo (“ Io sono Colui che ha formato la luce e ha creato il buio…Io sono il Signore che ha fatto tutto ciò” Isaia 45:7) e come il Signore che ha tirato fuori gli Ebrei dall’Egitto (Io sono il Signore che vi ha tratto fuori dall’Egitto, dalla terra della schiavitù “ Esodo 20:2). Questi due imponenti eventi biblici, entrambi effettuati esclusivamente da D-o, sono le pietre miliari fondati della fede ebraica: il nostro elaborato sistema di benedizioni e di preghiere torna a D-o come creatore del mondo e della vita, e le nostre feste e i nostri rituali tradizionali sono in larga misura un ricordo dell’esodo dall’Egitto (vedi Rambam alla fine di Bo). Ciò che viene, tuttavia, notato meno frequentemente è il fatto che questi due eventi sconvolgenti sono drammaticamente correlati tra loro e servono anche come fondamento per le nostre relazioni interpersonali.

Se il Signore è il creatore, allora tutti gli esseri umani sono creature; ne consegue pertanto logicamente che nessuna creatura oserà ‘ padroneggiare ’ sulle altre creature. Per fare ciò dovrebbe usurpare il posto esclusivo di D-o! Se il Signore è il Padre – nei cieli, noi siamo tutti fratelli in questo pianeta incredibilmente eterogeneo che sta ormai diventando un villaggio globale; ne consegue logicamente che un fratello non oserà danneggiare un altro fratello o avvantaggiarsi su di esso. Il Creatore–Signore o la Paternità di D-o chiedono un’uguaglianza sostanziale – e la libertà sotto D-o- di ogni essere umano. Così il D-o della creazione ha dovuto anche emergere come D-o dell’Esodo – il D-o che ha insegnato ad ogni tiranno dispotico che non c’è assolutamente nessuna giustificazione al rendere schiavi altri esseri umani ( Vedi Ibn Ezra, ad loc.: “Devi amare facendo il  bene per il tuo amico come faresti per te stesso, perché Io, il Signore, vi ho creati tutti uguali”).

Credo, pertanto, che la traduzione più accurata del comandamento sia quella di interpretarlo come “Amerai il tuo prossimo perché egli è (un essere umano)  come te” (Mendelson Biyur Ronsenzweig- traduzione di Buber, "liebe deine nicht, er ist qua du").

Come si esprime questo principio fondamentale nelle nostre attività quotidiane? Hillel il Vecchio sosteneva che il comandamento va osservato attraverso ciò che ci tratteniamo dal fare piuttosto che attraverso ciò che facciamo. Quando un aspirante proselita andò dal Saggio chiedendo di essere convertito a condizione che gli venisse insegnata tutta la Torà stando su un piede solo, Hillel rispose: “ Ciò che è odioso per te, non farlo al tuo amico. Questa è tutta la Torà; il resto è l’interpretazione che devi andare ed imparare” (B.T. Shabbat 31A). Rambam (ad loc) interpreta il versetto con il prefisso ‘l’ della Bibbia "l"rea'akha",letteralmente “amerai per il tuo amico”; comportati verso di lui come se lo amassi come te stesso non facendo a lui ciò che considereresti odioso se  venisse fatto a te.

Martin Buber utilizza la strana forma del prefisso del testo biblico per stabilire un principio fondamentale dei rapporti umani – e allo stesso tempo per sottolineare le implicazioni teologiche con cui abbiamo iniziato la nostra discussione. Ci saremmo aspettati di trovare la frase biblica, “Amerai et reakha” dato che la proposizione et appare sempre nel complemento oggetto; in questo contesto, “ Amerai” (tu) è il soggetto e “il tuo amico” è l’oggetto. Un essere umano non è mai visto come un oggetto, tuona Buber. Un essere umano non si relaziona mai su qualcuno; deve sempre relazionarsi verso (l'reakha). Quando qualcuno usa un altro essere umano unicamente come mezzo per raggiungere n fine, non riconoscendolo come figlio di D-o nella pienezza del suo essere, sta stabilendo uno relazione  “Io-esso ” sbagliata invece della relazione  “io-tu” comandata dalla Bibbia. Usare un’altra persona, avvantaggiarsi su di essa, depredare un altro della sua libertà di scelta e di sviluppo autonomo – perfino se è uno studente o un membro della propria famiglia – sono tutte forme di schiavitù che devono essere proibite. “ Devi comportarti con amore per il tuo vicino nella pienezza di una relazione tra pari, perché egli è come te, sotto D-o il Creatore che chiede libertà universale”.  

Da questo punto di vista, vorrei insistere – in linea con le Tosafot di Yom Tov (ad loc) e Rav Haim Vital (Sha'ar HaKodesh) – sul fatto che “ il tuo prossimo” in questo contesto include anche i non Ebrei. Dopo tutto, il testo non dice “tuo fratello” o “il tuo collega” ; l’etimologia della parola ‘re’a” (vicino o amico) sembra includere perfino qualcuno che sia malvagio (ra) e la Bibbia spiega il giorno dello Shabbat in modo analogo: “in modo che il tuo servitore e domestico non ebreo possa riposare come te” (Kamokha, perché egli è come te, Deuterenomio 5:13). Inoltre, potrebbe sembrare che l’applicazione universale di questo comandamento, così come quello di tutta la Torà sia esattamente il punto che Ben Azzai aggiunge alle parole di Rabbi Akiva:

“Rabbi Akiva dice: “Amerai il tuo prossimo come te stesso” – questo è il (più) grande principio della Torà. Dice Ben Azzai, ‘ Questo è il libro della generazione dell’umanità (Genesi 5:1) – che è un principio perfino più grande (e la base per il comandamento in questione).”

Shabbat Shalom

Traduzione a cura di DGB.

 
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