Emòr

Levitico 21:1 - 24:23

Efrat, Israele – Il Libro biblico del Levitico è chiamato ‘Libro della Sacralità’, perché descrive una ‘varietà di esperienze sacre’: il Beit Hamikdash, posto supremo di sacralità, le nostre Festività,  eventi periodici di sacralità e  i Kohanim- Sacerdoti, “tribù” familiare appartata per sacralità.

La parola ebraica “Kadosh” o Sacro, significa letteralmente separare e glorificare un “uno” che si correla ad un “altro” superiore. Rudolf Otto, nel suo lavoro ‘The Idea of the Holy’ ( ‘ Il Sacro’) indica il ‘Sacro’ con il termine numinous (numinoso) o mysterium tremendum:la mente lotta con il linguaggio per trovare una metafora appropriata che permetta di indagare gli aspetti di vita più correlati con il Santo Uno, Benedetto Egli Sia. La nostra Torà associa la sacralità con il tempo e lo spazio:in alcune occasioni, D-o ci permette una speciale connessione, un rendez-vous, con Lui. Le festività,Moadim, sono gli “appuntamenti” (“i tempi”) che D-o ha stipulato con noi per farci godere della sua compagnia; ci sono poi alcuni posti in cui ‘ possiamo sentire meglio la Sua Santa Presenza ’: ad esempio la sinagoga e le aule di studio, posti di culto del Suo Nome e di studio della Sua parola, tutti pallidi riflessi del nostro Beit Hamikdash distrutto.

C’è una diversità tra la sacralità del tempo e quella dello spazio? Uno è più ‘sacro’ dell’altro? La tradizione hassidica riporta un’interessante conversazione tra due grandi del 19-simo secolo, Kotzer e Voorker. Il Rebbe Voorker era noto per il suo amore per ogni ebreo, mentre il Rebbe Kotzer era noto per la sua precisione chirurgica nel selezionare il vero dal falso. Secondo il racconto, Voorker spiegò a Kotzker che quando arrivava la festa di Succot, egli preferiva la mizvà di dimorare nella sukkà al comandamento del Lulav perché quando si esce d’obbligo dal Lulav si esce dalla santità, mentre nella sukkà la santità ci afferra e ci circonda.

Il Kotzer rispose che anche la Sukkà, se paragonata allo Shabbat, vien meno; dopo tutto, si può camminare fuori dalla Sukkà, ma non si può camminare fuori dello Shabbat. In realtà, Kotzer e Vooker stavano dibattendo la santità del tempo contro la santità dello spazio. Lodando la Succà, Vooker stava lodando la santità dello spazio. Kotzker sottolineava invece che da quando esiste lo spazio tridimensionale, esso può essere abbandonato, ignorato o addirittura distrutto. Dato, invece, che il tempo non è fisico, la sua santità non può mai essere né disfatta né distrutta. Storicamente parlando infatti il Popolo ebraico poté sopravvivere senza Beit Hamikdash, ma non potrebbe mai sopravvivere senza lo Shabbat.

Vorrei suggerire che oltre alla sacralità di spazio e tempo, ci sia anche una terza e superiore finestra dalla quale fissare la santità :l’uomo, creato ad immagine di D-o, che contiene in sé stesso un’ineffabile e inestinguibile scintilla di santità divina. Dopo tutto, l’uomo può scegliere se camminare fuori dallo Shabbat, se - D-o non voglia –dissacrarlo ignorandolo o trasformare la tavola di Shabbat in un’occasione in cui esprimere maldicenza o crudeltà e gelosia familiare. Dopo tutto, è in definitiva l’uomo che deve assegnare ai tempi speciali e ai posti speciali la loro santità. Pensate: una volta all’anno la più alta espressione del sacro converge, quando il Gran Sacerdote, il più sacro del suo popolo, entrava nel Kodesh Ha Kodashim di Yom Kippur, il giorno dell’Espiazione, anche noto come Yom Ha kadosh, il giorno della Santità. Ebbene la legge talmudica insiste sul fatto che se il gran Sacerdote, nel suo cammino per il Kodesh Ha Kodashim, trova  un morto senza parenti per seppellirlo (incontra una mitzvà) egli deve tralasciare il Servizio del Tempio e seppellirlo lui stesso! E se tale è il corpo umano dopo la separazione dalla sua anima, quanta più santità è contenuta in un corpo umano vivente, impregnato dell’immagine o ombra di Dio. Chiaramente, la santità dell’essere umano trascende la santità dello spazio e del tempo.

Nel mondo d’oggi, nel quale così spesso non prendiamo in considerazione gli altri esseri umani, perfino e forse specialmente gli esseri umani in difficoltà, - quando raramente parliamo alle persone in ascensore e camminiamo “attraverso” i senzatetto che giacciono in alcune delle nostre strade più ricche,- è cruciale che apprezziamo e riconosciamo gli altri uomini come un ingrediente essenziale di santità, non il misterioso ‘Altro’, ma piuttosto il familiare ‘Altro’. Possiamo tutti imparare un’importante lezione sui fondamenti della santità umana e del comportamento umano dalla seguente storia che ho sentito da Mendel Reich, la vita del cui padre fu salvata ad Auschwitz per una straordinaria coincidenza. Suo padre, un ebreo devoto, era particolarmente scrupoloso alla massima dei Pirkè Avot “ Ricevi ogni persona col calore dell’accettazione e con gioia” (3:16). Nel contesto, ‘ogni persona’ (Kol Adam) si riferisce ad ebrei e non ebrei indistintamente, una sonora testimonianza della sacralità interiore di ogni individuo.

La città polacca dove sua padre viveva era vicina al confine tedesco, e ogni mattina sulla via del tempio, egli incontrava un nobiluomo tedesco che portava  fuori il suo cane, e ogni mattina Mr. Reich era il primo a rivolgersi calorosamente al suo vicino: A gutt morgen Herr Guttman, a gezunten tag Herr Guttman. E Herr Guttman abbozzava un freddo cenno del capo in risposta.

Gli anni passarono e l’anziano Mr. Reich fu mandato ad Auschwitz. Un giorno, indebolito dalla polmonite, si ritrovò nella fila per la selezione, certo sarebbe stato mandato a sinistra, dove lo aspettavano i forni crematori. Quando il turno si avvicinò, cominciò a recitare il vidui confessionale finale. Ed ecco egli stava di fronte alla guardia nazista, che appariva vagamente familiare. Appena l’ebreo sussurrò gutt morgen Herr Guttman, gezuntan tag Herr Guttman, la guardia nazista lo guardò e un tremolio di riconoscimento attraversò i suoi occhi. Rechts! Gridò. E Mr. Reich visse.

Shabbat Shalom

Traduzione a cura di DGB.

 
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