Bemidbàr

Numeri 1:1 - 4:20

Efrat, Israele – Per quanto posso ricordare, l'ebraismo ortodosso è stato sempre percepito dalla maggior parte del mondo – perfino dal mondo ortodosso stesso – come uno stile di vita conservatore, protetto, antiquato, che non desidera assumersi dei rischi per affrontare nuove sfide e che preferisce ritrarsi nel proprio guscio come una tartaruga.

Un commento midrashico alla parashà di questa settimana, Bamidbar, sottolinea un aspetto genealogico riguardante Nahshon, principe della tribù di Giuda, il quale rifiuta l'idea che un esistenza conservatrice e priva di rischi sia un valore autentico della Torà. Questo valore non può certo essere trovato in Nahshon , noto come l'uomo coraggioso che ha rischiato la propria vita gettandosi nel Mar Rosso, quando gli Ebrei fuggiaschi vi ci si trovarono, inseguiti dai carri egiziani; è stato infatti solo dopo che egli ha dimostrato la sua forza d'animo e il suo coraggio che il Signore ha fatto il passo successivo e compiuto il grande miracolo della divisione del mare.

Il Midrash (riportato anche in B.T. Bava Batra 91a) evidenzia il fatto che il coraggioso Nahshon aveva quattro figli tra cui  Elimelech, marito di Naomi, e Shalmon, padre di Boaz; Nahshon pertanto era padre e zio di due importanti personaggi del Libro di Ruth che leggiamo a Shavuot. Noi effettivamente non siamo soliti pensare al Libro di Ruth come al 'libro di rischi ', ma ritengo che nel presentare un tale genealogia, il Midrash voglia non solo sottolineare l'attitudine al rischio che caratterizza questi discendenti di Nahshon, ma anche precisare quali tipi di rischi sono considerati favorevolmente dalla Torà e quali no .

Il fatto è che il coraggio e l'attitudine al rischio – oppure no - può essere comunque visto come un tema di fondo dell'intero libro di Bamidbar. Il quarto libro della Torà riporta la storia dei quaranta anni in cui gli Ebrei vagarono nel deserto. All'inizio del libro non sappiamo ancora che il popolo sarebbe stato punito e costretto a vagare per quaranta anni, ma alla fine è chiaro che il popolo ebraico aveva fallito la sua prima importante prova. Quando le spie ritornarono con un rapporto spaventoso sulla Terra Promessa e sulla possibilità di conquistarla [Numeri 13-14], gli Ebrei dimostrarono una totale mancanza di decisione, fede e coraggio. Essi gemettero, tremarono, supplicarono di non continuare la missione. A quanto pare si erano abituati alla vita salva e sicura nel deserto – la manna che costituiva la loro razione quotidiana di cibo,  una nuvola di giorno e una colonna di fuoco la notte per dirigere il loro viaggio – per rischiare l'ignoto rappresentato dalla conquista e dall'insediamento in Israele.

La Torà tuttavia vuole che gli Ebrei si comportino con coraggio, che facciano la prima mossa, coraggiosa e magari pericolosa, concomitante con l'indipendenza e la responsabilità. Nahshon alla riva del Mar Rosso brilla come l'antitesi alla codarda generazione del deserto. Grazie alla sua fede e audacia, il popolo fu salvato. Il Gaon di Vilna, infatti, sottolinea che la Torà descrive gli Ebrei che entrarono inizialmente " in mezzo al mare all' asciutto " (Esodo 14:22), e dopo " all'asciutto in mezzo al mare" (ibid. 29). La descrizione iniziale si riferisce a Nahshon e ai suoi seguaci, che rischiarono le loro vite gettandosi nell'acqua turbolenta; D-o ha fatto un miracolo per loro, dividendo le acque per ottenere terra asciutta e servendosene come un muro (homà) sulla loro destra e sinistra. La seconda descrizione si riferisce al resto degli ebrei che entrarono solo dopo che apparve la terra asciutta;per loro le acque diventarono un muro – ma questa volta scritto senza la lettera 'vav' e può anche leggersi hemà, che significa rabbia.

La notevole capacità di Nahshon di prendersi dei rischi – in contrasto con la maggior parte della generazione del deserto- è stata trasmessa ai suoi figli e nipoti. Il Libro di Ruth, infatti, termina con i nomi di dieci generazioni da Peretz (figlio di Giudà) al Re David, e Nahshon appare proprio nel centro, la figura centrale tra l'età dei patriarchi e la generazione del futuro messia del popolo ebraico. Ma mentre Nahshon e Boaz sono lodati per la loro attitudine al rischio, Elimelech sembra venir ripreso per la sua.

Quando una carestia terribile discese su Betlemme in Giuda, la patria di Elimelech, egli fece i bagagli e con la sua famiglia decise di iniziare una nuova vita nella terra di Moab. Indubbiamente, questo gesto dimostrò il coraggio di Elimelech, la capacità di rischiare l'ignoto in uno ambiente estraneo. Ma la sua motivazione era l'avidità; egli rifiutava di condividere il suo patrimonio con uomini morenti di fame e desiderava lasciare la sua patria e le sue radici ancestrali per amor di ricchezza. Da qui la tragedia. Elimelech morì e i suoi figli- logicamente- sposarono donne moabite. La sua progenie morì anch'essa , facendo sì che Elimelech da un punto di vista ebraico abbia seminato e raccolto a Moab solo l'oblio.

Boaz, invece, non lascia Betlemme durante la carestia. E quando gli si presenta la possibilità di compiere un atto d'amore e gentilezza per Naomi e di redimere la terra di Elimelech – così come di sposare la straniera- convertita Ruth -  Boaz lo fa, si assume l'obbligo finanziario e prende su di sé il rischio sociale implicato nel matrimonio. E il discendente da questa unione risulta essere nientemeno che Re David, da cui parte la futura discendenza messianica.

Il rischio di Elimelech era basato sull'avidità e implicava l'abbandono della sua terra e della sua tradizione;finisce con la sua morte e distruzione. Il rischio di Boaz si basava sull'amore e sull' affetto ed ebbe come risultato la redenzione. La dialettica Elimelech - Boaz è il tema perenne del mondo ebraico. Il rischio è positivo e perfino obbligatorio dal punto di vista ebraico. La domanda che ci dobbiamo porre è la sua motivazione, perché è questa che determina il risultato.

Shabbat Shalom

Traduzione a cura di DGB.

 
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