Behaalotekhà

Numeri: 8:1 - 12:16

Efrat, Israele - Il Libro di Numeri comincia con la fede ottimistica nel futuro e descrive un popolo appena liberato, diviso in 12 (o più correttamente tredici) tribù, unite intorno al Santuario della Presenza divina, pronto per entrare nella Terra Promessa. Il popolo degenera però rapidamente e tragicamente in una massa disperata di ribelli irati e lamentosi che sono condannati a morire nel deserto. Cosa accadde e perché? ...E come possiamo prevenire un così deprimente scenario in futuro (o, meglio ancora, nel nostro presente)?

Uno studio attento del testo biblico della nostra parashà fornirà la chiave di comprensione. Innanzitutto, la parashà di "Behalotechà" contiene molti elementi apparentemente disparati (dall'accensione delle luci della menorà, all'elezione dei Leviti, al Pesach Shenì : seconda possibilità di portare il sacrificio pasquale, alla preparazione degli Ebrei alla guerra, al mistero dei mitonenim ) che sono stranamente privi di un filo conduttore. Il primo argomento importante infatti, quello della menorà, difficilmente appare collegato al Libro di Numeri; la logica impone infatti che venisse riportato nelle parashot di Terumà e Tezavè, nel Libro di Esodo, nel contesto degli accessori al Santuario. Rashì ci fornisce una spiegazione di ciò con difficoltà, quando lega questi primi versi alle offerte dei capi-tribù di cui si narra alla conclusione della parashà Nasò della scorsa settimana, suggerendo che Aaron fosse rimasto deluso di non essere stato incluso nel cerimoniale di tali offerte. Il commento di D-o riguardo all'incarico più elevato assegnato ad Aaron, legato al compito di preparare e accendere la menorà ogni mattina, appare comunque come una magra consolazione per non essere stato scelto a partecipare al grandioso cerimoniale delle offerte, e non spiega realmente perché questo incarico elevato non sia stato citato prima, nelle parti di Torà che trattano del Santuario.

Troviamo inoltre l'uso di due parole difficili nella nostra parashà. La prima appare nel contesto della "seconda opportunità" di portare il sacrificio pasquale per quelli che non erano stati in grado di portarlo alla data prestabilita, il quattordicesimo giorno di Nisan, perché o "ritualmente impuri a causa di un contatto con un cadavere o situati in un posto lontano da voi o dalle vostre generazioni" (Numeri 9:10). Cosa significa essere lontano dalle "vostre generazioni"? E la seconda parola ebraica difficile, che si incontra una sola volta nella Torà, è la frase biblica sibillina riguardo al fatto che gli Ebrei hanno dovuto soffrire una piaga del fuoco divino, perché erano "mito'nenim", male alle orecchie di D-o (Numeri 11:1). Cosa significa esattamente la parola "mito'nenim" - tradotta usualmente con il termine "lamentosi " , parola scritta solitamente 'mitlonenim'?

Credo che la prima questione che dobbiamo tentare di capire riguarda il simbolismo della menorà,   con i suoi sette rami come fiori; la menorà è in effetti un albero che emana luce. Se torniamo indietro alla prima storia biblica importante, il Giardino dell'Eden (vera introduzione alla Bibbia), troviamo che "l'albero della vita" rimarrà preservato in uno splendido isolamento finché l'umanità non perfezionerà sé stessa e ritornerà al periodo primordiale di armonia e pace. Questo è lo scopo dell'Ebraismo, la missione di Israele nel mondo: preparare e accendere la menorà per portare "l'albero della vita" a tutta l'umanità e perfezionare il mondo nel regno di D-o. Noi dobbiamo davvero essere il popolo santo e il regno di Sacerdoti- Konahim, una menorà, una luce in mezzo alle nazioni del mondo.

E' essenziale che non perdiamo mai di vista la nostra missione, che rimaniamo impegnati nella visione profetica di una società perfezionata e di un ritorno all'Eden. Ognuno degli episodi citati della parashà di Behalotechà tratta in modo specifico con il concetto di leadership e sottolinea la necessità di una autorità ispirata da D-o, ricordando agli Ebrei di ogni generazione di tentare di realizzare la loro missione elevata del 'tikkun olam', perfezionamento del mondo.

Questa è la logica che si trova dietro alla comprensione biblica del fatto che un individuo può trovarsi fisicamente distante da Gerusalemme nel momento in cui deve portare il sacrificio pasquale - e può anche essere distante spiritualmente , "rimosso dalla sua generazione", dalle tradizioni dei suoi antenati, dalla visione del suo retaggio biblico. Rashì, infatti aggiunge che "uno può perfino trovarsi sulla soglia del Santuario" ma, essendo lontano dalle sue generazioni, può arrivare a non pensare di entrare e dare la sua offerta pasquale. Ad un tale individuo è data una seconda possibilità: quella di avere l'ispirazione a farlo nel Pesach Shenì.

Più importante fra tutte è la descrizione nella nostra parashà degli Ebrei "ribelli" che rifiutano di conquistare la Terra di Israele e di avere vino per i pasti, pesce , cetrioli, meloni, porri, cipolle e aglio. Sono i "K'mito'nenim" una parola che suona come lamentosi ma che deriva in realtà da 'onen' , una persona in lutto per un genitore defunto ( come interpretato da Rav Samson Raphael Hirsch).

Vorrei suggerire che essi infatti hanno perso i loro genitori, hanno perso la tradizione di Abramo del "patto tra le parti", hanno perso il sogno patriarcale e matriarcale del ritorno biblico all'Eden e del perfezionamento dell'umanità.

In modo piuttosto affascinante il Daat Zekenim suggerisce che la parola 'Kemito'nenim' significhi che essi vedevano sé stessi come delle persone in lutto quando prevedevano la guerra di conquista di Israele; essi erano spaventati dall'ingaggiare un combattimento che poteva significare la perdita di vite ebraiche. Vorrei suggerire che questa interpretazione è legata anche a quello che ho appena spiegato: un popolo lontano dal suo scopo e dai suoi ideali nazionali è spaventato nel rischiare vite individuali perché non partecipa più alla visione di una vita eterna basata su valori eterni, necessari se si vuole raggiungere un futuro denso di significato. Dobbiamo costantemente dare l'ispirazione ad ogni generazione per impegnarsi nei nostri ideali tradizionali e per affrontare le sfide del futuro con coraggio e fede. Solo allora potremo meritare di accendere la menorà e far sì che l'Albero della vita, dall'Eden, venga ripristinato e riconquistato.

Shabbat Shalom!

Traduzione a cura di DGB.

 
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