Mattòt - Mas’è

Numeri 30:2 - 36:13

Efrat, Israele - Secondo me, il Libro più triste della Bibbia è quello che, secondo le traduzioni in greco, latino e inglese, è detto Libro dei Numeri e, secondo la traduzione più descrittiva dall'ebraico Bamidbar, Libro del Deserto. Esso comincia con una magnifica descrizione delle dodici tribù unificate dal grande leader-liberatore Moshè, collocate intorno al Santuario della Presenza Divina,   pronte   ad entrare nella Terra Promessa di Israele, e si conclude con una desolata disillusione, con una serie di regressioni, di ribellioni e di recalcitranza, con Moshè che, screditato e ignorato dal popolo, si vede negato da D-o l'accesso alla sua amata Israele, e praticamente con tutta la generazione del deserto condannata a morire nella desolazione del suo vagabondare.

Queste ultime due parashot di Matot e Masei, sembrano perlomeno fornire un raggio di speranza per il susseguo e servono come premessa al Libro di Joshua e alla conquista finale della Terra di Israele. Questo collegamento comincia in realtà alla fine della parashà di Pinchas, con un secondo censimento abbreviato, (che sancisce un nuovo, forse moderato inizio), con le figlie di Tzlofad che lottano valorosamente per i diritti sull'eredità della terra di Israele, con lo sguardo dolce-amaro di Moshè su Israele dalla cima del Monte Nevoh, con la nomina di Joshua, i sacrifici per le Feste, il regolamento dei conti con Midian, con le due tribù e la metà di un'altra, che desideravano risiedere nella Trans-Giodania, con un dossier sulle tappe nel deserto, con la procedura per spartire la terra, le zone separate per le Città Rifugio e con il tributo finale di fede e di tenacia delle figlie di Tzlofad. Tutte queste descrizioni forniscono una conclusione alla generazione del deserto e preparano il terreno alla generazione della conquista e della successione - eccetto per quella che appare una disgressione di carattere legale proprio all'inizio di Matot.

La nostra parashà inizia così: "Quando una persona fa una promessa davanti a D-o, o fa un giuramento proibendosi qualcosa, non osi profanare la sua parola." (Numeri 30:2-17). Il testo biblico prosegue descrivendo i vari tipi di possibili giuramenti che una persona può fare, tra cui i voti a D-o e i voti che coinvolgono il rapporto con il proprio consorte o con i propri genitori. In verità, proprio questa parte di soli sedici versi è alla base di nientemeno che due Trattati Talmudici (Shavuot e Nedarim) ed è il tema della preghiera melodicamente evocativa del Kol Nidrè che apre il servizio liturgico di Yom Kippur. Perché attribuire un'importanza così preponderante alle leggi delle promesse e dei giuramenti e perché collocarle proprio qui alla fine del Libro dei Numeri?

Io credo che la Torà voglia qui sottolineare il potere della parola - parola che può creare la realtà e parola che può distruggere la realtà, parola che può stabilire un legame e parola che può rovinare un legame. Dopo tutto, siamo il "popolo della parola": i Dieci Comandamenti (le Dieci Parole - Dibburim, Dibrot) che sono stati molto più potenti delle massicce piramidi egiziane e che continuano ad influenzare gli standard di moralità del mondo fino ad oggi. La mancanza di abilità di Moshè nell'utilizzare adeguatamente la parola per parlare alla roccia piuttosto che per battere su di essa (e la roccia è probabilmente simbolo del popolo) è ciò che ha causato la sua esclusione dall'ingresso in Terra Promessa.

Infatti, fin dall'inizio del suo incarico, Moshè   cerca di declinare la Chiamata Divina e di deviare la chiamata di D-o alla leadership su un altro perché egli, Moshè, è inadeguato, egli è un Kvad peh pesante nella parlantina, un uomo di pensiero più che di parole, un profeta che cerca il contatto spirituale con il Divino piuttosto che rapporti verbali con il popolo. Egli non ha mai la pazienza o i mezzi per persuadere verbalmente il popolo a rifiutare il rapporto degli esploratori e a conquistare la Terra di Israele; egli non può nemmeno difendere sé stesso verbalmente contro le odiose recriminazioni di Korach, Datan e Aviram! Tutto quello che può fare è cadere sulla faccia in prostazione davanti a D-o. Alla fine del giorno, il negativo, le parole incitanti dei dieci esploratori influenzano il popolo e condannano la generazione a morire nel deserto. La rivolta di Korach incontrastata (dagli Ebrei) ha preparato la strada alla flagrante trasgressione di Zimri nei confronti di Moshè e dell'etica della Torà. Basti considerare come i retorici comizi di Winston Churchill e Franklin Roosevelt abbiano indotto una nazione a trascendere sé stessa e come le incitazioni di Hitler e le prediche dei fondamentalistici islamici abbiano distrutto incalcolabili vite innocenti

Da questa prospettiva, le leggi sui giuramenti e sulle promesse, le ramificazioni legali del potere della parola, sintetizzano sia la promessa del popolo "della parola", sia la tragedia del Libro dei Numeri. Non è un caso se in ebraico e aramaico il termine leader sia Dabbar , perché un grande leader guida e indirizza attraverso le parole. Vorrei perfino proporre l'interpretazione per cui, la radice del termine Bamidbar sia proprio d b r, il leader (dabbar) pastore che porta al pascolo le proprie pecore in un'oasi trovata nel deserto (egli deve far camminare il suo gregge in un terreno arido altrimenti le pecore distruggerebbero tutta la vegetazione), e che guida il suo gregge soprattutto con le parole e i suoni che emette dalla sua bocca. Nelle parole di un motto Yiddish,

A patsch dergent, a vort bashten
Uno schiaffo va via, una parola dura per sempre.

Shabbat Shalom!

Traduzione a cura di DGB.

 
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© Ohr Torah Stone - © Morashà per la traduzione italiana