Devarìm

Deuteronomio 1:1 - 3:22

Efrat, Israele - Il quinto libro della Torà, Devarim, è chiamato midrashicamente Mishnè Torà o Seconda Torà (Torà Ripetuta); il sapiente Rabbino spagnolo del quindicisemo secolo, Isaac Abrabanel, lo considera un commentario di Moshè alle parole Divine comprendente gli altri quattro Libri. Indubbiamente, c'è molto da imparare dalla 'posizione' o 'svolta' di Moshè sulle leggi e sugli eventi che sono stati precedemente descritti specialmente quando egli riporta il suo punto di vista personale, alla fine della sua vita, durante il quarantesimo anno dall'Esodo - congiuntura critica tra l'esperienza del deserto e l'entrata degli Ebrei in Terra Promessa.

Moshè inizia con uno sguardo d'insieme sui confini della Terra di Israele e con il comando Divino agli Ebrei di possederla. Egli poi procede con il peccato degli esploratori e culmina con " E il Signore era così adirato contro me a causa vostra dicendo: 'Tu non vi entrerai; Joshuà, figlio di Nun, egli porterà Israele alla sua eredità'" (Deuteronomio 1: 37,38). Ci sono due problemi principali in questa rivisitazione dei tragici episodi già trovati nel Libro dei Numeri. Innazitutto, il primo peccato nel deserto fu l'idolatria del Vitello d'Oro, evento che Moshè non menziona nemmeno. In secondo luogo, la Bibbia aveva già fornito la ragione per cui Moshè era stato escluso dalla guida del suo popolo in Terra Promessa: il fatto che egli aveva colpito la roccia anzichè parlare ad essa per estrarre l'acqua (Numeri 20:12). Perchè Moshè attribuisce allora la colpa del suo 'pensionamento' al popolo che aveva seguito i dieci esploratori? Egli sembra revisionare la storia!

Io credo che qui Moshè ci stia fornendo, un più profondo sguardo d'insieme, che ci può anche aiutare a comprendere perchè gli Ebrei scelsero di rimanere nel deserto piuttosto che conquistare Israele. Prestate grande attenzione alla descrizione, fatta da Moshè, della genesi della missione di ricognizione: "E tutti voi siete venuti qui vicino a me, e mi avete detto 'Mandiamo degli uomini davanti a noi, esplorino per noi il paese, la strada che dovremo percorrere e le città a cui arriveremo '" (Deuteronomio 1:22).

Moshè sottolinea come sia stato il popolo a suggerire il viaggio-sul-campo degli esploratori, e come l'abbia fatto espressamente allo scopo di tracciare una mappa delle strade di accesso migliori e delle città più vulnerabili, attaccabili per prime. Ciò che è particolarmente significativo è il fatto che gli Ebrei avevano viaggiato per il deserto per gli ultimi quaranta anni, conquistando e insiedandosi temporaneamente in varie città e che, durante tutto questo periodo, le varie strade d'accesso e l'ordine degli insiedamenti erano stati determinati dallo specifico intervento Divino, che dirigeva i loro viaggi per mezzo di una nuvola, di giorno, e di una colonna di fuoco, di notte. Allora perchè ora essi richiedono una missione di ricognizione? Perchè non contano proprio sulla stessa nuvola e sullo stesso fuoco, inviati Divinamente, per la loro incursione in Israele?

Evidentemente, gli Ebrei avevano capito che il passaggio dal deserto a Israele avrebbe richiesto un cambiamento essenziale nelle regole del gioco: finché gli Ebrei rimanevano nel deserto, ad uno stadio d'infanzia, sarebbero stati protetti per mezzo delle nuvole della gloria e nutriti per mezzo della manna, "personalmente" (per modo di dire), da D-o; una volta entrati in Terra Promessa, avrebbero dovuto prendere in mano il proprio destino e provvedere da soli alle loro necessità fisiche. Infatti, una doppia sfida cruciale li attendeva non appena avessero compiuto "l'aliayah": essi avrebbero dovuto non solo cominciare ad accettare la responsibilità per le proprie vite e per la propria storia, non solo "mangiare il pane dal sudore delle loro fronti", ma anche continuare a dimostrare fede in D-o perfino quando Egli non avrebbe più ricoperto il ruolo di protagonista sulla scena; essi avrebbero dovuto seguire le direttive di D-o anche quando Egli non avrebbe più diretto in modo frontale le loro vite. Non è una così gran cosa ringraziare l'Onnipotente per l'invio, ogni giorno, della miracolosa manna dal cielo; è una prova ben più grande "mangiare, essere soddisfatti e benedire il Signore vostro D-o" per il pane che mangiate come risultato del vostro rompervi la schiena arando, seminando, trebbiando, mietendo e cucinando. Una cosa è esprimere amore per un Essere Divino che miracolosamente ci guida attraverso un terra desertica incoltivata; cosa diversa è continuare a servire D-o mentre si vive in una terra che dobbiamo coltivare da soli, con i nostri sforzi instancabili - e capire che è comunque per grazia dell'Onnipotente che raggiungiamo i nostri obiettivi.

Non è forse normale il fatto che gli Ebrei volessero restare in una situazione stile grembo materno, nell'atmosfera Divinamente protetta del deserto - e che fossero riluttanti   ad affrontare le sfide e le responsabilità umane che li attendevano in Israele? Moshè vede che gli Ebrei avevano fallito il primo esame, che   gli esploratori si erano fatti spaventare troppo facilmente dai visi giganteschi delle sette nazioni   indigene di Canaan, che gli esploratori si erano presi la responsabilità di andare in missione, ma che era mancata loro la fede per affrontare la difficile conquista, e per sentirsi rassicurati del fatto che, dietro le quinte, D-o li avrebbe portati alla vittoria. E quando gli Ebrei - i discepoli - radunati hanno fallito, anche Moshè, il Rabbi-leader-Re, ha fallito. Egli ha capito che sarebbe stato in grado di condurli a D-o attraverso i miracoli dell'esodo e del deserto, ma che non avrebbe avuto le doti necessarie per condurli a D-o durante la più naturale e regolare esperienza della Terra di Israele. E così, al risveglio dopo il peccato degli esploratori, Moshè cede lo scettro della leadership - assieme ad una parte delle sue splendenti vie per il Divino, - al suo fedele e amato discepolo Giosuè.

Shabbat Shalom!

Traduzione a cura di DGB.

 
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© Ohr Torah Stone - © Morashà per la traduzione italiana