La Stampa: Alessandro Barbero 3/3/2007

Ariel Toaff sarà deportato in Siberia?

La rivista TUTTOLIBRI , suplemento della STAMPA del 3 marzo 2007, pubblica a pagina 10 un articolo di Alessandro Barbero che presenta le critiche al libro di Ariel Toaff "Pasque di sangue" da parte dei non-storici come un attacco alla libertà di ricerca.

La reazione che s'è scatenata contro il libro di Ariel Toaff, reo di aver sostenuto che le accuse di infanticidio rivolte per secoli agli ebrei non erano sempre un'invenzione, ha rivelato un'inquietante differenza fra i toni e i modi impiegati dagli storici di professione, per lo meno in Italia, e quelli provenienti da altri ambiti della società civile. I primi hanno sottolineato la debolezza metodologica del libro, costruito per dimostrare una tesi preconcetta, mescolando continuamente nella narrazione fatti accertati e «fatti» emersi soltanto dalle confessioni sotto tortura. Un limite che già dopo le prime pagine salta all'occhio dello storico di mestiere, allenato a verificare nelle note le fonti di qualsiasi affermazione, e che per lo stile suggestivo cui fa ricorso Toaff rischia invece di sfuggire al lettore non specialista. Non per nulla diverse recensioni puntano il dito su quello che appare il più clamoroso errore logico compiuto dall'autore: quando cioè afferma d'aver trovato «riscontri puntuali» alle confessioni degli ebrei imputati a Trento nel 1475, in quanto menzionano omicidi rituali compiuti in Germania cinque anni prima - sui quali esiste in effetti un'ampia documentazione - sennonché, anche questa consiste interamente in confessioni estorte sotto tortura! E tuttavia, il tono prevalente nelle recensioni degli storici è la pietas nei confronti dello studioso che si è così malamente esposto alla critica (pur senza risparmiare l'occasionale cattiveria: come quando Anna Esposito e Diego Quaglioni, riferendosi ai precedenti lavori di Toaff, osservano che affrontare il problema degli omicidi rituali «richiede qualche strumento in più di quelli che occorrono per comprendere il "mangiare alla giudia" in Italia»). Tutti tengono a sottolineare che Toaff aveva il pieno diritto di rivedere criticamente la questione, e che il loro giudizio di merito è espresso «senza scomuniche», come precisa Anna Foa.

Ogni volta che un giornalista si è permesso di mettere in dubbio «l'opportunità di fare questo tipo di studio, di orientare la ricerca in questa direzione», come Tobia Zevi dell'Unità intervistando Marina Caffiero, la reazione è stata molto ferma: la libertà di ricerca va sempre tutelata, e lo studioso non ha altra responsabilità se non quella di maneggiare correttamente i documenti e sostenere la propria argomentazione con prove adeguate. Le reazioni provenienti dall'esterno della professione storiografica sono state, purtroppo, di ben altro tono. L'Università Bar-Ilan, dove Toaff insegna, lo ha criticato per «aver pubblicato il suo libro in Italia», e ha dichiarato che «la sua scelta di una casa editrice privata in Italia... ha offeso la sensibilità degli ebrei in tutto il mondo»; e sorprende che nel nostro Paese nessuno abbia protestato contro questa formulazione offensiva, che mette in discussione il diritto d'uno storico italiano di pubblicare le sue ricerche in Italia, e tratta con ignorante diffidenza una delle nostre più prestigiose case editrici.

I finanziatori della rivista di cultura ebraica Zahor, di cui Toaff è direttore, gli hanno telefonato, come egli stesso riferisce, «per dirmi che o mi dimetto o la rivista chiude». Fiamma Nirenstein sul Giornale, dopo aver disinvoltamente dichiarato di non aver letto il libro, procede a denunciarne «l'enormità, lo scandalismo» e le «improvvide conclusioni», e conclude che «farà la gioia di tutti gli Ahmadinejad del mondo»: un dato, spiace dirlo, del tutto irrilevante per valutare la validità di un lavoro scientifico.

Ma ancora più sgradevole è il tono dei blog, concordi nel mettere alla berlina lo «storico spernacchiato» che ha «deciso di capovolgere, da solo», una certezza consolidata. Toaff, si legge in certi siti, «non è solo uno stupido», è un «mascalzone», e lo stesso linguaggio è impiegato per aggredire i pochi storici intervenuti in sua difesa, da Sergio Luzzatto accusato di «sconcertante, calunniosa, incompetente idiozia» a Franco Cardini «noto apologeta degli antisemiti islamici».

Leggendo le intemperanze che si moltiplicano ogni giorno sulla rete, mi sono chiesto dove ho già sentito quel tono volgare e tracotante, quella sicurezza filistea di poter mettere a tacere chi dà fastidio senza prendersi la briga di discutere con lui sul piano scientifico. Ebbene, andate a rileggere la famosa lettera che Stalin scrisse nel 1931 a una rivista di storia per criticare la pubblicazione d'un articolo sgradito, e che mise fine per un quarto di secolo alla libera ricerca in Unione Sovietica. Il tono con cui Stalin dichiara che i «calunniatori» e i «mascalzoni» non vanno pubblicati, ma messi a tacere; che su certi argomenti la verità «è nota a tutti» e perciò non bisogna permettersi di rimetterla in discussione, è tale e quale ai toni assunti in questi giorni dal dibattito sul libro di Toaff.

Ora, se il mondo ebraico è giustamente sensibile a ogni reviviscenza delle vecchie, infami accuse, perché sa fin troppo bene dove hanno portato, gli storici sono altrettanto sensibili alla ricomparsa di certi toni: anche noi sappiamo a cos'hanno portato.

Da Informazione Corretta

http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=6&sez=110&id=19639 

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