Lo straniero: Alberto Cavaglion

Dalla rivista Lo STRANIERO , un articolo sul caso Toaff  

Iniziato male il caso-Toaff è finito peggio

Quando un autore è indotto a ritirare un libro appena pubblicato legittimo sospettare che sia stata limitata la sua libertà di espressione. Nella scala dei diritti calpestati è la tappa che precede la scomunica, il cherem, la messa al bando, l’indice dei libri proibiti. Nel nostro caso non mi sentirei però di pensare a Toaff come a un nuovo Spinoza e sarei piuttosto cauto prima di paragonare, come è stato fatto, il libro pubblicato dal Mulino a quello di Hannah Arendt sul processo Eichmann. Toaff non è la  Arendt né Rushdie. 

Prima di gridare allo scandalo sarebbe meglio dare un’occhiata al libro e osservare quanto sia deludente e noioso, quanto, soprattutto, non mantenga ciò che promette nel titolo (Pasque di sangue. Ebrei d’Europa e omicidi rituali). Il volume lascia con l’amaro in bocca per la sua inconcludente presunzione, più che per l’estremismo della sua tesi scandalosa. E’ un libro confuso, divagante, di ardua e tortuosa lettura, con un’appendice documentaria del tutto incomprensibile, slegata dall’assunto principale. Di omicidi rituali si parla ma quando ormai si è oltrepassata la metà del libro: le cose interessanti non mancano, ma si trovano prima, in lunghi capitoli dedicati ai mercanti, ai falsari, alla politica estera della Serenissima, allo spionaggio a Candia, all’analisi della liturgia ebraica, a quelle tematiche insomma, che Toaff aveva affrontato nei suoi libri precedenti, assai più efficaci e compatti di questo, sfilacciato eppure molto ambizioso nelle sue premesse metodologiche. 

Il libro si direbbe un prodotto di medio valore di quella storiografia ispirata alla cultura materiale, da cui lo stesso Carlo Ginzburg ha preso le distanze in una recente ed ammirevole intervista, che si concludeva con l’invito a un sano ritorno alla storia politica dopo tanti paradigmi indiziari. Toaff sembra prigioniero di se stesso e di uno schema mentale arretrato. Egli procede per la sua strada, rigido nelle sue posizioni, imperterrito verso la provocazione ultima ed estrema, che parte da un assioma, dello stesso Ginzburg, secondo cui nelle confessioni delle vittime di processi inquisitoriali sarebbero presenti “frammenti relativamente immuni da deformazioni della cultura che la persecuzione si proponeva di cancellare”. 

Di qui a provare l’accusa di omicidio rituale tuttavia ce ne corre e nulla alla fine, proprio nulla Pasque di sangue riesce a provare, sospeso com’è, specialmente nella seconda parte, in un’aura di continui ammiccamenti, di cose dette e non dette. Da un momento all’altro ti aspetti che l’autore documenti finalmente la colpa di qualcuno dei lestofanti di cui discorre, invece tutto rimane rinchiuso nella sfera delle allusioni, dei sospetti e delle insinuazioni. Infrangere tabù è cosa sempre lodevole, ma per farlo è necessaria una fatica suprema, che qui proprio non si vede. E’ il giocatore d’azzardo che rilancia senza avere buone carte in mano.

Altri più seri problemi pone invece il caso-Toaff, di cui non si è parlato in queste settimane. Per esempio mi sembra abbia fatto capolino, nell’animo di chi ha scritto il libro e nei modi come esso è stato accolto, la vecchia tentazione dell’odio di sé ebraico: un fiume sotterraneo che attraversa  la storia europea, a partire proprio dall’epoca nella quale Toaff ambienta il suo libro. E’ un problema che nella contemporaneità non ha perso vigore: lo aveva notato nel 1935 l’anarchico allievo di Salvemini, Camillo Berneri, morto a Barcellona nel 1937 (il suo lucidissimo Le Juif antisémite, insieme ad altri saggi sul fascismo, sta per essere riproposto dalle edizioni Spartaco). In tutta la vicenda, nel modo come i giornali hanno giocato sul tormentato rapporto figlio-padre, c’è molto jüdische Selbsthass e per convincersene non è nemmeno il caso di rileggersi Weininger: basta riprendere in mano il recente libro di Gabriele Rigano, dove si ricostruisce il tristissimo caso-Zolli, che immagino sarà venuto in mente a molti. Circa sessant’anni fa quell’avvenimento lacerò, e infine travolse, i vertici della comunità romana (Il caso Zolli. L’itinerario di un intellettuale in bilico tra fedi, culture e nazioni, Guerini Studio, 2006).

C’è tuttavia qualcosa di molto più malinconico da aggiungere, che conforta e insieme preoccupa. Conforta, perché mette al riparo dal giudicare la vicenda come un’offesa alla libertà di pensiero. Preoccupa, perché svela un’anomalia tutta italiana. Di questo secondo aspetto, non del contenuto del libro che non meritava tutta questa pubblicità, vorrei parlare. 

I professori della Bar Ilan University di Tel Aviv, che hanno fatto pressioni su Toaff perché ritirasse il libro, gli autorevoli rappresentanti della Anti-Defamation League credo ignorino lo scenario squisitamente italiano entro il quale la tragedia si è consumata. Fuori dei confini nazionali temo che nessuno sappia a quale bassissimo livello sono ridotte le terze pagine dei nostri quotidiani: soprattutto nessuno sa come in Italia viene confezionata una recensione (e come il cinismo possa da solo creare un caso giornalistico di siffatte proporzioni, indipendentemente dalla qualità del libro preso in esame). E’ ormai del tutto vano, in Italia, il sogno legittimo di ogni autore: trovare qualcuno che parli del tuo lavoro da competente, con cognizione di causa. Si desidererebbe anche una stroncatura, purché redatta da chi abbia un minimo di confidenza con la materia trattata (non pretendo uno specialista). 

Da alcuni anni invece, sui giornali, è ritornata di moda la Revolverata, è ricomparso un personaggio, a suo tempo molto  popolare, che ci illudevamo fosse sparito dalla circolazione, l’Incendiario. E’ ritornato in auge il criterio dei Plausi e delle Botte. Giovanni Boine se la sta ridendo lassù. Se il libro di Toaff fosse stato affidato subito in recensione alle esperte mani dei due ottimi editori delle carte processuali di Trento, Anna Esposito e Diego Quaglioni, chiamati poi a intervenire qualche giorno dopo, la tempesta sarebbe finita in un bicchier d’acqua e la vicenda non avrebbe preso la brutta piega che ha preso dopo l’articolo enfatico e oracolare di Sergio Luzzatto. Il “Corriere della Sera” da tempo persegue questa politica di sensazionalismo.

A chi abbia consuetudine con la cultura del primo Novecento sembra di tornare ai tempi di “Lacerba”, agli esordi di Tavolato, di Soffici, delle “stroncature tutt’altro che stroncanti”, genere letterario inventato dal primo tuttologo che abbia solcato il bel cielo d’Italia, Giovanni Papini. Sergio Luzzatto per metà è Gian Burrasca per metà Gian Falco, nome d’arte scelto da Papini per sollevarsi in volo dalla mediocrità dei suoi contemporanei. Un’aura sbarazzina avvolge questi paginoni del Corriere, dove dominano i superlativi, ma tutto trovi fuorché un giudizio motivato e non epidermico del libro recensito. 

Data la delicatezza del tema, perché non chiedere subito, e non a tempesta scoppiata, il parere a un esperto? Da noi è fatica inutile pretendere buonsenso. La grafica, i titoli e le immagini fanno, di norma, il resto. La Revolverata invece è diventata regola fissa. Il ricorso alla Botta è simmetrico, per ossessività, al Plauso. L’importante è che Botte e Plausi siano elargiti a capriccio, senza un minimo di verifica, senza misurare nei fatti, cioè nel confronto con le fonti, la ragione di tanto encomio o di tanto disprezzo. Qualche mese fa Gian Burrasca aveva colpito e affondato Calamandrei. Passano poche settimane e un’identica Revolverata abbatte uno dei nostri più seri italianisti, Pier Vincenzo Mengaldo, che giustamente si è risentito e ha protestato (invano). Il fatto che Toaff abbia taciuto, anzi il giorno dopo si sia detto compiaciuto, non depone naturalmente a suo favore. 

In mezzo a tanti fantasmi del passato, in mezzo a tante legittime paure davanti a una tesi così paurosa, in mezzo ai mille dubbi che il libro indubbiamente suggerisce di una cosa siamo certi. Gian Falco è tornato fra noi. Da un momento all’altro ci aspettiamo di vedere in libreria il volume che raccoglierà questi suoi alati interventi. Ci permettiamo di suggerire  il titolo papiniano che solo potrebbe essere all’altezza di tale epica impresa. Parole e sangue

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