Gli studiosi del Novecento si confrontano sul libro di Ariel Toaff

Pasque di sangue, questione contemporanea

In che modo la discussione attorno a Pasque di sangue, il saggio edito dal Mulino di Ariel Toaff, in cui si avanza l' ipotesi che piccoli gruppi di ebrei ashkenaziti fra XII e XV secolo abbiano commesso omicidi rituali, tocca anche gli storici dell' età contemporanea? Partendo da questa domanda Agostino Giovagnoli, docente all' Università Cattolica di Milano, è intervenuto ieri nel sito della Sissco (Società italiana per lo studio della storia contemporanea) avviando un acceso dibattito. Giovagnoli ritiene che la questione di per sé non competa ai contemporaneisti, ma, visto che più di una volta la Sissco, per iniziativa del presidente Tommaso Detti, si è pronunciata a difesa della libertà di opinioni («anche le più aberranti»), ha chiesto ai colleghi di riflettere su alcune osservazioni: innanzitutto ha notato che il libro è stato ritirato, per volontà dello stesso autore, dopo le pressioni provenienti anche da «personalità e organizzazioni, che si sono pronunciate senza averlo letto e non sulla base di motivazioni scientifiche». Giovagnoli ritiene «molto importante vigilare su opinioni che incitano all' antisemitismo». Ed è possibile che le tesi di Ariel Toaff vengano utilizzate in tale chiave. Ma, si chiede lo storico, «è sufficiente questo pericolo, a cui si deve certamente prestare molta attenzione, per porre limiti alla ricerca storica?». Su questo tema enorme, con implicazioni non soltanto scientifiche, sono subito intervenuti vari studiosi.

Rappresentative delle varie posizioni ci sembrano quelle di David Bidussa, direttore della biblioteca della Fondazione Feltrinelli, e di Paolo Pezzino, direttore del dipartimento di Storia moderna e contemporanea all' Università di Pisa. Bidussa concorda con le considerazioni proposte da Giovagnoli, ma dissente sul fatto che «il volume Pasque di sangue non ci competa come contemporaneisti». Per Bidussa, infatti, «l' accusa del sangue non è un vago ricordo del passato perso intorno alle colline di Trento» nel 1475, bensì «è una macchina simbolica che ha popolato l' immaginario collettivo lungo tutte le strade dell' Europa fino al Vicino Oriente per tutto l' arco del secondo millennio». Bidussa cita i fatti di Damasco del 1840 e il caso Beilis, in Ucraina, del 1913. Quanto al versante scientifico, «al centro della questione non c' è soltanto la libertà della ricerca, ma anche come si leggono gli atti giudiziari».

E poi c' è da riflettere sul mestiere dello storico di fronte al sensazionalismo storiografico, sul rapporto cioè tra storici e media. Paolo Pezzino invece dichiara subito di dissentire totalmente da Giovagnoli, perché «qui non si tratta di difendere la libertà d' opinione» ma discutere del lavoro «di un collega storico, che a parere del giudizio pressoché concorde dei massimi esperti dell' argomento ha trattato in maniera gravemente inadeguata le fonti, contro i principi basilari del mestiere di storico», E a sostegno delle sue tesi Pezzino cita l' articolo di Anna Esposito e Diego Quaglioni uscito sul Corriere della Sera l' 11 febbraio (i due studiosi hanno parlato di «ritorno a una lettura pre-critica delle fonti processuali») e quello di Adriano Prosperi, pubblicato il giorno prima dalla Repubblica, che ha sottolineato «l' incredibile sottovalutazione del problema della tortura, "mezzo capace di far confessare qualunque cosa a chiunque"».

Messina Dino

(17 febbraio, 2007) Corriere della Sera

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