Sergio Della Pergola 9/2/2007

È un libro che farà epoca

MILANO «E’ un libro che farà epoca». Questo è il commento a caldo di Sergio Della Pergola, illustre demografo dell’Università Ebraica di Gerusalemme, collega e cognato di Ariel Toaff, autore del controverso saggio Pasque di sangue (Il Mulino), che sta mettendo in subbuglio la comunità ebraica italiana.

Perché tanto scalpore?

«Un saggio storico come questo non può essere relegato a un discorso fra medievalisti, perché va a toccare un percorso di storie e di memorie molto più ampio. Sulle vicende come quella trattata nel libro s’innestano centinaia di anni di persecuzioni, che non possono essere ignorate. Non si può pensare di dare dignità storica alle accuse di omicidio rituale rivolte nei secoli agli ebrei per scatenare pogrom e massacri di massa, senza andare a toccare queste sensibilità».

Dunque?

«Il libro esce a ridosso del giorno della Memoria, in una fase molto tesa sulle rievocazioni della Shoah, che coinvolge anche il diritto stesso all’esistenza di Israele. Non si possono perdere di vista i rischi di un collegamento ideologico fra le vicende medievali e la società contemporanea».

Quali rischi?

«I rischi d’inciampare nella strumentalizzazione, quando si parte a spron battuto su un terreno così accidentato, sono altissimi. Basta guardare la bagarre in cui è degenerato il dibattito sul decreto Mastella. E’ chiaro a tutti che vietare per legge la negazione dei campi di sterminio non sia un passo da prendere alla leggera. E’ una soluzione opinabile a un problema molto serio. Ma non si può negare, come molti hanno fatto, che il problema esista...»

Dopo il convegno dei negazionisti a Teheran, mentre il presidente Ahmadinejad profetizzava la distruzione d’Israele, è difficile negarlo...

«Ma non tutti vogliono vedere i rischi di certe osmosi. Che invece ci sono. E sono grandi. Non c’è dubbio che tirando in ballo un argomento come quello degli omicidi rituali, magari in buona fede e con intenti legittimi, si finisce per tirarne in ballo anche altri. Gli stravolgimenti e le strumentalizzazioni sono quasi inevitabili. Soprattutto se poi s’inseriscono ulteriori fattori che attirano l’attenzione morbosa della stampa, come la parentela fra l’autore del libro e l’ex rabbino capo di Roma, Elio Toaff, considerato una delle massime autorità morali della comunità ebraica italiana. Mescolare le cose, le relazioni familiari con la scienza, la storia con l’ideologia, è sempre un grave errore. Le commistioni, soprattutto se strumentali e scandalistiche, vanno evitate».

Difficile evitare che una vicenda succulenta come "Toaff contro Toaff sui riti del sangue" vada ad alimentare la curiosità popolare...

«Ecco perché ritengo che questo libro farà epoca: gente che andrà a leggerlo per motivi scandalistici o addirittura con spirito antisemita, soddisfatta di vedere degli ebrei - addirittura all’interno della stessa famiglia - che se le danno di santa ragione, se ne troverà sempre tantissima. E non mi stupirei se alla lunga se ne impadronisse anche la propaganda anti-israeliana».

Ma il gioco vale la candela?

«Questo è il punto. E’ chiaro che la ricerca scientifica, in qualsiasi settore, non può essere imbrigliata nelle redini dell’opportunità politica. La ricerca dev’essere libera, compresa la ricerca storica, altrimenti non può produrre alcun risultato, alcun progresso. La bontà della ricerca sta proprio nella capacità di rompere i paradigmi esistenti, di scompaginare le carte, di andare oltre...»

Nel caso in questione non c’è dubbio che una rottura c’è stata.

«Bisogna poi vedere se si tratta di una rottura giustificata, che porta davvero a un progresso nella ricerca storica. Ma questo lasciamolo decidere agli storici. Ariel Toaff è certamente uno storico molto serio e documentato: prima di scrivere 400 pagine su una vicenda così delicata avrà raggiunto la convinzione di avere in mano una scoperta storica importante da raccontare».

La libertà della ricerca non ha limiti?

«E’ certo che bisogna tenere conto anche del rapporto fra ricerca e società. Ne discutiamo tutti i giorni, ad esempio nei grandi dibattiti sulla bioetica. C’è chi dice che bisogna lasciare ai ricercatori la libertà completa, che anche la clonazione serve al progresso dell’umanità. Altri dicono che non si può lasciare piena libertà, perché esistono delle barriere etiche inviolabili, a loro volta essenziali per il progresso dell’umanità. Sono entrambe posizioni legittime: sta a ogni uomo e a ogni donna fare le sue scelte».

Ripeto: il gioco valeva la candela?

«Difficile dirlo. Può darsi che questa storia faccia bene alla professione dello storico. Di certo non farà bene alla comunità ebraica italiana o all’ebraismo tutto, né allo Stato d’Israele».

Il Giorno – La Nazione – Il Resto del Carlino di Elena Comelli

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