Bruno Di Porto

Due  aspetti  del pericoloso e molto contestato libro di Ariel Toaff

Il libro è ora ritirato dal commercio, ma appena lo acquistai e lo lessi, feci prima questa prima considerazione.  Il lettore, e soprattutto chi guarda il libro senza la costanza e la dotazione per leggerlo a fondo, comincia col vedere l’ iconografia di copertina sotto l’eloquente titolo Pasque di Sangue. Ebrei d’Europa e omicidi rituali,    e ricava  l’immagine del perfido ebreo che sgozza il fanciullo cristiano. Invece, a pagina 160 del volume, cioè molto dopo le vicende del processo per infanticidio rituale, l’autore spiega il contenuto dell’incisione, apparsa in un testo di responsi del ritualista tedesco medievale Asher ben Yechiel,  e riferita all’ Akedah, il sacrificio di Isacco: non è l’ebreo diabolico che ammazza il fanciullo cristiano, ma è il primo padre ebreo che si accinge ad immolare il diletto figlio  per duro ordine divino:  “Un Abramo dall’espressione patibolare, con un cappello scuro a falde tese, da brigante, calcato sulla testa e un mantello dai lembi svolazzanti sulle spalle, brandisce un coltellaccio da macellaio e incombe sul povero Isacco, pronto a farne scempio per amore di Dio”.  

Ecco i due aspetti del libro:  uno, a mio avviso congruo ed interessante, riguarda lo sfondo di dolorosa memoria e di religiosità popolare sul tema del sacrificio in zone ebraiche askenazite, che rievocavano i suicidi collettivi al tempo delle crociate, quando i padri giunsero a sgozzare i figli per sottrarli al battesimo forzato, ripetendo l’akedah con la variante che fosse stata compiuta per davvero.    Ne ho parlato  nel contributo ad un libro su Abramo padre di tutti i credenti (Edizioni ETS).  All’angoscia del sacrificio si univa il comprensibile odio verso i persecutori e l’invocazione del riscatto divino, come era stato contro l’Egitto e, per tacita azione di provvidenza, nel  racconto di Purim, sicché i cerimoniali di entrambe le feste davano luogo a trasposizione della speranza per l’oggi contro i nuovi persecutori, investendo talora il fondatore di quella fede, in nome della quale si veniva perseguitati:  otò ha-ish, quell’uomo, venuto al mondo per la rovina propria (il talui, l’appeso, come Haman) e per quella del suo popolo. Il tutto, in una mistica del sangue, che accentuava il valore biblico del sangue sacrificale, il Dam ha-Berit, Sangue dell’Alleanza (Esodo, 24, 8, parashah Mishpatim).  La circoncisione, atto in sé cruento, seppure modicamente tale, era sentita in quel clima   come rituale emblematico di questa mistica del sangue, ma era il proprio sangue, versato modicamente  per prova di fedeltà e di  consacrazione.  E quello biblico dell’alleanza era sangue di animali, che può rincrescere all’odierna sensibilità, ma che non ha a vedere col sacrificio umano di piccoli cristiani. Le credute virtù curative del sangue coagulato dovevano analogamente riferirsi a quello di animali, che certo non mancava e che comunque non era usato in cucina da ebrei.  La piaga del sangue sull’Egitto, richiamata nel rituale di Pesah,  era mandata dal Signore, ma non incentivava l’imitazione umana su dei bambini, oltre tutto foriera di immense sciagure sulla propria comunità. 

C’è un salto da tutto questo contenuto all’altro tema del libro, la rivisitazione del processo di Trento per l’omicidio nel 1475 del bimbo Simone Unverdorben, con l’analisi delle confessioni rese dagli ebrei sotto inenarrabili torture, nelle quali Ariel Toaff  giunge a ravvisare una ipotesi di credibilità per elementi affioranti da un codice di termini, di simboli, di riferimenti ebraici, presumibilmente ignoti ai giudici cristiani. Ebbene gli studiosi specialisti intervenuti nel dibattito a confutazione della tesi (Adriano Prosperi, Anna Foa,  Anna Esposito, Diego Guaglioni, Giacomo Todeschini, Carlo Ginzburg, Massimo Introvigne ed altri), hanno giustamente osservato che i torturati hanno tirato fuori tutto quello che i giudici volevano sentirsi dire, profondendo nozioni ebraiche, direi sgorgate dai  fantasmi del senso di colpa indotto dallo spietato procedimento e dalla composizione del proprio immaginario con quello degli accusatori da loro introiettato ed elaborato in collaborazione di vittime coi carnefici.   Tra le voci che si sono levate in difesa degli ebrei dalla ventilata riesumazione della terribile accusa è rilevante il sacerdote Iginio Rogger, storico della Chiesa trentina. E sovvengono le autorevoli discolpe di pontefici (come Clemente XIV) dalle ricorrenti accuse di deicidio, tali che quando il rabbino Giuseppe Levi gliene reso edotto, il giornalista clericale don  Giacomo Margotti, direttore de “L’Unità Cattolica”, fece onestamente ammenda di avere rinnovato quelle accuse.  Lo stesso Ariel Toaff ci dice, come si sapeva, che il vescovo principe di Trento, Johannes Hinderbach, mal giudicato da ambienti cattolici a cominciare dalla Curia pontificia, fu il regista del procedimento, interessato alla confisca dei beni di ebrei imputati, cui lui stesso aveva concesso la condotta feneratizia. Ariel Toaff ce lo descrive come un umanista, versato come altri dotti dell’epoca nella curiosità per la magia e per l’occulto, che attraevano cristiani ed ebrei, figli dello stesso tempo, ma di cui gli ebrei, per l’attribuzione a loro del deicidio  e per le loro credenze cabalistiche, erano ritenuti particolarmente addentro.  La mistica del sangue era, per inciso, più pronunciata nella religiosità cristiana, se si pensa al fondamento teologico dell’Eucarestia (Vangelo di Giovanni, 6, 53) ed alle stimmate, opposte da Paolo di Tarso alla circoncisione, in Galati 6, 17.    Si aggiunga il funesto coinvolgimento, che suole avvenire tra gli stessi imputati,  sconvolti dai tormenti e ingannati dalle reciproche confessioni, in una effervescenza psichica che Edoardo De Filippo ha ben colto, senza bisogno di torture,  in Le voci di dentro, quando i membri di una stessa famiglia giungono ad accusarsi per un preteso delitto, che poi si scopre inesistente. Il peggio veniva, per gli ebrei, dai correligionari che si convertivano e che, mutando identità, proiettavano nella precedente peccati e colpe da cui lavarsi. Prosperi lumeggia, richiamando il lavoro di Esposito e Guaglioni, il deleterio apporto all’accusa del convertito Giovanni da Feltre, figlio di Shachat, già imprigionato per reati comuni, dai quali, confessando sull’omicidio rituale, la faceva franca.  - Una considerazione conclusiva, per parte nostra. Date le imponderabili aberrazioni della natura umana, non si può tassativamente escludere, come non si può seriamente ipotizzare, che ci possa essere stato qualche caso di omicidio commesso da ebrei in chiave di fosco rituale, come ci sono oggi delitti di mostruose congreghe sataniche. Ma una ipotetica setta ebraica, di bevitori di sangue, più che mai se umano, secondo un rituale codificato e relativamente diffuso, doveva caratterizzarsi per una ideologia antinomica,  e come tale avrebbe  richiamato l’attenzione di autorevoli rabbini, sdegnati della trasgressione e preoccupati delle  conseguenze gravanti sulle comunità ebraiche.  Si sarebbe emesso, per fermarla, un herem, che sarebbe  servito a dissociarsi dal crimine, di fronte  all’Europa cristiana.  Correnti o suggestioni antinomiche, cioè trasgressive rispetto ai precetti di una religione fortemente normativa, non sono mancate nell’Ebraismo, ma sono state combattute dalle autorità rappresentative della maggioranza, ed è poco probabile che passassero inosservate ed indenni in campo ebraico, quando  il loro operato  causava spietate condanne e addirittura massacri di ebrei innocenti.  Le rappresentanze ebraiche non si sarebbero limitate a rivendicare l’innocenza della loro gente, ricordando che la Torah vieta di nutrirsi del sangue perché nel sangue è la vita, ma avrebbero fatto circolare per il mondo ebraico la  condanna di quelle eccezioni trasgressive, criminali  e  rovinose per il  proprio popolo.

Bruno Di Porto

I
Torna all'indice di La nuova accusa del sangue

© Morashà 2007