Musi - Di Rienzo

Gli storici modernisti condannano il ritiro del libro «Pasque di sangue»

«Caso Toaff, a rischio la libertà di stampa»

Musi e Di Rienzo discutono la «censura» con Anna Foa

Ritirato dal commercio per volontà dello stesso autore il libro sulle Pasque di sangue, l' affaire Ariel Toaff sembra essere soltanto agli inizi. Perché dal merito della questione, l' ipotesi sostenuta dallo storico dell' università israeliana Bar-Ilan che tra il XII e il XVI secolo piccolissimi gruppi di ebrei ashkenaziti abbiano commesso omicidi rituali, si è passati non solo a discutere del metodo di ricerca, ma del principio della libertà di stampa. Ecco dunque che durante lo scorso weekend nella lista di discussione della Società di storia moderna, la Sisem, si è avviato un animato dibattito: un po' in ritardo rispetto a quanto avvenuto nell' analogo sito della Sissco (la società dei contemporaneisti), ma molto più allarmato nei toni. A scrivere per primo al presidente della società, Maria Antonietta Visceglia, è stato Aurelio Musi, dell' Università di Salerno, il quale ha esordito sottolineando che la sua «non è una lettera "politicamente corretta"», ma un grido d' allarme necessario perché «vedo allontanarsi da molti nostri colleghi quello spirito dei Lumi a cui troppi dicono di ispirarsi... Il libro di Ariel Toaff, Pasque di sangue, è stato oggetto di un vero e proprio ostracismo, o, se volete - ma è peggio -, di lapidazione simbolica. Non ci si è limitati a contestare il metodo, l' uso delle fonti, ma si è scatenata una vera e propria condanna che ha coinvolto strutture, associazioni, istituzioni in una corsa invereconda alla caccia alla strega». Caccia alle streghe. Il giudizio non potrebbe essere più netto. Invece Musi va ancora più in là: «Tutto l' affaire mi sembra una pericolosa spia di quel fondamentalismo uguale e contrario che sta investendo come un ciclone anche chi esercita un lavoro intellettuale: battersi per la verità storica non significa istigare alla lapidazione e indurre a ritirare dalla circolazione opere, sia pure considerate con tutta la severità critica necessaria». Sulla definizione «caccia alle streghe» concorda Eugenio Di Rienzo, dell' Università La Sapienza di Roma, che ha appoggiato così il collega Musi: «Purtroppo la caccia alle streghe e la pratica leninista del fare vuoto intorno al dissidente è un male che non si è riusciti ancora a sradicare... Costringere un autore a ritirare i suoi libri dal circuito commerciale è una variante postmoderna del rogo dei libri». A Musi e Di Rienzo ha replicato la modernista Anna Foa, autrice sulla «Repubblica» di una stroncatura del libro di Toaff. La studiosa contesta innanzitutto il tipo di «lancio» voluto dall' autore: «Toaff aveva tutto il diritto di scrivere quello che voleva, lasciando poi agli altri storici di valutare il suo scritto, ma non di farne un lancio di quel tipo (allusione alla lunga recensione di Sergio Luzzatto sul «Corriere della Sera», ndr.) e poi di lamentare le critiche come se fossero state fatte senza leggere il libro». La Foa in conclusione, pur attribuendo il ritiro del libro «non a censure politiche ma alle critiche sul terreno scientifico, soprattutto a quelle degli studiosi israeliani e americani», dice di esserne dispiaciuta («a me personalmente lascia la bocca amara quanto la sua pubblicazione»). L' argomentazione non convince Di Rienzo, che contrattacca: ma davvero pensiamo che «un collega universalmente stimato avrebbe lavorato per anni ad un volume per accorgersi improvvisamente di aver sbagliato tutto dopo aver letto qualche articolo di giornale?». Non aggiungiamo, esorta Di Rienzo, «a questo penoso caso anche l' ipocrisia. Qui non si tratta di dire se Toaff ha torto o ragione. Si tratta solo di affermare che nessuno storico può essere sottomesso ad una fatwa cattolica, islamica, marxista, liberale, eccetera... Sono stanco di parlare di libri che non ho potuto e non potrò mai leggere, almeno nella loro versione originale».

Messina Dino

(19 febbraio, 2007) Corriere della Sera

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