Vittorio Pavoncello

Pasque di sangue e mulini al vento di Auschwitz

"... Questo esame ha da essere fatto da noi ebrei, in modo particolare, per quanto attiene alla nostra essenza di ebrei... per considerare che cosa sia e che cosa ci imponga questa nostra ebraicità. Che cosa è essa? 

Non vale che alcuni cerchino di foggiarsene una secondo un loro proprio modo di vedere o, più o meno consciamente, secondo l'apparente loro vantaggio.

 Non vale che essi affermino che la loro foggia è il vero ebraismo. 

Non vale che essi dinieghino quanto a loro non persuade o non comoda. 

Non vale che essi rifiutino evidenze che, dopo tutto, sono chiare a chiunque.

Tutti sanno che noi ebrei siamo figli di ebrei che erano alla loro volta figli di ebrei e che tutti insieme abbiamo una storia che cammina per il quarto millennio. Tutti sanno che questa storia non ha avuto e non ha soluzioni di continuità e che gli ebrei d'oggi sono i figli degli ebrei dei ghetti figli degli ebrei dispersi dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme che erano i discendenti di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, i discepoli di Mosè e di Aronne che hanno ricevuto ed accettato sul Sinài, difeso ed insegnato poi in ogni luogo, per secoli e per millenni, verità, comandamenti, riti, dottrine, insegnamenti che hanno fatto corpo con essi e con la loro storia e che insieme formano 1’ebraismo.

Esso è quello che è. E' stirpe, è storia, è dottrina ed è coscienza di esse.

Se qualcuno di noi ha perduto o affievolito tale coscienza, se qualcuno di noi rifiuta il compito o rinnega la stirpe o ignora la storia o abbandona la dottrina non può ridurre tutto l'ebraismo a sua somiglianza. Le sue aberrazioni non possono valere a sopprimere i fatti, a modificare la nostra essenza e l'opinione che gli altri a buona ragione hanno di essa...".

Da 1 rabbini d'Italia ai loro fratelli -Jarnìm Noràtm 5698, pubblicato (con omissioni) come "II manifesto dei rabbini d'Italia" in "La Difesa della Razza", Anno I, n. 3-5 settembre XVI [(1938)], pp. 40 e 41.

Ho voluto far precedere questo testo, nel quale i rabbini di allora cercarono di indorare la pillola delle persecuzioni razziali e l’assunzione dell’ebraismo come razza leggittimata in un regime razzista, sebbene si usi il termine stirpe, perché in queste brevi note mi sembra che siano raccolti molti dei temi e delle polemiche che il libro di Ariel Toaff “ Pasque di sangue” ha raccolto sia nelle anteprime mediatiche, sia nella sua uscita nelle librerie e sia nel suo recente ritiro su richiesta dell’autore stesso, poiché non sopporterebbe a detta dello stesso autore, che il suo libro possa essere strumentalizzato in chiave antisemita. 

Sull’uso strumentale in senso antisemita mi sembrerebbe che il libro  potrebbe dare adito a molteplici stereotipi sui quali l’antisemitismo si basa, anche se questo non ha bisogno del libro di Toaff per trovare fondamenti atti a giustificarlo, basti notare come gli stereotipi viaggiano spediti in alcuni paesi islamici prima ancora che il libro di Toaff fosse stato concepito. Sulla corruzioni che i media hanno operato sul senso del libro, mi pare invece che ci sarebbe da dire, poiché questi hanno forse solo stringato ulteriormente concetti che lo stesso autore ha voluto trattare. Che si sia gridato più a slogan che ad argomentazioni questo va da sé, se si passa per i tempi e gli spazi dei media. Il loro effetto l’hanno avuto, che era quello di spingere appunto a leggere il libro, visto che prima di essere ritirato era già esaurito.

Ed è appunto come lettore  che ne scrivo. Al termine  del libro si può credere che tutto ciò che è scritto sia storicamente vero, oppure che sia storicamente falso, sbagliato o scorretto come molti storici hanno già avuto modo di scrivere recensendo il libro o le polemiche che a questo sono seguite.  E si può anche rimanere, al termine della lettura, anche con un mah! o un forse, tra le labbra. E proprio in questo dubbio, sulla  veridicità che alcuni ebrei ashkenazisti del 1400 organizzati in setta, praticassero sacrifici rituali con annesso cannibalismo di puttini cristiani  che sta forse la parte più pericolosa delle tesi sostenute da Toaff. Si, perché quel dubbio, è come quella maggioranza di centro che ogni schieramento politico spera di tirare dalla sua parte nel tentativo di racimolarne i voti, e nel nostro caso adepti per probabili, futuri, incerti, confusi antisemitismi. Quel “sarà vero?”, posto come una domanda sul passato può essere gravido di un futuro che abbiamo già conosciuto e che sull’ignoranza, sulla fatalità, e malafede ha costruiti i suoi ghetti, pogrom e stermini.

Il libro di Toaff al contrario, si potrebbe pensare, che sia tutto un falso. Un opera che non sta in piedi storicamente, che si basa su interpretazioni e illazioni dell’autore più che  sui documenti e giudizi che la storia ha già pronunciato su questi. Resta comunque la domanda : perché lo ha scritto? Perché un ebreo ha scritto un testo apparentemente antisemita? Non ritengo che sia stata l’intenzione di Toaff quella di scrivere un testo antisemita, ma anzi di aver voluto, proprio additando su una marginalità settaria dell’ebraismo le responsabilità dell’accusa del sangue, scagionare la più vasta complessità e molteplicità dell’ebraismo che ne ha dovuto pagare le conseguenze. Evitando così all’ebraismo ogni probabile quanto infondato odio e giudizio verso gli ebrei tutti. Anche se c’è da chiedersi : perchè riaprire  una questione chiusa dallo stesso Vaticano?  Ma premesse le buone intenzioni dell’autore, ci sono alcuni punti da esaminare poiché  il testo rivela più delle intenzioni di chi lo ha scritto.

L’autore in una intervista rilasciata alla trasmissione Faharenheit di RAI3 dice di aver seguito un metodo scientifico nella stesura del suo libro, per evitare appunto che:

  “ .. in questo tipo di ricerca si dà già per assodato a priori quello che dovrebbe essere dimostrato.” 

alludendo al fatto che

… dobbiamo lamentare un ulteriore esempio dell’appiattimento stereotipico della storia degli ebrei, sempre più considerata come storia dell’antisemitismo, religioso o politico.” 

E di questo, si deve dare ragione all’autore che cerca nuove vie, nuovi esperimenti per la sua verità scientifica. Anche se, sul tema dell’ebraismo da quanto si può apprendere da altri storici, Toaff stia sfondando porte aperte, almeno a livello della storiografia. Molto spesso però, si rimprovera agli scienziati di non arrestarsi di fronte agli ordigni bellici che dalla loro ricerca scientifica possono essere prodotti, e la storia del nucleare ha visto scienziati che si sono interrotti  avendo calcolato le conseguenze delle loro ricerche. La cultura invece, in una vecchia divisione tra discipline non sembra considerare ciò che dai pensieri possa nascere, e ritiene di non doversi porre domande sulla deontologia. Non che il professionista della cultura debba censurasi, ma almeno prevedere se ciò che sta cercando, e che in modo mirabolante scopre, non possa essere adoperato per fini che oltrepassano le sue stesse intenzioni.  Cercando così di reindirizzarle nella ricerca per i fini che si era proposto. Il libro di Toaff invece, così com’è, bolle ed esplode tra le mani di chiunque voglia considerarlo!

Gli ebrei presi in esame, sono solo, banchieri, frodatori, avvelenatori, mercanti di schiavi, e avvezzi più ai soggiorni nelle carceri per truffe e speculazioni borsistiche, che pii devoti e uomini di buona volontà. Sembrerebbero usciti più da un  ’Ebreo di Malta” di Marlowe che da “Il mercante di Venezia”; città molto studiata da Toaff e nella quale si svolgono alcuni antefatti del libro.  L’autore però, ci ragguaglia spesso nel corso della sua narrazione, che quelli da lui presi in esame sono solo una frangia di ebrei ashkenaziti, induriti dai massacri medioevali operati dai cristiani, e per ciò più  propensi alla magia e alla superstizione risptto a un ebraismo italiano molto più gentile e razionalista. Così, ci sembra di individuare che uno dei primi soggetti a cui l’autore  rivolge la sua accusa del sangue, sia proprio quella parte ebraica  superstiziosa e più propensa ad una Cabbalah pratica piuttosto che a un ebraismo italiano più portato ad una Cabbalah spirituale e a una ortodossia disposta a mediare e tesa ad una scambio culturale e religioso. E fin qui, potremmo anche essere d’accordo, se poi Toaff non passasse a definire quelle frange ashkenazite cannibali e portate all’omicidio rituale, come fondamentalisti come sono da lui descritti. 

“Nello stesso tempo dobbiamo tener presente che nelle comunità ebraiche di lingua tedesca il fenomeno, quando attecchirà, sarà in genere limitato a gruppi presso i quali tradizioni popolari,che nel tempo avevano aggirato o sostituito le norme rituali della halakhah ebraica, e consuetudini radicate, impregnate di elementi magici e alchemici, si sposavano in un micidiale cocktail con un fondamentalismo religioso violento e aggressivo.”

La parola “fondamentalismo”, è però troppo contemporanea per essere applicata a un passato del XV secolo e troppo impregnata di politica attuale per non alludere ai significati che l’attraversano. Il fondamentalismo, essendo una  interpretazione letterale dogmatica di testi sacri ha come punto di appoggio proprio i testi sacri con i quali mantiene un rapporto di contiguità. Forse, può esserci utile, nel corso dell’esposizione, sul fondamentalismo citarne i principi inerenti e delineati da Enzo Pace e Renzo Guolo nel libro “ I fondamentalismi”  ( Laterza, Roma Bari 1998) :

“a) principio dell'inerranza, relativo al contenuto del Libro sacro, assunto nella sua interezza, come una totalità di senso e di significati che non possono essere scomposti, e soprattutto che non possono essere interpretati liberamente dalla ragione umana, pena lo stravolgimento della verità che il Libro racchiude;

b) principio dell'astoricità della verità e del Libro che la conserva; l'astoricità significa che è preclusa alla ragione umana la possibilità di collocare il messaggio religioso in una prospettiva storica o di adattarlo alle mutate condizioni della società umana;

c) principio della superiorità della Legge divina su quella terrena, secondo cui dalle parole iscritte nel Libro sacro scaturisce un modello integrale di società perfetta, superiore a qualsiasi forma di società inventata e configurata dagli esseri umani;

d) primato del mito di fondazione: un vero e proprio mito delle origini che ha la funzione di segnalare l'assolutezza del sistema di credenza cui ogni fedele è chiamato ad aderire e il senso profondo di coesione che stringe tutti coloro che ad essa fanno riferimento (etica della fraternità).”

A seguire le argomentazioni di Toaff, sembrerebbe che gli  ashkenaziti di cui parla, nel giustificare il loro omicidio rituale avrebbero agito più su interpretazioni dei Midrashim che non sulla Halachà. E  il Midrash, è una interpretazione a volte fantasiosa, a volte esemplare di un verità racchiusa nel Libro sacro. Così appare strano che quei  fondamentalisti ashkenaziti, sicuramente poco propensi ad accettare una interpretazione umana e storica quale è quella della Halachà abbiano poi optato per l’ adeguarsi a una visione puramente midrashica della Torah, che ben poco avrebbe a che vedere con l’assolutezza del sistema di credenza.

Tra le molteplici novità che il libro “Pasque di sangue” ci vuole porgere c’è anche quella dell’analisi delle dichiarazioni  che gli accusati fornirono ai processi che furono loro intentati.  E sentiamo di nuovo Toaff: 

Fino a oggi la quasi totalità degli studi sugli ebrei e l’accusa del sangue si sono concentrati in modo pressoché esclusivo sulle persecuzioni e sui persecutori, sulla loro ideologia e sulle loro presumibili motivazioni, sul loro odio verso gli ebrei, sul loro cinismo politico o religioso, sul loro astio xenofobo e razzista, sul loro disprezzo per le minoranze. Nessuna o quasi nessuna attenzione è stata prestata agli atteggiamenti degli ebrei perseguitati e ai loro comportamenti ideologici, anche quando essi si confessavano colpevoli delle accuse specifiche di cui erano fatti oggetto.... Troppi sono infatti gli elementi emergenti da un’attenta lettura dei processi, così nella forma come nella sostanza, che si richiamano a realtà concettuali, a riti, a pratiche liturgiche e ad atteggiamenti mentali, tipici ed esclusivi di un mondo ebraico particolare, che in nessun modo possono essere attribuiti alla suggestione di giudici e prelati, perché di essi si possa non tenere il debito conto....

e prosegue ancora con : 

I protocolli dei processi, soprattutto quelli minuziosi e dettagliati relativi alla morte del piccolo Simone da Trento, non potranno essere liquidati con l’assunzione che rappresentino soltanto lo specchio deformante delle credenze dei giudici, i quali avrebbero raccolto confessioni dettate e pilotate con mezzi coercitivi perché si adeguassero alle teorie da tempo diffuse sull’argomento in odio agli ebrei.”

Dunque l’autore non sembra credere assolutamente che quelle deposizioni estorte sotto tortura, di cui Toaff ammette comunque la pratica, possano esser scritte o influenzate dai persecutori e questo perchè nelle confessioni la dovizia dei particolari, poteva essere ad appannaggio dei soli ebrei che conoscevano bene i riti della Pasqua, a differenza dei  loro giudici ai quali  dovevano poco essere familiari. Nel libro, di questi puntuali resoconti ritualitistici ce ne sono molti. Sia dell’omicidio di   Endingen che di Ratisbona che di Trento, e appare strano che a Toaff  cosi prodigo di collegamenti che vanno dalla antropologia, alla Torah, alla Cabbalah, alla cronaca dei tempi, sia sfuggito un collegamento che rende la sua interpretazione alquanto artificiosa.  Ma seguiamo Toaff nel suo riportare i fatti e nel suo percorso logico: 

Israel Wolfgang aveva, a suo dire, partecipato direttamente a uno spettacolare e clamoroso, quanto orripilante, infanticidio rituale,  avvenuto a Ratisbona nel 1467. Nella seconda metà del Quattrocento quella che era considerata la porta commerciale del Sacro Romano Impero verso l’Europa sudorientale, posta sulle rive del Danubio, ospitava una fiorente comunità ebraica, che superava le cinquecento unità18. E proprio a Ratisbona si trovava nella Pasqua ebraica di quell’anno il giovane sassone, secondo quanto affermava nella sua dettagliata deposizione dinanzi ai giudici di Trento. Il suo racconto era lucido e preciso fin nei minimi particolari. In quei giorni il rabbino Jossel di Kelheim aveva avuto l’opportunità di comprare da un mendicante un bambino cristiano al prezzo di dieci ducati. Lo aveva portato a casa sua, nella contrada degli ebrei, dove lo aveva nascosto per otto giorni, in attesa del solenne avvento di Pesach, la festa delle azzime, quando iniziavano le celebrazioni annuali a ricordo del miracoloso esodo del popolo d’Israele dalla cattività d’Egitto. Nelle ore notturne del primo giorno della ricorrenza, Rabbi Jossel, con la dovuta circospezione, trasferiva il putto negli angusti locali dello stiebel di Sayer Straubinger, la piccola e rustica sinagoga che sorgeva a poca distanza dalla sua casa, dove era solito presiedere ai riti collettivi della comunità e alle sue sedute liturgiche quotidiane e festive. Ad attenderlo si trovavano almeno venticinque ebrei, in precedenza informati dello straordinario evento. Israel Wolfgang era tra questi, e ricordava con precisione i nomi di tutti i partecipanti al rito, quelli di Ratisbona e quelli di fuori. Il trasferimento del bambino dalla casa di Rabbi Jossel alla sinagoga, benché fosse effettuato di notte, presentava qualche pericolo, perché poteva esserenotato da presenze sgradite. Ma, considerato il fatto che il quartiere era abitato solo da ebrei e che questi ne serravano ogni  notte le porte, con le chiavi che le autorità cittadine avevano loro affidato, i margini di sicurezza potevano essere ritenuti sufficientemente ampio. Il putto veniva spogliato e posto su una cassapanca dello stiebel, che conteneva i paramenti sacri della sinagoga, per poi essere crocifisso,circonciso e infine soffocato nel corso di un raccapricciante rito collettivo, che seguiva un copione accuratamente pianificato e perfettamente conosciuto da tutti i partecipanti, da Jossel, il rabbino, a Mayr Baumann, il circoncisore, da Sayer Straubinger, il proprietario della cappella, a Samuel Fleischaker, amico di Wolfgang, da Mayr Heller all’ebreo soprannominato «bonus puer» (Tov ’Elem), da Jehoshua, il cantore, a Isacco, l’acquaiolo. Wolfgang stesso aveva preso parte attiva nella crocifissione del bambino, mentre il sangue era raccolto in una scodella, per essere poi distribuito tra gli ebrei intervenuti al rito o venduto ai ricchi della comunità20. Il giorno dopo la voce dell’infanticidio rituale si era sparsa nel quartiere e in molti erano accorsi allo stiebel di  Sayer per vedere il corpo del putto sacrificato, che era stato posto in bella vista all’interno della cassapanca. La sera poi, all’inizio delle cerimonie del secondo giorno di Pesach, nella saletta centrale  della piccola sinagoga, nei cui spazi ristretti si stringeva una trentina di fedeli, eccitati e curiosi, la piccola vittima veniva esibita pubblicamente, e il truculento rito, divenuto ormai soltanto commemorativo, aveva modo di rinnovarsi21. Infine il corpo del bambino veniva seppellito nel cortile della cappella, in un angolo fuori mano e circondato da un muretto, a cui si accedeva per una piccola porta tenuta di solito chiusa.” 

Fin qui  la descrizione di come si svolsero i fatti. Ma andiamo ora alle sue conseguenze:  

Se l’infanticidio rituale di Ratisbona non era una calunniosa favola ed era effettivamente avvenuto, occorreva mettersi sulle tracce del sangue, distribuito gratuitamente fra i partecipanti o da questi messo in vendita subito dopo, ammesso che avesse raggiunto le comunità ebraiche dell’Italia settentrionale. I giudici di Trento non avevano però dubbi in proposito. L’interrogatorio degli imputati, pilotato o meno che fosse su questo punto, sembrò dar loro ragione.”

Per arrivare poi a come doveva svolgersi il rito ed è sempre Toaff che ci spiega:  

L’uso del sangue d’infante cristiano nella celebrazione della Pasqua ebraica era apparentemente oggetto di una normativa minuziosa,  per lo meno a quanto risulta dalle deposizioni di tutti gli imputati ai processi di Trento. Il proibito, il permesso e il tollerato vi figuravano con meticolosa precisione. Ogni eventualità era prevista e affrontata e, quasi facesse parte integrante delle più collaudate regole del rito, l’impiego del sangue era sottoposto a una casistica ampia ed esauriente. Il sangue, in polvere o essiccato, andava unito all’impasto delle azzime sorvegliate o «solenni», gli shimmurim, non a quelle comuni. Gli shimmurim infatti, tre di numero per ognuna delle due sere in cui si svolgeva la cena rituale del Seder, erano considerati uno dei principali cibi-simbolo della festa, e la loro accurata preparazione e cottura avveniva nei giorni precedenti all’entrata di Pesach.”

Ora, ricollegando i brani riportati, se la deposizione di Israel Wolfang fosse stata la sua e non estorta sotto tortura, come avrebbe potuto lui, che era a conoscenza della ritualistica dettagliatamente, a differenza dei suoi ignari giudici, dire che il bambino fu portato la prima sera nella sinagoga e ucciso la seconda per prelevarne il sangue se le azzime shimmurrim dovevano essere preparate e cotte prima dell’ingresso dell’ingresso di Pesach? Il sangue del bambino, cosi come ci dice Ariel Toaff nel suo libro, andava parte sciolto nel vino e parte essiccato e impastato nella farina delle azzime. Ma se queste andavano, seguendo la meticolosa ritualistica, impastate prima dell’entrata di Pesach, come poteva essere che il bambino venisse ucciso proprio durante la seconda sera di Pesach?

Possibile che una setta dedita alla magia non osservi scrupolosamente il rituale, rischiando di invalidarne l’efficacia? 

Ma Toaff di questo ne è ben convinto. E anche della veridicità delle deposizioni ebraiche, se scrive: 

In sostanza, le cosiddette «confessioni» degli imputati ai processi di Trento relative ai rituali del Seder e della Haggadah di Pasqua si rivelano precise e veritiere. A parte i particolari sull’uso del sangue nel vino e nelle azzime, di cui parleremo in seguito e il cui sporadico inserimento nel testo non vale a modificare il quadro generale, i riscontri sono sempre puntuali. Gli ebrei di Trento, quando descrivevano il Seder cui erano soliti partecipare, non mentivano né erano suggestionati dai giudici, che presumibilmente ignoravano gran parte del rituale su cui venivano informati.”

Non ci si può non chiedere  a questo punto: chi abbia realmente redatto quelle deposizioni? I giudici che poco conoscevano o gli ebrei che tutto simmetricamente raccontavano anche di omicidi rituali svoltisi anni addietro e in altre città?

Sembra strano che l’autore di “Pasque di sangue”, per non cadere nella tentazione di raccontare le cose come sono state già giudicate, sia più propenso a credere che se di mistificazione si tratta, questa sia più dalla parte degli accusati che degli accusatori. 

E così, l’analisi di Toaff, oltre che su di una erudita raccolta di fonti, sembra che voglia entrare nella mentalità degli accusati, in quelle forme mentali che li avrebbero potuti portare, spinti dalla disperazione che la crudeltà cristiana  riservava loro, a commettere realmente quei crimini di cui erano accusati. Insomma, “Pasque di sangue” ci vuole condurre a trovare nella mentalità di chi consumava sangue cristiano per le proprie pasque ebraiche, una cultura che sottostava, nascosta allo stesso ebraismo, alla giustificazione di sacrifici umani, come risposta alle angherie e massacri subiti. Ci viene allora naturale chiederci se tutti quegli ebrei finiti sulla ruota, decapitati, e in ogni modo torturati, prima di essere uccisi, non abbiano pagato più per le loro intenzioni che per dei fatti realmente commessi.  E ci viene anche da chiederci se se al pari di un inquisitore, Toaff non abbia voluto vedere nei fatti storici, nei documenti della cronaca, nelle ritualistiche private, altro che segni di quel vasto progetto di vendetta e danno verso la società cristiana a cui in epoca recente, “ I protocolli dei savi di Sion” ci hanno prima abituato e il nazismo poi confermato, con l’aberrante soluzione dei lager per porvi rimedio? E il tirare in ballo la Shoah, non è cosa peregrina, o una comoda lente di Archimede con la quale guardar la storia e incenerire tutto ciò che non si conformi alla persecuzione secolare ebraica. E’ da notare, come evidenzia lo stesso Toaff,  che la diffusione dell’ accusa del sangue avviene in Germania, e non in merito a un omicidio compiuti lì, ma avvenuto nel 1144 a Norwick in Inghilterra.

Il pregio, e se vogliamo anche l’intento di Toaff, - oltre a quello di mettere in evidenza che il sangue è un ancora problema da chiarire nell’ebraismo a partire dai sacrifici animali presenti nella Torah ma che va risolto in altre sedi con l’ausilio di altre scienze umanistiche che di concerto possano aiutarci a comprendere -  è quello di mostrare come dal medioevo in poi l’odio religioso abbia prodotto reazioni a catena di sangue e stermini che si sono propagati proprio come una scissione nucleare. E il libro, è pieno di raccapriccianti descrizioni di condanne a morte comminate nei più efferrati modi sia di colpevoli che di innocenti. Ma per produrre questa fissione, quella dell’atomo, dell’indivisibile appunto del comune orrore sia pensato che praticato, l’autore non si è accorto che ha colpito nuovamente proprio quelle comunità, quelle ashkenazite, che più pagarono non solo nel medioevo ma in tempi assai vicini a noi con l’estinzione totale di milioni di persone. 

Ho premesso a questo scritto, “Il manifesto dei rabbini d’Italia” pubblicato ne “La difesa della razza” proprio per mostrare sia come l’accusa che è stato rivolta dai rabbini di oggi a Toaff è inopportuna, visto che il dibattito è su di una interpretazione storica, sia per mostrare come anche i rabbini nello scrivere quelle cose che esaltavano “la stirpe ebraica” vi fossero costretti dalle leggi razziali che ne impedivano la vita normale. Così, possiamo ben immaginare che anche buona parte delle deposizioni fossero dovute alla disperazione storica nella quale quegli ebrei vivevano, a fare di necessità virtù, e che dalle loro bocche non usci altro che ciò che gli altri volevano udire. Nella definizione di Pesach si usa anche dire come scrive Gianfranco Di Segni: 

La parola "Pesach" può essere divisa in "pe" e "sach": "pe" vuol dire "bocca", "sach" assomiglia ad una radice che vuol dire "conversare", quindi significa "la bocca che parla, che conversa".

Di quelle “Pasque di sangue”, non ci restano allora che deposizioni di odio e di sofferenze. Della libertà insita nel Pesach, l’uomo ancora non è capace a goderne per uscire anche da questa. Nel finale, visto che nel libro è la mentalità di quegli ebrei  più che la veridicità dei fatti loro imputati di cui si parla, nei capitoli finali ( dal titolo l’ultimo  alquanto sinistro e sibillino di “La sfida finale di Israel” ) c’è una ulteriore alterazione che in questo caso viene fatta al “ricordo”.  Poichè il libro non si può fare a meno di notare, è uscito, con il beneplacito dell’autore, a cui Anna Foa ha fatto notare le aporie storiche della concomitanza, proprio durante le celebrazioni del Giorno della Memoria. E’ dunque  lecito far notare che nello Zikkaron evidenziato dall’autore, e non solo da lui, si è portati a leggere anche l’attualizzazione e le promesse future inerenti alla celebrazione della Pasqua. Ma facendo così, il ricordo ebraico si confonde però con il memoriale, più attinente forse alla eucaristia. Il Pesach inteso nel senso storico del termine, nel suo valore di memoria, forse non andrebbe riattualizzato, ricordare si, ma come una commemorazione del passato, della storia e che non possa, rivisto con il significato e il valore  che diamo oggi alla “memoria” ripetersi “mai più” nè con le peggiori né con le migliori intenzioni.  

Vittorio Pavoncello

regista

I
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