Ruggero Taradel

L’accusa del sangue tra storia e leggenda

Riflessioni sul caso Toaff

In pochi giorni, il nuovo libro di Ariel Toaff Pasque di Sangue. Ebrei d’Europa e omicidi rituali (Bologna, Il Mulino 2007) è diventato un caso di portata internazionale. Il libro, inizialmente salutato da Sergio Luzzatto sulle pagine del Corriere della Sera come una splendida ricerca e un “atto di inaudito coraggio intellettuale” è incorso, prima ancora di uscire, in una pubblica condanna da parte dei rabbini italiani, e mentre andava a ruba in libreria (la prima edizione è andata esaurita in due soli giorni) è stato attaccato e stroncato da numerosi e autorevoli studiosi con una drasticità e veemenza di toni e di contenuti davvero inusitata, per quello che è il solitamente vellutato e rareffatto mondo degli studi di medievalistica.

L’autore, gratificato di epiteti quali “vampiro” sulla stampa italiana, è stato costretto a fornire chiarimenti e spiegazioni sul suo lavoro al senato accademico dell’ università di Bar-Ilan. La costernazione e lo sgomento che hanno accolto la sua ultima fatica sono d’altronde comprensibili. Facendo tabula rasa delle acquisizioni e dei risultati di decenni di ricerca storica sull’accusa del sangue, imputante agli ebrei la pratica dell’omicidio rituale e dei sacrifici umani, Ariel Toaff cerca infatti di dimostrare che queste accuse, in particolare quelle rivolte contro gli ebrei ashkenaziti tra il XII e il XV secolo non sono da liquidarsi come calunnie insensate, ma devono riconoscersi come fondate su veri delitti e autentiche pratiche rituali ebraiche dell’ epoca. 

Quando nel 1913 fu celebrato a Kiev l’ultimo processo per omcidio rituale  della storia contro Mendel Beilis, accusato di aver ucciso e dissanguato un ragazzo cristiano di nome Andrej Youchinskij, la pubblica accusa e le autorità zariste cercarono  invano di trovare uno studioso o un esperto con credenziali accademiche disposto a sostenere in aula che in qualche periodo della loro storia gli ebrei, se non tutti magari una piccola setta, avessero perpetrato crimini di questo genere, e fatto uso di sangue umano per i loro riti segreti.  L’unico “studioso” disposto ad accollarsi questo ingrato compito fu un fanatico sacerdote cattolico  del Turkmenistan, Justinus Pranaitis, notorio millantatore e sedicente esperto di studi talmudici, che, si scoprì durante il processo, non sapeva neanche l’ebraico. Da allora, se si eccettua il caso fortunatamente isolato di un accademico nazista, Hellmuth Schramm, che nel 1943 pubblicò il truculento Der Jüdische Ritualmord, fatto distribuire per ordine personale di Heinrich Himmler tra gli ufficiali delle SS, nessuno studioso o storico aveva scritto un libro appositamente concepito per ipotizzare o peggio sostenere che l’accusa del sangue, in un momento qualunque della sua lunga e tragica storia, avesse un qualche fondamento. Adesso, con un gesto che definire temerario è dire poco, e per motivi che in questo momento rimangono  insondabili, Ariel Toaff, stimato studioso di storia ebraica medievale, ha  deciso di dare alle stampe uno studio inteso a porre nuovamente la domanda se gli ebrei davvero commettessero omicidi rituali e a rispondervi affermativamente. 

Veniamo dunque ad analizzare i metodi e i risultati della sua ricerca, che tanto scandalo sta provocando, e che si trova nell’occhio del ciclone di polemiche che non accennano a placarsi. Cominciamo ad esaminare Pasque di sangue, questo libro che ha sgomentato l’opinione pubblica, a partire dalla sorprendente prefazione, che costituisce la vera dichiarazione d’intenti dell’autore. Praticamente tutti gli studiosi che si sono occupati della materia vengono accusati di averla studiata applicando “categorie interpretative anacronistiche”, di essersi accontentati di “risposte epidermiche e impressionistiche” di aver voluto fare della “cieca apologia” dell’ ebraismo e non ricerca storica, e di aver condotto le loro ricerche in uno stato di “cecità, intenzionale e involontaria”. La loro colpa? Quella di essere persuasi che l’accusa del sangue sia stata, sempre e comunque, nient’altro che una mostruosa calunnia. Dopo aver così preventivamente sgombrato il suo campo d’indagine dall’ impaccio del lavoro di chi lo ha preceduto, Toaff si lancia a testa bassa nel tentativo di dimostrare la tesi di fondo della sua ricerca: ovvero che “le confessioni di crocifissioni di infanti alla vigilia di Pasqua” e “sull’uso di sangue cristiano” documentino effettivamente dei “riti, cioè eventi effettivamente occorsi nella realtà e celebrati nelle forme prescritte e consolidate”. A questo punto, di fronte ad un incipit così aggressivo, e di fronte ad una tesi così esorbitante, ci si aspetterebbe dall’ autore se non argomenti conclusivi e probanti, almeno qualche frammento, qualche dato, qualche fonte che diano in qualche modo corpo alle sue avventurose ipotesi. Ebbene: si possono leggere tutte le 366 pagine del suo libro, incluse le note e le appendici documentarie, senza trovare praticamente nulla, e ripeto nulla, che non risulti già ben noto a tutti gli studiosi e agli specialisti della materia. La vera, triste e sconcertante “novità” del libro consiste nel modo in cui l’ autore, perseguendo accanitamente e a tutti i costi la “dimostrazione” della sua tesi, viola i principi metodologici basilari che regolano l’ambito delle discipline e delle ricerche storiche  e storico-antropologiche. 

Nel leggere il libro si ha l’impressione di trovarsi di fronte al disegno di una gigantesca piramide rovesciata, e poggiante sulla propria punta.  In altre parole, le enormità delle tesi del libro risultano inversamente proporzionali alle basi fattuali e alle fonti documentali su cui risultano edificate. Queste basi, dal punto di vista storiografico, non sono semplicemente labili e incerte: sono del tutto inesistenti.  La sbalorditiva struttura pseudostoriografica costruita da Toaff, questa singolare piramide renversée, poggia su di un punto inesteso, senza superficie alcuna.  Il libro, come rilevato in questi giorni da Anna Foa, Adriano Prosperi, Anna Esposito, Diego Quaglioni, Massimo Introvigne e altri studiosi, è caratterizzato dalla sistematica decontestualizzazione delle fonti, dalla distorsione e forzatura dei testi di riferimento, dall’ utilizzo di artifici discorsivi e retorici che non riescono però a mascherare inconsistenza e incoerenza argomentativa. Nel suo libro Toaff, duole constatarlo e ancor più doverlo dire, spende enormi energie per filtrare moscerini e ingoiare cammelli, ingigantendo o postulando elementi che pensa possano tornare utili alla sua ipotesi e distorcendo, omettendo o tacendo del tutto fonti e dati che possano disturbare il procedere inesorabile dei suoi ragionamenti. 

Toaff prende da una parte fonti primarie ben note, soprattutto cronache e atti processuali del XV secolo (in particolare gli atti del processo celebrato a Trento nel 1475) in cui gli ebrei sono accusati di praticare sacrifici umani e dall’altra esamina alcune credenze folkloriche ebraiche dell’epoca sull’efficacia magico-terapeutica del sangue animale e umano. Tra questi due elementi, nel  tentativo di edificare un ponte che in qualche modo li colleghi e li renda complementari, innesca un cortocircuito e un circolo ermeneutico vizioso in cui anche le tesi più infondate, bislacche e stravaganti possono essere sostenute con disinvoltura, e cosa grave, possono acquistare per il pubblico non specialista un’ingannevole parvenza di liceità e di plausibilità. Il collante che dovrebbe tenere assieme questa precaria struttura è “l’odio” contro i cristiani che l’ autore disinvoltamente e a tappeto attribuisce alle comunità ashkenazite devastate dalle persecuzioni dei crociati.

Impossibile, nel breve spazio di un articolo, dar conto di ogni dettaglio erroneo o fuorviante contenuto nelle argomentazioni dall’autore per cercare di dimostrare che nell’arco di ben quattro secoli, su di un’ area di diverse migliaia di chilometri quadrati, le comunità ebraiche ashkenazite, beatamente violando i propri stessi precetti morali e religiosi rapivano, crocefiggevano e dissanguavano bambini cristiani possibilmente di età inferiore ai sette anni per la celebrazione della loro Pasqua. Alcuni passi del libro risultano talmente grotteschi e surreali da sfiorare la comicità involontaria, rischio scongiurato soltanto dalla terribile serietà dell’ argomento e della gravità delle tesi proposte. 

Proporrò, come esempio del modo in cui Toaff procede a imbastire le sue argomentazioni, il modo in cui pretende di “confutare” un dato considerato acquisito da tutti gli storici, ovvero il fatto che il primo esempio di accusa di omicidio rituale avvenne in Inghilterra nel 1144, e che non comportava l’elemento dell’uso del sangue della vittima. Toaff vuole dimostrare non solo che i primi casi si ebbero in Germania, ma anche che a Norwich si faceva uso del sangue della vittima, un elemento che nelle accuse storicamente documentate appare per la prima volta nel caso di Fulda, in cui i crociati massacrarono diversi ebrei accusati di aver ucciso un bimbo cristiano durante il Natale del 1235.  Tesi rivoluzionarie, ovviamente: ma come vengono sostenute? Toaff cita il caso di Wurzburg del 1147 (posteriore quindi al caso di Norwich), e poco importa che le uniche fonti  di cui si dispone, in latino e in ebraico concordino, e che parlino semplicemente di un ragazzo cristiano gettato in un fiume da alcuni ebrei. Toaff scrive, senza addurre alcuna motivazione: “è assai (sic) probabile che i resoconti in ebraico e latino alludessero qui a un delitto dalle connotazioni rituali”, e forte di questa ipotetica “allusione” rilevata nel testo, conclude che “è possibile quindi che lo stereotipo dell’omicidio rituale fosse diffuso in Germania, prima che in Inghilterra muovesse i suoi primi passi”.  

Per provare poi che anche nel caso di William di Norwich del 1144  gli ebrei avessero fatto uso del sangue della vittima non esita a contraddire l’ unica fonte primaria in cui viene descritta l’uccisone di William: malgrado il testo di Thomas di Monmouth dica esplicitamente che gli ebrei usarono dell’ acqua per frenare l’uscita del sangue e lavare e chiudere le ferite della vittima (ad reprimendum sanguinem tum ad lavanda et claudenda vulnera) Toaff afferma con sicurezza che i presunti testimoni e l’estensore del testo non avevano capito nulla circa il vero motivo dell’ uso dell’ acqua, che è invece per lui “evidente”: doveva “servire all’esito opposto cioè a incrementare la fuoriuscita del sangue”.  Non solo una cosa tutta da dimostrare (la realtà dell’ omicidio rituale descritto nel testo di Thomas di Monmouth) diventa l’assioma da cui partire per leggere e forzare il testo nel modo desiderato, ma quanto appena dichiarato arbitrariamente “possibile” e “probabile”  (precedenti omicidi rituali in Germania) diventa all’ improvviso certo, e retroattviamente usato per dichiarare irrilevanti le parole le fonti primarie sul caso di Norwich. In questo modo, nello spazio di poche  e sommarie pagine, l’autore pensa di aver “dimostrato”, ribaltando la storiografia corrente, che i primi omicidi rituali avvennero in Germania, e che a Norwich gli ebrei già facevano uso di sangue cristiano. Cosa ancora più notevole, ottiene questo risultato non solo senza avere alcuna fonte o alcun appoggio documentale, ma apertamente contraddicendo le fonti esistenti.  

Non c’è da stupirsi che, per un autore capace di simili funambolismi deduttivi, le confessioni estorte con la tortura agli ebrei di Trento nel 1475, unanimemente considerate dagli storici fedele espressione di ciò che gli inquirenti desideravano venisse confessato, diventino assolutamente degne di fede e veritiere sino ai più minuti e raccapriccianti dettagli, e che vengano utilizzate per “dimostrare” la sua tesi, ovvero quella della realtà dell’omicidio rituale ebraico e della sua origine mitteleuropea e ashkenazita. Poco importa che nelle stesse fonti processuali uno degli imputati “confessi” che l’origine del rito sia da attribuire “agli ebrei più sapienti delle regioni di Babilonia”. Essendo un particolare proveniente sì dalla sua fonte primaria prediletta, ma contraddicente la sua tesi, Toaff non ha alcuna difficoltà a recuperare ad un tratto le sue capacità critiche e a scartarlo come affermazione “del tutto inverosimile”. Così come liquida elementi a lui inutili, Toaff tace dettagli fastidiosi dalle stesse fonti che presente come degne di fede: nel presentare le confessioni estorte agli ebrei nel 1494 a Tyrnau,  riportate nelle Rerum Hungaricarum Decades dallo storico di corte della corona ungherese Antonio Bonfini (1427-1503), come affidabili e corroboranti le sue tesi, omette di riportare che nelle stesse confessioni gli ebrei affermano anche che il sangue cristiano serviva a frenare le emorragie mestruali non solo delle donne, ma anche degli uomini, perché tutti gli ebrei maschi ne soffrivano. 

Poco importa, anche, che non via alcuna fonte da cui si possa dedurre, direttamente o indirettamente, che gli ebrei ashkenaziti praticassero l’infanticidio per scopi rituali. A Toaff basta postulare “l’odio” secondo lui da loro provato verso i cristiani e citare qualche fonte che attesti la credenza folklorica nelle virtù magico-terapeutiche di piccole quantità di sangue animale da parte di alcune comunità ebraiche.  Per far questo non esita ad invocare anche fonti che nulla hanno a  che vedere con il periodo in questione e cita responsi rabbinici posteriori di secoli (non decenni: secoli) al periodo in questione, ovvero i pareri dei rabbini  Jacob Reischer (1670-1734) e di Hayym Gordzinski (1863-1940) sulla liceità dell’uso di sangue di stambecco o di altro animale  a scopi medicinali. Non si vede proprio come elementi del genere possano servire a sostenere che il rapimento, la crocefissione e lo svenamento di pargoli innocenti costituisse un’attività in voga tra gli ebrei dell’Europa centrale per circa quattro secoli. 

Non è però l’ uso strumentale e anacronistico di dati e fonti, la cosa che più impressiona nel libro di Toaff:  la cosa più sconcertante è l’ attento sistema di omissioni messo in atto per tener fuori dal suo libro qualunque cosa possa rendere chiaramente insostenibili le sue fantasie.  Il suo testo risulta da questo punto di vista ermeticamente sigillato contro qualunque elemento storico o documentale possa turbarne gli assunti. Mi limiterò a citare due esempi. Toaff omette completamente di menzionare o citare tutte le bolle papali e i decreti imperiali e  regi che tra il XIII e il XVI secolo (esattamente il periodo preso in esame dal suo libro) condannano senza mezzi termini l’ accusa del sangue. Questi documenti storici, in mancanza di fonti processuali precedenti il XV secolo,  sono le fonti più importanti in assoluto che si possiedano per comprendere il modo in cui l’accusa del sangue era concepita, levata ed utilizzata in questo periodo. Il lettore cercherebbe invano, nel libro di Toaff, non solo le quattro bolle di Innoncenzo IV emanate tra il 1247 e il 1253, la bolla di Gregorio X del 1272, la bolla di Martino V del 1405 e la bolla di Paolo III del 1540, ma persino questi pontefici nell’ indice dei nomi.  Queste bolle, tra l’altro furono emanate su diretta sollecitazione e postulazione delle comunità ebraiche, quelle stesse comunità cui Toaff ascrive, come ulteriore elemento di sospetto, una risposta “sorprendentemente flebile” alle accuse di omicidio rituale. In questo gioco d’omissioni, l’autore riesce persino a parlare del clamoroso caso di Fulda, che nel 1235 spinse l’imperatore Federico II di Hoenstaufen a intervenire d’urgenza, non solo tacendo che la commissione d’inchiesta da lui istituita comprendeva sia cristiani che autorevoli ebrei convertiti al cristianesimo, ma anche che, che sulla base delle sue conclusioni, l’imperatore emanò la Bulla Aurea condannando come totalmente infondata l’accusa e vietando in modo tassativo a chiunque, chierico o laico che fosse, di levarla nei territori dell’ impero. 

L’ omissione in assoluto  più clamorosa posta in atto da Toaff è però il suo tacere completamente su uno dei processi per omicidio rituale più famosi della storia, celebratosi in Spagna ad Avila nel 1491, appena 16 anni dopo quello di Trento,  i cui atti, relativamente ad un imputato si sono integralmente conservati.  Il processo, presieduto da un gruppo di giudici e giuristi dell’ Inquisizione spagnola,  e celebrato sotto la stretta supervisione di Torquemada stesso, fu caratterizzato  da un uso senza freno della tortura, ed esattamente come quello di Trento del 1475, ottenne alla fine le confessioni desiderate. Nel 1931 gli atti di questo processo furono  utilizzati in modo irresponsabile e acritico da uno storico britannico, William Thomas Walsh per il suo libro Isabel of Spain, in cui accreditò come degne di fede le confessioni ottenute sotto tortura.  Le tesi di Walsh, che furono poi completamente demolite da Cecil Roth e altri studiosi nel corso di una memorabile polemica, erano molto simili a quelle di Toaff. Lo storico britannico scriveva infatti: “diciamo subito che non vi è alcuna prova che l’omicidio o altre iniquità abbiano mai fatto parte delle cerimonie ebraiche (....) non ne segue assolutamente, comunque, che degli ebrei, singoli o in gruppi, non abbiano mai commesso crimini sanguinosi e disgustosi (...) motivati dall’odio verso Gesù Cristo e la Chiesa Cattolica. (...) si deve ammettere che atti commessi dagli ebrei abbiano qualche volta fornito la provocazione originale”. 

È evidente il motivo per cui Toaff tace completamente su questo processo, di cui non può non essere a conoscenza:  perché il metodo totalmente acritico con cui cerca di dimostrare la fondatezza delle confessioni degli ebrei di Trento del 1475 gli renderebbe impossibile liquidare come assolutamente infondate le confessioni degli ebrei di La Guardia: e questo farebbe saltare la sua ipotesi circa il fatto che solo l’ebraismo ashkenazita praticasse omicidi rituali. Viceversa, qualunque tentativo di negare la credibilità delle confessioni estorte agli ebrei spagnoli gli si ritorcerebbe contro, facendo crollare automaticamente l’ apparentemente ingegnoso ma in realtà fragilissimo castello di carte edificato sulle confessioni di Trento. 

Nel suo accanito scandagliare certi testi e certe fonti, e nel suo deliberato ometterne e tacerne altri, Toaff ha finito con l’ imprimere una torsione terribile al dato storico, che viene piegato senza remore alle esigenze di una tesi da  dimostrare a prescindere da ogni evidenza contraria. Nel procedere in questo modo, Toaff ha involontariamente, finito col produrre un libro certamente unico nel suo genere. Le sue singolari caratteristiche spiegano in buona misura la tempesta di polemiche che ha suscitato e che sembrano aver colto l’autore di sorpresa. Proprio questo stupore, sembrerebbe la prova migliore della bona fide di Toaff, che, forse perso nei suoi ragionamenti storico-antropologici non sembra minimamente essersi reso ancora conto di aver prodotto non un libro di storia o di antropologia storica sull’ accusa del sangue,  ma un libro che finisce pericolosamente con l’ assomigliare ad una vera e propria nuova versione dell’ accusa stessa. 

Alla fine dell’ Ottocento la Civiltà Cattolica avviò la sua campagna di accusa di omicidio rituale pubblicando per la prima volta, e presentandoli come assolutamente degni di fede, gli atti del processo di Trento sino ad allora sigillati e custoditi presso l’Archivio Segreto Vaticano. Quella campagna, ripresa e rilanciata in tutta Europa, produsse in pochi anni un’ ondata di dozzine di accuse di omicidio rituale, alcune delle quali culminarono in spettacolari processi avidamente propagandati e sfruttati dai movimenti antisemiti di tutta Europa. La mobilitazione di innumerevoli giornalisti, storici, esperti, filologi, politici, avvocati che si schierarono a difesa delle vittime di quest’ ondata persecutoria e per arginare il diffonderti di una delle più mostruose accuse dell’ arsenale antisemita mai inventate, rimane una delle più alte e nobili pagine della storia moderna dell’ intellettualità europea. Toaff, in una recente intervista ha dichiarato di voler riaprire “il dibattito” sulla fondatezza dell’ accusa del sangue. Sembra ignorare che questo “dibattito” è stato già riaperto diverse volte nell’ Ottocento e nel Novecento a colpi di processi, tumulti antisemiti e porgrom sanguinosi. Ancora nel 1946 a Kielce, in Polonia decine di sopravvissuti all’ Olocausto furono massacrati e uccisi e centinaia feriti da folle inferocite che imputavano loro l’aver cercato di rapire un bambino cristiano per immolarlo. 

Chiunque tenti di “riaprire” un dibattito del genere, ormai dichiarato non solo definitivamente chiuso, ma insensato da tutte le discipline coinvolte nello studio di questa materia e ad essa afferenti, si assume una gravissima responsabilità. Confesso di essere rimasto stupefatto, nello sfogliare Pasque di sangue: la sua lettura mi ha convinto che non si tratta solo di un testo mal concepito e peggio realizzato da punto di vista scientifico, ma che si tratta, al di là e sicuramente contro le intenzioni del suo autore, potenzialmente molto pericoloso e strumentalizzabile per operazioni di notevole gravità. Sembra adesso che Toaff, scosso dalle polemiche e dalle reazioni dei giorni scorsi, abbia chiesto all’ editore Il Mulino di fermare la ristampa del suo libro, al fine di ripensarne i contenuti, e forse di scriverne una nuova versione. 

È questo, forse, un segnale incoraggiante.  Si spera che Toaff rifletta a fondo e seriamente su quanto ha scritto, si renda conto di essere caduto lui stesso vittima del perverso fascino di questa leggenda mostruosa, e trovi il modo di riparare almeno in parte al vulnus che ha inflitto alla verità storica.  Ho sempre avuto il massimo rispetto per l’ uomo e lo studioso, e ne ho in passato letto e ammirato i libri, che in qualche caso, ironia della sorte, si trovano adottati  fianco a fianco ai miei come libri di testo di corsi di storia dell’ antisemitismo presso università italiane.  Il prestigio di Ariel Toaff e le sue sin qui impeccabili credenziali, tuttavia, rendono ancora più grave quanto è accaduto. Tra i doveri di ogni studioso e intellettuale non sta solo quello, deontologico, di condurre le proprie ricerche  ed esporne i risultati con il massimo rigore e la massima onestà intellettuale. Tra questi doveri sta anche quello, etico e civile, che riguarda ogni cittadino della polis e della società civile, di non pronunciare né lasciarsi sfuggire  una frase, un gesto, una pagina, una riga, una parola che possano direttamente o indirettamente servire ad alimentare, scusare o giustificare odio o pregiudizio. 

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© Morashà 2007