IL BIGNAMI DEL JIHAD

Per non farsi cogliere impreparati e per capire cosa sta succedendo

ANNO VI NUMERO 267 - PAG II IL FOGLIO QUOTIDIANO VENERDÌ 28 SETTEMBRE 2001

E’ vero che una pace tra israeliani e palestinesi indebolirebbe i terroristi islamici?

Non è scontato. L’accordo Sharon-Arafat potrebbe dare risultati meno lineari. Anche se la trattativa conseguisse il massimo obiettivo, il passaggio da una Autorità a uno Stato palestinese, cesserebbero forse gli attentati sul territorio d’Israele, ma l’indignazione per una pace col nemico sionista potrebbe alimentare le attività terroristiche di settori islamici.

Lo "scandalo", per i fondamentalisti, non è la mancata pace tra Israele e Anp, ma l’esistenza stessa d’Israele, definita nei documenti ufficiali iraniani "entità sionista". Ogni accordo che ne riconosca l’esistenza anche in cambio del riconoscimento del diritto dei palestinesi a uno Stato, è da contrastare con la "Guerra Santa". Un processo di pace israelian- palestinese rassicura l’opinione pubblica islamica moderata, i gruppi dirigenti arabi laici (nasseriani o baathisti) e i loro governi, rafforza un’alleanza tra questi e l’Occidente.

Ma è in contraddizione, con la visione del mondo del fondamentalismo islamico che nega il diritto agli ebrei di avere uno Stato e che per di più considera nemici quei regimi arabi che più lavorano per l’accordo. E la pressione dei fondamentalisti sui popoli musulmani è forte; anche i tre paesi centrali politicamente per gli Stati Uniti (Egitto Arabia Saudita e Pakistan), soffrono a sostenere la grande alleanza antiterrorista a cui lavora George W. Bush. Infatti garantiscono appoggio politico, ma scarso impegno militare, ed evitano, d’intesa con Washington, che sia posta la questione dell’uso di basi militari sul loro territorio da fornire alle truppe americane.

L’accusa di essere schierati con gli Stati Uniti contro Osama bin Laden è pericolosa.

La fase del terrorismo islamico che stiamo vivendo nasce il 6 ottobre del 1981, poco prima di mezzogiorno un gruppo di soldati uccide durante una parata militare Anwhar el Sadat.

La colpa di Sadat è innanzitutto di avere siglato una pace separata con Israele, nella prima Camp David del 17 settembre del 1978 con Jimmy Carter e Menahem Begin, poi ha fornito asilo allo scià Reza Pahlevi in fuga dall’Iran. Quel primo attentato portato a termine da gruppi islamici ha un legame diretto con l’ultimo alle Twin Towers nell’attività di Ayman al Zawahiri,allora complice del complotto del Cairo, oggi attivo braccio destro di bin Laden, e, forse, coordinatore diretto della strage di New York. Da quel 6 ottobre del 1978 in poi, la curva ascendente dell’attività dei terroristi islamici ha un obiettivo: sabotare la pacificazione della Palestina. Nella piena continuità con la linea del gran Muftì di Gerusalemme Aji Hussein (che intrattenne rapporti con Adolf Hitler) e dei paesi arabi nel 1948, il punto è netto: rifiutare l’esistenza dello Stato di Israele. La Carta nazionale Palestinese dell’Olp del maggio del 1964 s’impegnava "all’eliminazione della presenza sionista e imperialista" in Palestina (artt. 15 e 22) e dichiarava "illegale" (art. 19) la divisione della Palestina sancita dall’Onu nel 1947, così come la creazione dello Stato d’Israele: "Il giudaismo è una religione, non può costituire una nazionalità indipendente" (art. 20). In termini meno laici, questa è oggi la posizione di milioni di fondamentalisti islamici, di tutte le organizzazioni che li dirigono e delle migliaia di terroristi che ne derivano, oltre che dell’Iran, dell’Afghanistan dei talebani e del Sudan di Hassan el Turabi.

Tutte forze che hanno condannato la decisione dell’Olp di emendare la Carta riconoscendo il diritto all’esistenza dello Stato d’Israele e le deliberazioni in questo senso dell’Onu (e questo solo nell’autunno del ’96, in applicazione degli accordi di Camp David Rabin-Arafat). Oggi, Hamas si oppone all’"obiettivo dell’Olp di uno Stato laico democratico", si prefigge la distruzione dello Stato d’Israele ("il giorno del Giudizio non arriverà sino a quando i i musulmani non combatteranno contro gli ebrei e li uccideranno"), combatte per la "riconquista di tutti i territori su cui sventolò la bandiera dell’Islam" e ha come obbiettivo la fondazione di uno Stato islamico in cui "gli ebrei e i cristiani avranno lo status di minoranze protette, il potere sarà solo nelle mani dell’Islam". Secondo esperti israeliani circa il 10 per cento della popolazione della Cisgiordania e soprattutto della Striscia di Gaza aderisce ad Hamas. Nel caso di un accordo Sharon-Arafat, Hamas e gli hezbollah hanno a più riprese dichiarato che si opporrebbero, anche, ovviamente, con il terrorismo: anche se Israele colpendo "i capi" e non solo gli agenti del terrore qualche "riflessione" l’ha provocata.

Anche questa strana "terza Guerra Mondiale", è stata preceduta da una "Monaco"?

Lo "spirito di Monaco", del patto che permise a Hitler nel ’38 di aprirsi la strada alla conquista dell’Europa, pare proprio quelle delle cancellerie occidentali negli ultimi ventidue anni. Il dramma di "Monaco" non fu solo, accettare l’occupazione dei Sudeti, ma la totale incapacità dell’Inghilterra e della Francia di comprendere i progetti e l’ideologia del nazismo. Il paragone termina qui, ma è utile. Oggi si dice che "la guerra non è contro l’Islam", come dal ’39 in poi si disse che la guerra non era contro i tedeschi, ma contro i nazisti. Si ha difficoltà a comprendere che il fondamentalismo islamico ha una forza di massa trascinante, così come l’ideologia nazista.

C’’è voluta Auschwitz per capire che il nobile pensiero della destra europea nazionalista poteva partorire l’orrore, così a stento oggi ci si rende conto che l’Islam, dalle nobili e alte tradizioni, può produrre un progetto politico popolare tra i musulmani, raffinato e atroce come quello che ha distrutto le Twin Towers. Con imbarazzo si elencano in questi giorni le leggerezze di Stati Uniti ed Europa nei confronti dell’immenso mondo che scopriamo solo oggi sostenere l’azione efferata dei terroristi islamici. Sappiamo oggi che la famiglia bin Laden è stata socia in affari della famiglia Bush, che Bin Laden è stato foraggiato dagli Stati Uniti, che i talebani sono stati appoggiati dalla Cia, che l’Arabia Saudita, fedele alleato di Washington, ha fatto alcuni sporchi doppi giochi.

Nel ’78 non c’era servizio segreto occidentale, esperto, islamista che scommettesse sulle possibilità di successo dello strano ayatollah che tuonava da Najaf contro il solidissimo scià dell’Iran. Ma poi, una volta che Khomeini trionfò, non se ne sono tratte le conseguenze.

Lo "spirito di Monaco", la cecità culturale, i piccoli orizzonti, gli esperti impelagati in miriadi di micro schemi localistici, hanno tenuto banco. Ancora oggi, quando si parla di Terza guerra mondiale, si continua a ripetere che il nemico non è l’Islam. E’ vero, il nemico non è tutto l’Islam. Il problema è che l’Islam, dopo tutte le cose fantastiche che ha prodotto, ha partorito un mostro.

Fondamentalismo e terrorismo islamici nascono dalla povertà di paesi arretrati?

E’ un luogo comune. Ad eccezione dei talebani dell’Afganistan, piccolo fenomeno circoscritto, con scarsa base popolare, assurto al potere solo per intervento del Pakistan, i movimenti di massa fondamentalisti, a partire da quello iraniano, si sono affermati nei paesi del Terzo mondo a più alto reddito. Algeria e Iran, dove il fondamentalismo ha più attecchito, godono di un reddito medio per abitante molto superiore a quello di gran parte dei paesi dell’Asia, Africa e anche dell’America Latina. La base sociale del fondamentalismo è, nelle linee generali, di tipo iraniano: alleanza tra il vecchio ceto commerciante del bazar, i più occidentalizzati per cultura tra i ceti abbienti e le masse di contadini affluite recentemente nelle grandi metropoli.

Il tutto garantito da un budget statale composto da consistenti proventi petroliferi. I "bazaris" e i ceti abbienti locali entrano in crisi quando non riescono più a mantenere alti livelli di consumo a cui la prima fase, quella della nazionalizzazione del petrolio, li ha abituati. Convinti di avere consolidato modelli di vita, reddito e consumi occidentali, scoprono la debolezza dell’economia monotipo da reddito petrolifero. Privi di riferimenti ideologici "riscoprono" un’ideologia nazionale in un Islam di tipo khomeinista, una religione che ha la carica populista e dogmatica sopravvissuta nell’Islam delle campagne.

L’Islam del "periodo d’oro", ideologia sincretista quale mai ve ne fu una, mercantile, urbana e cosmopolita, è un ricordo. Da secoli si è ruralizzato, simbolo stesso dell’eterna immobilità culturale contadina. Ma oggi l’Iran, l’Egitto, l’Algeria, il Pakistan, la Turchia, vivono quella fine del mondo contadino (i fellahin) che l’Europa ha conosciuto nel Settecento.

La grande forza di Khomeini, il suo disegno lungimirante che inizia nel ’53, quando gli ayatollah di Teheran danno una non piccola mano nel far naufragare Muammhad Hadayat Mossadeq, è quello di capitalizzare politicamente l’organizzazione delle moschee e dei mullah di campagna. Mullah che accompagnano milioni di contadini che si sono inurbati, nella miseria più nera, nelle periferie di metropoli come Teheran, dove la popolazione la si calcola a ettari, perchè non ci sono le condizioni per un censimento.

La grande intuizione di Khomeini è di costruire un alleanza tra questa enorme forza d’urto di contadini inurbati, i bazarìs e gli intellettuali in crisi di valori. Quelli che entrano in rotta col conservatorismo dello scià, dai liberali del Fronte nazionale ai comunisti post staliniani del Tudeh, si mettono al servizio di Khomeini. Quando questi nomina Banisadr presidente della repubblica islamica, Bazargan primo ministro e Gothbzadeh Sadegh ministro degli Esteri, pare seguire la strada illuminata del rapporto aperto con l’Occidente.

Ma subito dopo l’occupazione dell’ambasciata americana e la guerra con l’Iraq gli permettono il golpe interno: decapita la dirigenza filo occidentale, e mette i bazaris, gli intellettuali e chi non sceglie la strada dell’esilio, sotto il dominio culturale dei mostafazin, i diseredati. I proventi del petrolio vengono gestiti da Fondazioni che li distribuiscono a pioggia: una sorta di enorme welfare islamico, populismo peronista più leggi della moschea. Un fenomeno non dissimile si ripete in Algeria. Ma mentre in Iran fallisce clamorosamente il più articolato tentativo di esportare in un paese del Terzo mondo l’american way of life (la "rivoluzione verde dello scià" che spopola le campagne dagli anni 60 è stata concepita da esperti americani e benedetta da J.F. Kennedy) in Algeria fallisce il modello di sviluppo socialista. Dall’indipendenza in poi gli enormi proventi petroliferi vengono impiegati per sviluppare un Piano di "Industrialisation industrialisante", secondo i dettami di economisti della gauche parigina. Schema classico soviettista: industrializzazione di base (acciaierie, centrali energetiche, cementifici) che preparano le fondamenta per l’industria dei consumi.

Manca il mercato e in una quindicina d’anni, alla fine degli anni Settanta, è il caos. Ma intanto milioni di fellahin si sono inurbati e centinaia di migliaia di quadri scolarizzati per svolgere ruoli dirigenti in un’industrializzazione che non è mai decollata restano soli con la loro frustrazione e costruiscono la spina dorsale del Fis islamico. Alle soglie del tracollo l’unico argine a quest’onda montante è l’azione dell’esercito, una guerra civile strisciante, ai confini dell’Europa. Altrove, in Egitto, Marocco, Pakistan e Turchia la dinamica sociale è simile. La differenza con l’Iran sta solo nella tenuta, a differenze dello scià, dei regimi nazionalisti centrati sull’esercito.

Il fondamentalismo nasce in Palestina?

La dirigenza di al Fatah e delle organizzazioni che fanno capo all’Olp e alla Autorità Nazionale Palestinese, pur proclamandosi musulmana, proviene da filoni ben distinti e conflittuali con la militanza islamica. Si è formata nell’alveo del nasserismo (un nazionalismo panarabo a sua volta derivato dal kemalismo turco che emarginò l’Islam dalla vita civile) e anche in quello del socialismo baathista (Baath, partito del socialismo arabo fondato nel 1940 da Michel Aflaq, siriano, laureato alla Sorbona, al potere, con golpe militari, in Siria e Iraq). George Habbash, leader del Fplp e Nayef Hawatmeh, leader del Fdlp, organizzazioni terroriste palestinesi, attive dal 1968, sono addirittura cristiani.

Di più, sino allo scoppio della prima Intifada palestinese alla metà degli anni 80, buona parte dei protagonisti delle imprese terroristiche palestinesi è stata non araba (i giapponesi dell’Armata Rossa, i tedeschi della Raf, il venezuelano Carlos). Nel primo dirottamento del settembre 70 la feddayn Leila Kalhed, diventata famosa, era spalleggiata da un italo-americano, Patrick Arguello, morto nell’azione. I rapporti tra l’Olp di Yasser Arafat e l’Iran, sono sempre stati conflittuali. Nel 1980 allo scoppio della sanguinosa guerra tra Iraq e Iran, Arafat si è schierato a fianco di Saddam Hussein, tentando di favorire, attraverso la comunità di palestinesi impegnati come tecnici nell’industria estrattiva, una rivolta nel Khuzestan, regione meridionale dell’Iran in cui sono concentrati gli impianti di estrazione e raffinazione del petrolio. Stesso scenario durante la guerra del Golfo del ’90.

Sempre nel luglio del ’90, nel sud del Libano, gli scontri armati tra Olp e hezbollah filo iraniani hanno fatto qualche decina di vittime.

Nel 1996 Arafat davanti alla dirigenza palestinese afferma che "in obbedienza a una fatwa proveniente dall’Iran, estremisti islamici hanno progettato il suo assassinio".

Quando si radicano in Palestina il fondamentalismo e il terrorismo islamici?

Hamas, guidata dallo sceicco Ahmad Yassin, inizia l’attività nei Territori occupati da Israele solo nel settembre del 1988 e si proclama subito organizzazione palestinese dell’estremismo islamico in diretto contatto con Teheran. Secondo fonti libanesi nel 1993, dopo gli accordi di pace israelo-palestinesi di Camp David, gli ayatollah iraniani avrebbero versato 10 milioni di dollari ad Hamas: i proventi della vendita di petrolio stoccato a Rotterdam.

Il 25 agosto del 2001 il presidente riformista dell’Iran, ayatollah Mohammad Kathami, dà 2 miliardi e mezzo di lire a una conferenza internazionale a sostegno dell’Intifada palestinese; cifra simbolica, ma significativa del rinnovato appoggio ad Hamas da parte anche dei moderati iraniani. I rapporti tra Arafat e hezbollah (il "partito di Dio"), Hamas, Iran sono da sempre conflittuali. Nel 1990 il generale Amos Malca, capo di Aman, l’Intelligence militare di Israele, dichiara: "Il nemico principale del processo di pace è costituito dal terrorismo e al primo posto tra i fomentatori del terrorismo c’è oggi l’Iran". A più riprese Israele contesta ad Arafat la responsabilità di aver lasciato mano libera ad Hamas nei territori. Durante la recente Intifada della moschea Al Aqsa, molti degli attentati suicidi contro israeliani sono riconducibili ad Hamas. La versione israeliana trova riscontro nei risultati della commissione Mitchell. D’altronde non è la prima volta che il leader palestinese lascia mano libera a organizzazioni terroriste. Alternare l’uso spregiudicato del terrorismo ad aperture di pace è sempre stata la sua tattica preferita.

Quando e dove nasce l’integralismo?

A Teheran, l’11 febbraio del 1979, con la vittoria della rivoluzione islamica guidata dall’ayatollah Ruhollah Khomeini. Nel mondo islamico l’abbattimento del regime dello scià Pahlevi e la proclamazione della Repubblica islamica ha lo stesso effetto di propagazione che ebbe in Europa la vittoria della rivoluzione bolscevica. Fino ad allora l’integralismo islamico era stato appannaggio di ristretti gruppi (il più importante: i Fratelli Musulmani, fondato nel 1928 dall’egiziano Hassan Al Banna) che al massimo riescono a partecipare a qualche violento cambio di regime a opera di complotti militari. Negli anni Settanta il colonnello Gheddafi aveva tentato un rilancio dell’identità islamica in funzione anti- occidentale col suo "Libretto Verde" ma l’operazione servì solo da copertura a una serie di interventi destabilizzanti. Con la rivoluzione khomeinista, invece, l’integralismo islamico mobilita milioni di iraniani e riesce a fondare un modello di Stato islamico radicalmente nuovo che resiste ormai da 22 anni e che fornisce all’utopia islamica un concreto punto di riferimento.

L’integralismo khomeinista è pericoloso?

Segna l’affermazione della prima ideologia di massa che rifiuta i valori fondanti la civiltà occidentale. La democrazia, la libertà piena di parola, cultura, espressione artistica e opinione, la tolleranza religiosa (tranne che, in misura limitata, e non sempre, per i "popoli del Libro"), l’eguaglianza tra donne e uomini, il rispetto delle convenzioni internazionali, la libertà di ricerca scientifica: sono i valori rigettati perché fondanti il "Grande Satana", l’Occidente, impersonato innanzi tutto dagli Stati Uniti. Straordinaria (oltre a quella dimostrata in Europa dal comunismo negli anni Venti) è la capacità di attrarre una larghissima base popolare in un progetto rivoluzionario che appare vincente, dopo secoli di sconfitte dell’Islam. Capacità che immediatamente contagia tutto il mondo: Algeria (in cui stava per imporsi per via elettorale nel 1990 con più del 50 per cento dei suffragi, elezioni poi annullate a costo di decine di migliaia di morti), Marocco, Egitto, Sudan, Libano, Turchia, Cecenia, Repubbliche asiatiche dell’ex Unione Sovietica, Afghanistan, sino all’Indonesia, alle Filippine e alla stessa Cina che ha represso nel sangue rivolte islamica nello Xinjiang nel ’97 e nel ’98.

L’Iran dello scià, che Khomeini conquista, è il paese del Terzo mondo in cui più l’Europa e gli Stati Uniti hanno investito: la sconfitta forse più grave dell’Occidente si consuma nelle strade di Teheran e segna l’inizio di un cammino che porta all’attentato alle Twin Towers. Khomeini vanifica l’illusione illuministica che la trasmissione del nostro bagaglio tecnico porti con sé anche la trasmissione dei nostri valori culturali.

Nel 1979 sono centinaia di migliaia i giovani iraniani laureati nelle migliori università americane ed europee. Una parte si riconosce nel tentativo di sincretismo islamico filoccidentale dell’ayatollah di Teheran Mahamud Taleghani, dell’ideologo islamico Alì Shariati e di Abolhasan Banisadr, ma è rapidamente costretta con quest’ultimo all’esilio.

Buona parte, invece, porta alla Repubblica islamica di Khomeini il suo consistente bagaglio scientifico. Un fenomeno simile si verifica in Algeria là dove le fila del Fis unifica sotto la leadership religiosa dello sceicco Abassi Medani decine di migliaia di laureati e diplomati nelle università francesi. D’altronde, le difficoltà del radicale tentativo di laicizzazione della Turchia kemalista, condotto con forza per ottanta anni, è il segnale del contagio. Oggi il fondamentalismo pesa nell’intricata vicenda turca. Il più radicale tentativo di deislamizzazione di una società mai operato (si pensi che la giurisprudenza kemalista, per spazzare via quella islamica, si è rivolta ad una copiatura quasi a carta velina del Codice Rocco italiano) ha più di un affanno.

Riemerge dopo secoli di sterilità culturale, il fondamentalismo che nasce in Iran col ’79, e intralcia la strada verso una modernizzazione che medii con i valori occidentali, percorso seguito sino allora dalla Umma, la comunità dei credenti e tuttora dalla maggioranza degli ulema musulmani.

Il fondamentalismo si caratterizza per un’applicazione meccanica dei precetti della Sharia, la Legge islamica, (fenomeno ricorrente nei 1400 anni dall’Egira) e proclama, per la prima volta, un’identità fondata non più sulla mediazione, ma sul rigetto dei valori della civiltà occidentale. Per circoli islamici non ristretti è un rifiuto non solo culturale, ma anche un impegno militare, una "Guerra Santa" non più tra valori e idee, ma "armata". Questa è la caratteristica più inquietante del fondamentalismo islamico: la sintesi tra la concezione del Jihad e del martirio (per la prima volta nella storia del’Islam) ha una valenza non più solo religiosa, ma armata e non solo contro eserciti nemici ma anche contro i civili. Questo è il brodo che produce il terrorismo islamico di massa. Certo non tutti i musulmani integralisti sono terroristi, anzi. Ma tutti i terroristi islamici nascono esclusivamente dal fondamentalismo.

Il fondamentalismo islamico ha lati deboli?

L’Islam storico, moderato, stenta a contenere politicamente, culturalmente e sul piano religioso l’espansione del consenso che riscuote il "nuovo Islam". Ma esiste un paradosso: il fascino del fondamentalismo che ha in sé i germi dell’universalismo e anche, nella versione sciita, del messianesimo, subisce una forte contraddizione con il nazionalismo intrinseco a ogni leadership, anzi spesso esasperatamente "etnica". Si consideri il conflitto che oppone da secoli l’Islam sciita a quello wahabita e che, dopo il ’79, è divenuto scontro tra Iran e Arabia Saudita. Sul terreno dell’estremismo islamico questa rivalità sanguinaria ha oggi un forte rilievo se si pensi che bin Laden e anche molti i talebani afgani sono wahabiti (quindi violentemente antisciiti e antiraniani), mentre gli hezbollah libanesi e palestinesi, così come Hamas, sono sciiti o fortemente influenzati dalla Sci’ia.

Dopo la vittoria rivoluzionaria a Teheran è stato subito chiaro che il nazionalismo e l’egemonismo etnico sono elementi intrinseci e dominanti nel khomeinismo. Sottomesse con la forza le etnie ribelli, innanzi tutto i curdi, l’ayatollah ha scatenato l’apparato militare ereditato dallo scià per esportare "la rivoluzione" in Iraq. Un Jiahd, ma anche una guerra patriottica nella quale l’obiettivo di reimpadronirsi di luoghi santi di Najaf e Kerbala si fondeva con vecchie aspirazioni territoriali classicamente persiane. Gli stessi rapporti di Teheran con i ribelli afghani dopo l’invasione sovietica sono stati innanzitutto subordinati agli interessi dell’Iran di non entrare in urto frontale con l’Unione Sovietica e hanno risentito di secolari ruggini etniche e religiose.

I rapporti degli ayatollah con i talebani sono conflittuali: i secondi sono innanzitutto di etnia pashstun, secolarmente ostile ai persiani, hanno duramente represso la minoranza etinco religiosa sciita (tra i quali gli hazari e altre) e infine sono largamente influenzati dai wahabiti al potere in Arabia Saudita. Bin Laden è in contrasto con Teheran quale esponente di punta dell’estremismo wahabita. Durante la guerra civile del Libano lo stesso movimento sciita, poi, si è diviso in due tronconi separati solo da riferimenti nazionali: Amal, diretta dal filo siriano Nabih Berri, e gli hezbollah filoiraniani diretti da ’Abbas Mussawi. Il 18 luglio del 1990 lo scontro armato tra le due fazioni nel Libano meridionale ha fatto 64 morti e 218 feriti.

Nel nome di Allah: sciiti contro wahabiti

La setta wahabita si afferma nel 1744, nel Neged saudita con il patto stretto tra lo sceicco Ibn ’Abd al Wahab e l’emiro Muhammad ben Saud, della grande confederazione tribale degli ’Anaza. Da questa alleanza inizia un nuovo scisma islamico, nel nome del ritorno alla purezza delle origini, del rispetto formale e dogmatico delle prescrizioni coraniche e con due caratteristiche peculiari: l’intrinseco rapporto plurisecolare tra questa professione di fede e i destini della dinastia saudita (e solo di questa) e una frenetica attività iconoclasta, di distruzione dei luoghi di culto non ortodossi, veicolo della corruzione politeista dell’Islam. La distruzione dei millenari Buddha nella roccia del Bamyan è l’episodio più recente di questo impegno wahabita.

Forse il wahabita bin Laden ha scelto di seminare strage abbattendo le Twin Towers in continuità con questa distruzione di simboli materiali "satanici", propria del suo credo.

Il primo obiettivo dell’attività iconoclasta dei sauditi-wahabiti è stato rivolto proprio contro gli sciiti. Al suo nascere nel XVIII secolo, quest’alleanza dinastico-religiosa si trova a confrontarsi con una Persia in cui la dinastia Safavide, con persistenti ambizioni di espansione verso la penisola arabica, ha elevato lo sciismo a religione di Stato. Poi, fra tutte le mille anime dell’Islam, quella sciita non ha rivali nel venerare con pellegrinaggi alle tombe e addirittura con immagini i suoi dodici Imam, il tutto con una forte venatura messianica nell’attesa della ricomparsa del dodicesimo Imam, non morto, ma scomparso, celato nell’878 dopo Cristo, e destinato, per fede, a riapparire un giorno dalla sua Ghayba, la sua latitanza. Il 21 aprile del 1802, i wahabiti attaccano la città sacra alla Sci’a di Kerbala (oggi in Iraq) e saccheggiano il mausoleo più sacro per gli sciiti, quello dell’Imam Hussein.

Da quel giorno l’odio non si è mai spento: un anno dopo il re saudita Abd al Aziz, responsabile del saccheggio viene ucciso da un sicario sciita che si era finto convertito. E la faida continua. Non appena vinta la rivoluzione in Iran, gli ayatollah usano dell’affluenza annuale di centinaia di migliaia di iraniani nel pellegrinaggio alla Mecca per propagandare la rivoluzione khomeinista e l’indegnità della dinastia saudita a custodire i luoghi santi. Riad risponde con appoggi all’Iraq non appena scoppia la guerra. L’attività di destabilizzazione iraniana in Arabia Saudita tocca il culmine il 31 luglio del 1987: ben 402 iraniani vengono uccisi dalle forze di sicurezza saudite durante incidenti alla Mecca.

Con il trionfo dei talebani, i sauditi incassano un successo: per la prima volta uno Stato islamico viene controllato da un’altra forza profondamente influenzata dal wahabismo (anche se non tutti i talebani appartengono a questa corrente islamica). Anche la guerriglia cecena è saldamente in mano a dirigenti wahabiti come Movladi Udugov e lo stesso Shamil Basaiev.

Le ambiguità della dinastia saudita.

Il cataclisma provocato sulla scena planetaria dal saudita e wahabita bin Laden e dai suoi miliardi che girano anche per i forzieri di Riad, è anche il prodotto dell’ambiguità saudita. La fredda posizione del più quotato erede al trono, principe Abdullah, assai rigido su posizioni islamiche "puriste", è il segnale più evidente delle tensioni in campo; per di più all’interno di una lotta per la successione al vecchio re Fahad non ben definita.

Non va scordato che il 20 luglio 1979, nove mesi dopo il trionfo della rivoluzione iraniana, alcune centinaia di integralisti, capeggiati da Mohammad ibn Abdullah Kartani, tentano, di prendere il controllo armato della tomba del profeta alla Medina, occupano la moschea della Mecca e resistono per quindici giorni all’assedio delle forze speciali lasciando sul terreno 101 morti: altri 63 verranno decapitati un anno dopo. Il tutto davanti agli occhi di non meno di 300 mila pellegrini.

I ribelli attribuiscono a Kartani il titolo di Mahdi (messia islamico) e protestano contro la politica filo occidentale, filo-sionista e "corrotta" della dinastia saudita e del re Khaled.

Vengono accusati di essere pedine di Khomeini ma, per quel pochissimo che se ne sa, non è così. L’insurrezione avrebbe ottenuto appoggi anche in ambienti dell’esercito e della stessa grande famiglia reale saudita non nuova a scenari torbidi: re Faisal fu ucciso nel 1975 da un nipote. In una struttura statale che coincide con le poche migliaia di membri della famiglia reale, la rivolta della Mecca costituisce un avvertimento non dimenticato.

Lo stillicidio di attentati negli anni successivi, soprattutto quello che il 25 giugno 1996 ha ucciso 19 soldati americani in una base militare a Dahran, segnala l’esistenza di forze destabilizzanti di rilievo. Lo confermano le dichiarazioni, due anni dopo l’attentato, del ministro dell’Interno saudita principe Nayef ben Abdel Aziz (oggi nuovo responsabile dei servizi segreti): "Nessuno straniero è implicato in quei fatti di sangue", smentita clamorosa delle piste, in qualche modo tranquillizzanti, che pareva portassero a Damasco e Teheran. In questi stessi anni, l’Arabia Saudita vive il successo del grande impegno finanziario e di proselitismo religioso in Afghanistan che produce anche il fenomeno bin Laden. Questo successo, secondo quanto afferma Ahmed Rashid, è reso possibile anche dall’alleanza tra il capo dei servizi segreti sauditi, l’Istakhbarak, principe Turki al Faisal, e lo stesso bin Laden. Ora, secondo Alexandre del Valle, analista francese, la sostituzione, decisa da re Fahd, di Turki con l’ex ministro dell’Interno, proprio il 31 agosto scorso, 11 giorni prima dell’attentato alle Twin Towers, sarebbe conseguenza proprio della complicità del capo dei servizi segreti sauditi con l’uomo che i sauditi avevano invece incaricato di arrestare. Turki è uomo di primo piano a Riad, quinto nelle linea di successione al trono ha svolto missioni di livello: il terrorista Carlos lo accusa di aver personalmente trattato con gli integralisti islamici sudanesi e poi direttamente "pagato" la sua vendita e consegna alla Francia. Si è appreso che una delle accuse rivolte a Turki è quella di aver tollerato che uomini legati dalla fondazione religiosa saudita Makhtab, finanziata dalla corte, partecipassero a iniziative terroriste organizzate da bin Laden.

La nuova arma atomica: il martirio

La rivoluzione khomeinista in Iran è stata non violenta. Le decine di migliaia di morti che si sono avuti nelle strade iraniane tra il 1978 e il 1979 sono stati solo khomeinisti. Solo l’ultimo giorno, per rispondere alla disperata azione militare degli Javadàn, gli Immortali, la guardia pretoriana dello scià, gli insorti hanno risposto con le armi. Ma dei mille caduti la quasi totalità sono stati militari, da ambo le parti. La tattica di Khomeini ha provocato il collasso del regime e infine un brevissimo regolamento di conti decisivo, ma di reparti marginali, dell’immenso e modernissimo esercito imperiale, il quarto al mondo, sfinito e sfiancato dal sangue dei civili che ha versato. L’arma delle masse insorte è stata quella del "martirio islamico". A questa scelta si sono votati centinaia di migliaia di iraniani. Nella città in cui si è giocata tutta la rivoluzione iraniana, Teheran, a riproporre con forza la strada del martirio, della violenza subita e non data, era stata proprio la predicazione di Ali Shariati. Intellettuale di grande popolarità, laureato alla Sorbona, amico e ammiratore di Frantz Fanon, Shariati nelle sue prediche in una moschea situata nel quartiere della borghesia colta e delle ambasciate di Teheran, difendeva una sorta di sincretismo tra la cultura politica europea e l’Islam, e soprattutto propagandava la via del martirio come strada maestra per ribellarsi agli oppressori dell’Islam.

Morto nel ’77, le idee di Shariati hanno pesato durante tutta la rivoluzione islamica. Ma Khomeini, preso il potere ha subito capitalizzato l’accumulo dell’immensa forza di tanta violenza subita, di tanto sangue versato, e ha impostato una strategia d’attacco. Ha scatenato un Jihad planetario e utilizzato il martirio come veicolo per l’espansione della rivoluzione.

La stessa guerra con l’Iraq si è basata su questa tattica. I reparti, poi, che i comandi votavano al martirio, magari per sminare il terreno da conquistare, erano i più inefficaci militarmente, spesso fatti da ragazzini.

Fino a Khomeini, fino al ’79, il martirio non faceva parte dei comportamenti dell’Islam contemporaneo. Vi era stata una strage di 25 civili attuata da kamikaze, contro Israele, ma non erano palestinesi, erano guerriglieri giapponesi dell’Armata Rossa, collegati al Fronte marxista popolare per la liberazione della Palestina, nell’aeroporto di Lod il 3 maggio del 1971. Il martirio viene praticato, poi, da due terroristi libanesi, probabilmente hezbollah, che il 23 ottobre 1983 si lanciano con camion imbottiti di esplosivo contro i contingenti statunitense e francese di Beirut uccidendo 241 marines e 54 parà francesi. Di nuovo in Libano qualche sporadico attentato suicida, anche di una ragazza sciita di 16 anni, poi l’assassinio, 21 maggio del 1991 di Rajiv Gandhi, in India, a opera di tamil, e infine la messe di attentati-suicidi contro Israele nella seconda parte degli anni 90 e soprattutto durante la seconda Intifada di al Aqsa.

Infine il precetto del martirio e della guerra santa (storicamente applicati nelle guerre tra Stati, o comunque nelle rivolte interne ai singoli paesi islamici) diventano forza distruttiva planetaria contro le Twin Towers di New York.

Bin Laden è un Assassino?

Non solo nel senso letterale del termine.

Sono infatti impressionanti le similitudini tra la struttura della sua organizzazione al Qaida e quella della setta degli Ashashin, fondata nel 1050 da Hasan ibn haj Sabbah una volta conquistata la fortezza di Alamuth, situata a 3000 metri sul massiccio persiano dei monti Elburz: la fortezza celata tra impenetrabili montagne; i feddayn che commettono delitti feroci e perseguono il martirio per portare a termine missioni che Sabbah delinea con diabolica inventiva; il credo esoterico che regge la setta di derivazione ismailita (uno scisma della Sci’ia); l’aureola leggendaria del capo della setta che tanto impressionò Marco Polo col suo "Veglio della Montagna"; l’uso smodato di hashish concesso in premio ai feddayn e le grandi coltivazioni d’oppio che finanziano la multinazionale del terrore di bin Laden. C’è poi la cura maniacale con cui tutti i leader degli Ashashin, esattamente per 201 anni hanno tessuto contatti con chi esercitava il potere politico: fosse la corte di Baghdad dei Selgiucidi, o il campo d’assedio a Gerusalemme del Saladino. Per due secoli gli Assassini condizionano con uccisioni e minacce gli sceicchi che si succedono alla guida dell’Islam: nel 1094 cade sotto il pugnale di un feddayn nella strada che porta da Baghdad a Isfahan il gran Vizir Nizam al Mulk, così come nel 1192 viene ucciso in Terra Santa Corrado di Monferrato, alleato del Saladino e in armi contro Riccardo Cuor di Leone, proprio quando la vittima sta per tradire l’alleanza col Sultano e allearsi col re cristiano.

La rete di complicità nelle sedi del potere reale garantisce per i 201 anni di vita la sopravvivenza della setta, sterminata solo quando "lo scudo di protezione" viene distrutto dai mongoli. Nel 1251 l’ultimo degli Assassini Rukn ad Din Kurshat viene infatti spazzato via dall’invasione mongola iniziata pochi anni prima da Gengis Khan. Bin Laden ha seguito lo stesso modello: una rete fittissima di complicità, affari, minacce, che penetra profondamente nella corte saudita, nel Pakistan, nel Sudan islamico, nell’Afghanistan talebano, in Kuwait, negli Emirati Arabi, nelle istituzioni finanziarie collegate, nei vertici militari e chissà ancora dove.

Carlo Panella

IL BIGNAMI DEL JIHAD - 2

Il precario equilibrio saudita tra La Mecca e Washington

ANNO VI NUMERO 278 - PAG I IL FOGLIO QUOTIDIANO MARTEDÌ 9 OTTOBRE 2001

Perché l’Arabia Saudita rifiuta le sue basi militari agli Usa ? I governanti di Riad sono stati filoamericani solo quando gli è convenuto e hanno sviluppato, in realtà, una politica nazionale — e soprattutto dinastica — non di rado in frizione con gli interessi Usa. La decisione di comunicare seccamente a Washington, prima della campagna contro i Talebani, che la base Sultan — base Usa, non saudita, presidiata da 4.500 soldati americani e decine di aerei — è "off limits", è una provocazione. Provocazione subita dagli Usa che sono assolutamente coscienti della fragilità del regime saudita e della forza degli integralisti, così che hanno chiuso la propria ambasciata a Riad subito dopo l’inizio delle operazioni in Afghanistan. E’ questo il segno tangibile della forza politica di bin Laden, di quanto riesca, sinora, a giocare la sua partita principale: condizionare la successione a re Fahd per tentare di garantirsi un controllo permanente sulle risorse petrolifere del Golfo.

I rifiuti di collaborazione militare saudita con gli Usa non sono pochi, in un crescendo che oggi è bene rileggere. Già il 18 maggio del 1981 il principe Sultan bin Abdel Aziz, ministro della Difesa, afferma che non intende concedere basi militari agli Usa. Un diniego grave, che cade proprio nel momento in cui gli americani sono costretti a ricollocarsi ex novo nell’area, dopo la perdita dello strategico appoggio in Iran. Nei mesi successivi tutta la trattativa con l’amministrazione Reagan per la vendita degli aerei spia Awacs — indispensabili, appunto, per coprire il "buco" iraniano — si svolge attorno a un nodo scabroso: il rifiuto saudita di cogestirli con gli Usa. Gli interlocutori americani non capiscono bene le obiezioni saudite, sempre riferite "alla sovranità e alla dignità nazionale", ma il senso vero di queste parole diverrà chiaro nel ’90, dopo l’invasione irachena del Kuwait. Il rapporto tra i sauditi e il generale Norman Schwarzkopf, comandante delle truppe Usa in Arabia è da subito tempestoso. Il ministro della Difesa Sultan nega, in un primo tempo, che gli Usa possano mai lanciare un’offensiva a partire dall’Arabia Saudita. Dopo una durissima e sdegnata reazione americana, il comandante saudita, generale Khaled Bin Sultan, figlio del ministro, afferma che comunque gli Usa possono lanciare l’offensiva contro l’Iraq, esclusivamente se autorizzati da re Fahd. Le agenzie riferiscono di urla di uno Schwarzkopf furioso. George Bush — riferisce il Washington Post — è costretto a intervenire personalmente. Dopo una decina di giorni di intensi contatti, comunque, la spuntano i sauditi e Schwarzkopf fa finta di prendere ordini da re Fahd, e se la lega al dito.

Il fatto è che la presenza di truppe "crociate", come le chiamerà bin Laden, sul sacro suolo della Mecca e di Medina, fa saltare tutto l’equilibrio secolare della dinastia saudita che coniuga una politica estera — spregiudicata e blasfema dal punto di vista wahabita — con una rigida e oscurantista politica interna.

Il ’90-’91 segna così l’inizio delle tensioni politiche interne all’Arabia Saudita, con immediate conseguenze sul piano militare: nel settembre del 1996 e nel febbraio del 1998, infatti, il ministro della difesa Sultan nega agli Usa l’utilizzo delle basi americane in Arabia Saudita per bombardare l’Iraq.

L’Arabia Saudita è sempre più ricca? No. Nonostante la consolidata immagine di sceicchi e petrodollari, Riad è oggi indebolita da un pericoloso intreccio tra crisi economica e crisi politica. Paese totalmente impenetrabile, sino al 1992 privo di Legge Fondamentale, letteralmente privo di istituzioni, in cui lo Stato è patrimonio personale della dinastia, l’Arabia Saudita sta vivendo una forte crisi economica. A causa dell’intersecarsi della crescita demografica con la diminuzione della rendita petrolifera, il reddito pro capite sta crollando rispetto agli anni 70: era di 10.530 dollari nell’84, è sceso a 7.780 nel ’96 ed è ulteriormente calato a 6.910 nel ’98. La recente e brusca espulsione di non meno di 500.000 lavoratori immigrati è il segnale della radicale contrazione dei consumi, mentre lo stesso welfare islamico, cemento social-ideologico dei paesi musulmani è entrato in crisi. Anche gli osservatori più distratti di cose arabe - e gli occidentali sono molto distratti — sanno ormai che radicali contrazioni del reddito da petrolio favoriscono lo spostamento dei ceti privilegiati verso posizioni di islamismo oltranzista — vedi Iran e Algeria — e questo è una possibilità concreta, un pericolo immediato anche per l’Arabia Saudita.

In questo contesto la corte saudita e Washington hanno ben chiaro che l’obiettivo principale di bin Laden non è solo il controllo dell’Afghanistan, non è la creazione di uno Stato palestinese, ma un’acutizzazione della crisi saudita che provochi il ritiro degli Stati Uniti dalla penisola arabica: "Non esiste alcun dovere più importante di respingere il nemico americano fuori dalla terra santa della Mecca e di Medina".

Azioni e reazioni negli ultimi dieci anni in Arabia Saudita, soprattutto le attività, gli attentati, i complotti e le fatwa di bin Laden si intensificano infatti dopo il 1996 quando appare chiara l’incapacità a governare di re Fahd, diabetico, infartuato, operato alla cistifellea e forse vittima di un ictus. Bin Laden persegue un obiettivo strategico: diventare elemento determinante nella faida dinastica saudita. Purtroppo pare che stia giocando la sua partita con successo.

Il principe Abdallah Ben Abdul Aziz, 78 anni, fratello di re Fahd, nominato e revocato a singhiozzo quale reggente a seconda dell’aggravarsi dello stato di salute del monarca è in apparenza il meglio piazzato per succedergli.

Indicato quale principe ereditario da Fahd nel ’92 egli dovrà vedere ratificata l’effettiva incoronazione dalla famiglia reale e dai capi tribù. Ma Abdullah ha un handicap che lo penalizza: è sì uno dei 36 figli del mitico Ibn Saud, fondatore del regno — come peraltro re Fahd, re Khaled, re Feisal e re Saud — ma a differenza di questi suoi fratelli, tutti figli di una Al Sudeiri, il principe reggente è nato da un’altra moglie di Ibn Saud. Sua madre era una Al Rashid, membro della dinastia che ha lungamente conteso, militarmente, agli Al Saud tra il 1892 e il 1902 il controllo della stessa capitale Riad. La tribù degli Al Rashid è tuttora considerata con sospetto dal ramo principale della famiglia regnante.

La corte pare quindi essere divisa in più "partiti dinastici" che fanno riferimento ad Abdullah, al suo diretto e storico rivale: il principe Sultan Bin Abdul Aziz, anche lui fratello di re Fahd e da anni ministro della Difesa e a un terzo fratello: Salman Ben Abdul Aziz, emiro di Riad. A quel che si legge sui giornali iraniani, ma anche sul Time, Abdullah sarebbe molto vicino agli ambienti più legati al fondamentalismo islamico, mentre Sultan sentirebbe il fascino — e il peso dei dollari — dell’interscambio petrolio-armi con gli Usa, con la Francia, la Germania e l’Italia.

La concorrenza tra i due fratellastri è da sempre scabrosa proprio sul terreno del controllo dell’apparato militare: dal 1962, infatti, il principe Abdullah è comandante della Guardia Nazionale, forte di 70.000 unità che ha come compiti fondamentali la guardia dei pozzi petroliferi e il controllo dell’Intelligence.

Un esercito che garantisce il controllo interno, che estende il potere di Abdullah in modo capillare in tutto il paese e nei confronti di tutte le tribù. In ogni partita per la successione tra i figli di Ibn Saud, determinante è sempre stato il controllo della Guardia Nazionale e questo pone Abdullah in una posizione di forza politica ineguagliabile.

Non è infatti un caso che egli abbia sempre opposto un netto rifiuto, nonostante reiterate pressioni dello stesso Sultan — invano nell’agosto 1982, dopo la morte di re Khaled, anche re Fahd ordinò ad Abdullah di cedere a Sultan il comando della Guardia Nazionale — a unificare Guardia Nazionale ed esercito.

Alcuni osservatori, comunque, indicano un terzo fratello, Salman ben Abdul Aziz, emiro di Riad, come il più quotato candidato alla successione. Sarebbe lui il referente della componente del paese più critica con gli Usa e più integralista. Nonostante le rivalità, Abdullah e Sultan garantirebbero una continuità nella collocazione internazionale del paese. Salman, invece, che ha dalla sua il controllo politico militare della capitale, si preparerebbe a capitalizzare la grande crisi d’identità del sistema politico-religioso del potere saudita innescata dalla guerra del Golfo con possibili svolte clamorose.

Il fatto è che dopo il ’90-’91 — con la permanenza di 500.000 "crociati americani", come li chiama bin Laden, sul suolo saudita, coi loro preti e rabbini, addiritura con le loro donne soldato — l’intera ideologia saudita è andata in corto circuito. L’immagine che dal 1925 in poi Ibn Saud e i suoi figli hanno proiettato sul mondo islamico è andata in crisi: Saddam Hussein li ha obbligati a chiedere aiuto agli infedeli. La dinastia di Ibn Saud non è più degna custode dei Luoghi Santi per la semplice ragione che non li può custodire se non con gli aiuto dei "crociati". Una bestemmia. Questa incrinatura ideologica mostra la sua profondità subito dopo la Guerra del Golfo: nel maggio del 1991 due imam sauditi, Salman Al ’Auda e Safar al-Hawali, assieme a ben 107 predicatori e studiosi islamisti presentano a Re Fahd una "Lettera di rimostranze", in cui si adombra la perdita di legittimità islamica della monarchia a seguito di "Desert Strom" e si chiede più partecipazione decisionale per i ceti superiori e istruiti esterni alla casa reale. Il problema grave per il re è che quel testo è approvato dallo sceicco Abd al Aziz Ben Baz, gran muftì e massimo ideologo del wahabismo .

Per attutire le tensioni e incanalare correnti sotterranee che ormai attraversano anche la famiglia reale, subito dopo, il primo marzo del 1992 re Fahd emette una Legge Fondamentale che apparentemente concede alla fronda una qualche partecipazione attraverso un Majlis al Shura (un Consiglio consultivo). Ma il re continua a detenere personalmente il potere legislativo ed esecutivo anche se è fiancheggiato da un Consiglio di 60 membri, naturalmente tutti di sua esclusiva nomina. Questa mini riforma e soprattutto l’estrazione "liberale" — se così si può dire — dei prescelti del Consiglio (il 70 per cento si è laureato in America e Inghilterra), spinge alcuni fra i firmatari della "lettera di rimostranze" a pubblicare un "memorandum di rimprovero" alla monarchia. Il velo si è strappato, da questo retroterra muove Bin Laden.

Il doppio gioco di Ibn Saud La vulgata giornalistica dipinge la dinastia saudita come infeudata, ab initio, dagli americani e dalle grandi compagnie petrolifere e data questo rapporto dall’incontro che il presidente americano Franklin Delano Roosevelt, di ritorno dall’incontro di Yalta con Winston Churchill e Stalin, ebbe nel 1945 a bordo della corazzata New Jersey, all’ancora nel Mar Rosso, con Ibn Saud . Ma questo è solo un episodio, non tutta la storia.

Ibn Saud, fondatore del regno, inizia la sua avventura da re del Neged, la regione nord orientale della penisola arabica, allora parte dell’Impero Ottomano, nel 1902, a 22 anni, quando, con solo 40 guerrieri, riconquista Riad al clan rivale degli Al Rashid. Negli anni che seguono egli favorisce una colonizzazione spinta del suo regno attraverso gli Ikhwan, i "Compagni", i beduini suoi più fedeli, compagni d’arme e di conquiste, capeggiati dallo sceicco Feisal ’Ad Dawish, capo della tribù dei Mutair. Gli Ikhwan fondano ovunque nuove colonie, ispirate a rigidissime regole dell’Islam wahabita che risorge, e avviano una politica di ripopolamento dei punti strategici del territorio. Rafforzata l’immagine islamica e intransigente della dinastia, Ibn Saud le affianca una politica estera spregiudicata e proficua, soprattutto per le sue tasche.

Rinascita del wahabismo e contratti non troppo puliti con potenze occidentali assolutamente anti islamiche: questi, dal 1914 in poi, i due pilastri — solo in apparenza divergenti — su cui fonda la monarchia saudita.

Il trucco è giocare le due partite con due mani distinte rendendo impenetrabile la politica interna da quella estera e viceversa.

I rapporti di Ibn Saud con gli inglesi sono subito estremamente concreti ed egli ottiene ben 60.000 sterline l’anno di finanziamento dal Foreign Office più altri versamenti effettuati direttamente dal Governo delle Indie.

E questo, si badi bene, non per prendere le armi contro l’Impero Ottomano, ma solo per rafforzarsi e radicarsi sul territorio del Neged e della bassa Mesopotamia. Per tutta la durata della guerra Ibn Saud non spara un colpo contro l’esercito turco. Di converso lo sceicco hascemita Hussein, custode della Mecca, finanziato dagli inglesi proporzionalmente con molto minor impegno, assieme al colonnello T. E. Lawrence, immobilizza tra il 1916 e il 1918 più di 65.000 combattenti turchi.

Ma i paradossi della storia giocano a fianco dei sauditi. I successi militari dei fedeli hascemiti, valorosi combattenti e alleati della corona, vengono invece giudicati addirittura pericolosi dal potentissimo "India Office" inglese. Per i primi 20 anni del secolo la politica estera inglese in Medio Oriente è infatti divaricata su due opzioni antagoniste: quella "sceiccale" e quella "indiana". La prima punta, attraverso gli hascemiti, appunto, a sollecitare una rivolta anti turca, per formare un Impero Arabo governato da fidati sceicchi amici dell’Inghilterra. Un’enorme zona cuscinetto, governata per interposta persona a garanzia delle forniture petrolifere, del controllo del Canale di Suez e delle comunicazioni terrestri con la stessa India.

Ma la logica del "partito indiano" è opposta: coscienti di governare una polveriera quale è l’India, popolata da decine di milioni di musulmani, gli esponenti del potente "India Office" intendono governare l’Arabia come una provincia distaccata del sub continente indiano, l’Iraq viene giudicato un semplice spalto dell’Impero delle Indie, dipendente direttamente da Nuova Delhi, degno di uno status come quello della Birmania. Centrale è la paura che nasca un movimento nazionalista arabo-musulmano che possa contagiare l’India, così, quando scoppia la rivolta hascemita nell’Higiaz, fomentata, attraverso Lawrence dagli stessi inglesi, il viceré delle Indie la definisce, irritato con Londra: "Una spiacevole sorpresa".

Le due tendenze di politica estera inglese oscillano a lungo anche durante il periodo post bellico, sino a quando Winston Churchill si spende, quale Segretario di Stato alle Colonie, per chiudere la "linea indiana" e premiare la "linea sceiccale" e dichiara il 14 giugno 1921 ai Comuni: "La difesa dell’India può farsi molto meglio seguendo le sue frontiere strategiche". La partita si conclude con una mediocre e pasticciata soluzione, che ha in sé tutti i semi per i disastri futuri nell’area.

Ibn Saud la risolve a proprio vantaggio in Arabia Saudita nel 1925 sconfiggendo con le sue truppe beduine fresche lo stremato esercito hascemita e si impadronisce della Mecca e di Medina. Nel 1932 unisce nella sua persona il regno del Neged con quello dell’Higiaz e fonda l’Arabia Saudita.

Abbandonati dagli inglesi nella penisola che governavano da 800 anni, gli hascemiti vengono "risarciti": a Feisal, figlio di Hussein viene regalato il regno dell’Iraq, a suo fratello Abdallah quello di Transgiordania che ripaga la dinastia, col controllo delle moschee di Gerusalemme, della perdita della custodia prestigiosa della Mecca e Medina. Ibn Saud rafforza il suo regno con una sanguinaria campagna militare che stermina e riconduce a obbedienza gli Ikhwan — "i Compagni" a cui deve il potere, ma che sono ormai fuori controllo perché in preda a estremismi religiosi — e si impone alla famiglia musulmana mondiale col titolo di "Custode delle Città Sante".

Nel 1938, entra in produzione il primo pozzo di petrolio, il "Dammam Sept". Nel ’45 Ibn Saud incontra Roosevelt e prende atto che gli inglesi hanno dovuto cedere agli americani la partnership sull’Arabia e cambia con disinvoltura: concede all’Aramco lo sfruttamento petrolifero, ma ottiene in cambio un impegno formale degli Stati Uniti (segretissimo, sino a quando non lo rivela il Washington Post nel febbraio 1992) del presidente Harry Truman: "Se l’Arabia Saudita dovesse essere attaccata da un’altra potenza o essere sotto minaccia di un altro attacco, gli Usa, per il tramite della Nazioni Unite, prenderebbero decise misure pe respingere tale aggressione". Ibn Saud ha chiarissimo che i suoi finanziatori inglesi non sono più in grado di garantirgli nulla e con questo patto — scandaloso e blasfemo agli occhi dei fondamentalisti — rafforza la sua doppia strategia.

Nel dopoguerra tutta la tormentata vicenda arabo-israeliana viene vissuta dai sauditi con grande partecipazione verbale, ma con altrettanto disimpegno materiale e militare.

Generosi in finanziamenti all’Olp di Arafat dopo la Guerra dei sei giorni, i sauditi si impongono quale elemento decisivo sulla scena palestinese e mondiale nel 1973: la loro decisione di spingere i paesi arabi a proclamare l’embargo del petrolio in occasione della controffensiva israeliana nella guerra del Kippur modifica gli equilibri internazionali.

L’embargo si trasforma in un potente e decisivo fattore militare a vantaggio dell’Egitto di Sadat e, con la quadruplicazione del prezzo del greggio pilotata dall’Opec sotto l’accurata regia dello sceicco saudita Ahmed Zaki Yamani, si terremota il mercato mondiale.

I figli di Ibn Saud si liberano così della tutela dei partner occidentali durata 60 anni e diventano protagonisti in proprio. Ma il veloce sviluppo del loro peso sulla scena economica, diplomatica e militare mondiale, li porta ad affondare nelle sabbie mobili dell’immobilismo feudale, culturale, religioso, sociale ed economico del loro anacronistico Islam. Poi, grazie al disastro sovietico in Afghanistan il fondamentalismo islamico saudita — per 3 secoli patrimonio di poche migliaia di beduini — trova un inaspettato e vertiginoso sbocco ideologico militare, fa proseliti, si radicalizza, vince sul terreno.

Da quel momento non c’è più muro tra una chiusa società saudita isolata nei deserti e una politica estera spregiudicata, ma controllata nel chiuso di cancellerie e accordi segreti.

Tutto si tiene: due velocità sempre più incommensurabili ritmano la vita interna ed esterna dell’Arabia Saudita. Dalla dissonanza stridente di queste due velocità che si rincorrono e intersecano tra il Neged e l’Afghanistan nasce la variante impazzita bin Laden.

Le ombre vendicative degli "Ikhwan", i fedeli compagni di Ibn Saud, fondamentalisti wahabiti a cui tutto doveva e da lui sterminati senza pietà, sono tornate a turbare i giorni e le notti dei suoi vecchi e corrotti figli.

L’Islam è democratico? No. Non per una valutazione religiosa o ideologica, ma per una constatazione di fatto.

Non uno fra i paesi a maggioranza musulmana o che si definiscono ufficialmente islamici si può definire democratico secondo standard di minima decenza. Sempre e ovunque l’attività di governo è determinata in modo vincolante, quando va bene, dall’esercito, se non da dittatori o da teocrati. Per paradosso — fatta salva l’Indonesia con le sue recentissime convulsioni — il paese arabo islamico che più si avvicina ai canoni minimi della democrazia rappresentativa è il Libano, ma la presenza di 30.000 soldati siriani sul suo territorio pone un’ipoteca non secondaria sull’insieme delle istituzioni. Questo non significa che nei paesi islamici non si tengano elezioni: si vota, eccome. Si eleggono parlamenti e organismi rappresentativi di tutti i tipi (in Egitto ad esempio i Fratelli Musulmani hanno conquistato il controllo di tutti i fondamentali ordini professionali, escluso quello dei giornalisti), spesso con maggioranze dissonanti da quelle del governo. Ma il problema è proprio qui: in nessun paese islamico il controllo del governo è a disposizione del libero gioco degli elettori e dei partiti che li rappresentano. Ovunque il potere esecutivo è controllato da militari o a loro subordinato; uniche eccezioni le monarchie feudali, prive di istituzioni e dei fastidi elettorali.

Per ulteriore paradosso, il paese che ha il gioco elettorale più dinamico e aperto, attraverso cui traspare ormai da anni una volontà — frustrata e repressa — di alternativa di governo, è la Repubblica Islamica dell’Iran.

Khomeini ha fondato infatti un nuovo scisma musulmano. L’Islam storico lega tutte le varie forme statuali a cui ha dato vita, alla figura del Califfo. Capo politico militare della comunità dei credenti — la Umma — il Califfo è simbolo politico della missione universale dell’Islam, è punto di riferimento della forza e della potenza musulmana, ma ha perso il ruolo di capo religioso dei primi successori del profeta. Tutti gli Stati islamici sono così storicamente vissuti nella separazione netta e nella distinzione di fatto tra l’Hilafa, la direzione politica, riservata al Califfo e l’Himama, la direzione spirituale riservata agli ulema. Khomeini elimina l’Hilafa, elimina il concetto stesso di califfato e assegna tutto il potere sul piano esecutivo, legislativo, giudiziario, religioso, ideologico e militare all’Imam, il "giureconsulto", a se stesso.

La costituzione della Repubblica Islamica dell’Iran stabilisce che "Dio è il vero detentore del potere" e che "in ragione dell’occultamento dell’Imam el Mahdi, il suo vero rappresentante" è l’ayatollah Khomeini che "esercita la tutela di giureconsulto, pastore dei musulmani e della gente di coscienza".

La funzione legislativa è affidata a un Consiglio Consultivo eletto a suffragio universale, così come il presidente della Repubblica. Ma il Parlamento e il presidente non esercitano un potere: lo amministrano, non altro. La sede del potere discende e risale direttamente da Dio al Profeta, ai 12 imam, sino a Khomeini (oggi al suo successore Khamenei). L’imam a sua volontà può infatti "sciogliere il Parlamento e obbligare il presidente della Repubblica e il capo del governo alle dimissioni".

Khomeini inventa un misto istituzionale, tra una teocrazia e una struttura di rappresentanza della volontà popolare, cui però è negato ogni potere decisionale effettivo: il popolo vota e si divide su diverse opzioni politiche, ma non comanda. Il potere ultimo è concentrato solo nelle mani dell’imam. Il fatto che la Repubblica Islamica dell’Iran resista alla prova dei fatti da 23 anni, che la prospettiva rivoluzionaria khomeinista sia sempre operante nei punti caldi della crisi mediorientale è oggi un fattore trainante del fondamentalismo islamico.

L’Iran sta scegliendo una strada moderata? No. Affascinati dal moderato ayatollah Kathami, molti osservatori sono arrivati nei giorni scorsi a salutare l’ingresso dell’Iran nella "coalizione antiterrorista" promossa da Bush. Ma non è così, la situazione è opposta: le condanne iraniane degli attentati alle Twin Towers non comportano un ravvicinamento con gli Usa. Le caute disponibilità di collaborazione espresse in un primo momento da Kathami e da membri del governo iraniano non hanno alcuna concretezza.

L’ayatollah Khamenei, successore di Khomeini, detentore, in toto, del potere sostanziale e formale, ha subito chiarito che è pronto a cogliere tutte le occasioni possibili dall’insperata riapertura della partita per il controllo dell’Afghanistan — da cui era stato espulso definitivamente dai Talebani — ma che non è disposto a muovere un dito a fianco degli Usa, e ha subito condannato la guerra.

Gli ayatollah di Teheran constatano che bin Laden sta conseguendo il suo primo obbiettivo strategico: rendere instabili tutti i paesi confinanti con l’Iran (Arabia Saudita, Emirati, Kuwait, Iraq, Afghanistan, e Pakistan).

Vedono che ovunque i governi più smaccatamente filoamericani — Arabia Saudita e Pakistan in primis — rischiano di crollare se solo azzardano aiuti militari concreti agli Usa. Favoriti dalla sorte si preparano a giocare una insperata fase di possibile espansione rivoluzionaria, dopo anni di "islamismo in un paese solo".

Arafat è un Assassino come bin Laden? Sì, ma non certo perché è un omicida. Il leader dell’Olp è invece completamente impregnato della cultura politica musulmana che da 800 anni ripropone lo schema d’azione della setta degli Ashashin del Vecchio della Montagna, asserragliato nella fortezza di Alamuth. Nel mondo arabo e musulmano, infatti, anche l’arte della politica è rimasta congelata : mentre in Occidente dal ’700 la politica viene giocata nell’interazione tra poteri costituiti, movimenti sociali di massa, istituzioni e forze politiche, nel mondo musulmano lo schema prescinde dai movimenti di massa.

Tutto si gioca in uno schema in cui esiste un solo centro di potere, universale, perenne e immutabile: il Califfato. Il gioco politico essenziale musulmano è quindi elementare: o politica di corte, o condizionamento violento della corte califfale attraverso l’arroccamento in una figurata "fortezza di Alamuth" — come negli scacchi, col capo protetto dalla torre — azione violenta dei suoi emissari (i feddayn) per uccidere uomini posti in gangli vitali della corte sceiccale e sostituirli con altri che facciano il proprio gioco, infine, se possibile: il golpe. E’ il netto capovolgimento della definizione di von Clausewitz: nel mondo islamico la politica è la prosecuzione della guerra con altri mezzi, non viceversa.

La questione palestinese è sempre stata inficiata da questa meccanica: Israele gioca, spregiudicatamente le carte della politica — e quindi combatte egregiamente e vince anche le guerre — mentre gli arabi e i palestinesi giocano sempre e comunque le carte della guerra, e quindi perdono anche sul terreno della politica.

Yasser Arafat segue le orme dei Fratelli Musulmani (il cui capo, Al Banna, morirà nel ’49 proprio durante uno di questi complotti), del Baath socialisteggiante e di tante altre sette, alla perenne ricerca della propria Alamuth, mitica fortezza imprendibile. La sua Olp nasce alla ribalta politica solo alla metà degli anni 60, e non senza ragione. Nel 1948 la precedente dirigenza palestinese, che ha diretto varie e sanguinose rivolte popolari negli anni 20 e 30 in Palestina e provocato la prima guerra contro Israele, fallisce drammaticamente su tutti i piani. Fallisce sul piano militare; fallisce sul piano dell’immagine, perché attraverso il suo leader, il gran muftì di Gerusalemme Haji Hussein, si era legata mani e piedi in una oscena alleanza con i nazisti in funzione anti inglese e anti ebraica (il gran Muftì aveva ottimi e organici rapporti con i nazisti e personalmente con Hitler); fallisce perché si è ribellata a un preciso e solenne mandato delle Nazioni Unite, non riconoscendo la fondazione dello Stato di Israele che queste avevano invece deliberato.

Su queste macerie, passati 16 anni, Arafat costruisce un movimento che non ha nessun legame di continuità e anzi si muove nel nome del laicissimo e anti islamico nasserismo e panarabismo, ideologie che si muovono sempre — e non per caso — nel corpo degli eserciti arabi, non di partiti politici. Ma nel corso di 35 anni, per ben 4 volte Arafat tenta di risolvere la partita, ben prima che con Israele, condizionando col complotto golpista e l’azione terrorista dei suoi feddayn una corte araba o islamica, in teoria amica e alleata.

Il primo tentativo è del settembre 1970. Il dirottamento dei due aerei nel deserto giordano a opera dei feddayn palestinesi ha un obiettivo esplicito: innescare una crisi nella corte hascemita per porre sotto tutela re Hussein.

Questi reagisce con forza e la sua Legione Araba massacra i palestinesi nel "settembre nero". Arafat e la sua Olp, sconfitti, sono costretti ad abbandonare la Giordania. La prima "fortezza di Alamuth" è persa.

Passano 10 anni e nel 1980 Arafat tenta un’altra carta: i palestinesi della diaspora sono impiegati a decine di migliaia nell’industria estrattiva e di raffinamento del petrolio del Golfo. A fianco di Saddam Hussein, Arafat favorisce allora un tentativo di sollevamento contro il governo islamico di Teheran degli arabi del Khorasan iraniano, con pieno coinvolgimento dei palestinesi che lavorano nel petrolio. Il tentativo è quello di staccare la regione petrolifera — a maggioranza etnica araba — dall’Iran e di spartirla con Baghdad.

Anche qui Arafat fallisce, ma continua a schierarsi con Saddam Hussein per tutta la durata della guerra contro l’Iran. Anche l’Alamuth iraniana si sgretola.

Lo stesso schema viene tentato da Arafat con l’inserimento nella guerra civile libanese, con un elemento di novità: l’incredibile capacità dell’Olp di suscitare e diffondere un odio antipalestinese, soprattutto tra i contadini libanesi del sud. Arafat ha sempre usato del Libano per infiltrare i suoi feddayn per le loro azioni armate in Israele, salvo poi abbandonare, senza scrupolo, all’incontrastata rappresaglia israeliana i contadini libanesi delle zone in cui ha operato. Conseguenza: il Libano meridionale si spopola, i contadini del sud — in maggioranza sciiti — si inurbano in condizioni di miseria a Tripoli, Sidone e Beirut e i loro partiti, prima Amal, poi Hezbollah, ingrossano una coalizione antipalestinese tutta araba. Arafat nel frattempo tenta di diventare elemento fondamentale, per garantire il controllo militare di Beirut in piena guerra civile, ma anche qui fallisce e salva per un pelo i suoi feddayn, non solo dal nemico israeliano, ma soprattutto dai crescenti e sempre più agguerriti nemici arabi. L’Alamuth di Beirut affonda nel sangue di Sabra e Chatila.

Sino all’Intifada, il numero di palestinesi uccisi per mano araba, o musulmana, in genere in reazione a tentativi di "golpe" dell’Olp, è infinitamente maggiore a quello dei palestinesi uccisi da Israele. Ma anche quando scoppia la "rivolta delle pietre" l’Olp — reduce dal disastroso dirottamento dell’Achille Lauro effettuato da Abu Abbas, uno degli uomini più vicini ad Arafat — è spiazzata. Dietro la sommossa popolare non ci sono sue strutture ramificate, ma ci sono gli integralisti islamici di Hamas ed Hezbollah, forti della lezione di Khomeini, l’unico che sa costruire politica sui movimenti di massa (radicando in questi anche il terrorismo e rendendolo così infernalmente pericoloso). E’ però chiaro che solo l’Olp può capitalizzare politicamente l’Intifada, solo Arafat e il suo gruppo dirigente possono usare la forza del movimento di massa palestinese per rafforzare le trattative. Ma Arafat mostra, una volta di più, di essere prigioniero dello schema politico-golpista di un Ashashin; di non sapere neanche da dove iniziare per porsi alla guida di una rivolta popolare per poi spenderla per raggiungere i propri obiettivi, di essere sempre alla ricerca della sua imprendibile Alamuth, fortezza del mito guerriero.

Così, nel pieno dell’Intifada, nel 1990 dissipa l’enorme patrimonio politico accumulato e lo brucia in un istante partecipando in pieno a un ennesimo tentativo di golpe: i palestinesi del petrolio del Kuwait, in pieno raccordo con l’Olp, costituiscono la quinta colonna determinante per l’annessione irachena, l’Olp si allea con Saddam Hussein ed è trascinata nella sua sconfitta. La "fortezza di Alamuth" è definitivamente persa.

Ma per uno dei non rari paradossi della storia, proprio dall’annichilimento di tutta la strategia di Arafat, dai suoi quattro golpe falliti, dalla sua sconfitta, nascono le possibilità dell’accordo di Camp David con Isaac Rabin a Bill Clinton.

Ma da allora in poi mai Arafat è riuscito a elaborare una diversa strategia che sia o di pace, o di guerra. Non sa trattare, non sa attaccare, non sa mediare e, naturalmente, non sa più neanche controllare gli estremisti islamici che si sono rafforzati grazie ai suoi errori.

Non sa fare la guerra. Non sa fare la pace.

Carlo Panella


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