Il 28 ottobre La Stampa di Torino pubblicava una articolo firmato Barbara Spinelli intitolato "Quel mea culpa che manca nell'ebraismo" che suscitava forti reazioni nel mondo ebraico e no. Non abbiamo mai creduto che fosse utile per gli ebrei in genere "rincorrere" le sollecitazioni del mondo esterno, perché crediamo nelle nostre capacità propositive, tuttavia le reazioni a questo articolo costituiscono sicuramente una spinta al dibattito interno ebraico, sempre vivace. Morashà vi contribuisce pubblicando gli articoli pervenuti in redazione, di cui solo alcuni apparsi sulla stampa "cartacea". Chiunque volesse inviare degli altri, l'indirizzo è sempre quello: redazione@morasha.it. Buona lettura.

Mea culpa aut mea mors?

Raccolgo l’appello della signora Barbara Spinelli che, nell’editoriale pubblicato da La Stampa il 28/10/01, invita ebrei ed israeliani tutti a recitare un sacrosanto "mea culpa". Premetto che la liturgia ebraica prevede la recitazione di un "mea culpa" due volte al giorno. La sfida sarebbe per me comunque doppia perche’ sono sia ebreo che israeliano.

Nato in Libia nel 1962 da padre turco e madre tunisina (inutile dirlo, ebrei pure loro), secondo di tre fratelli, nel 1967 siamo dovuti scappare per trovare rifugio in Italia. Nel Bel Paese sono cresciuto, ho fatto il militare, mi sono laureato e ho lavorato fino al 1996, quando ho fatto il grande passo e mi sono trasferito in Israele. Ed e’ da Tel Aviv che vi scrivo, qui abito con mia moglie "fico d’india", come vengono soprannominati i nativi di Israele, spinosi fuori ma dolci come il miele nell’animo.

Signora Spinelli, lei denuncia che per buona parte del mondo ebraico e israeliano e’ come se lo scorso 11 settembre non fosse accaduto nulla. Forse questa sensazione le deriva dal fatto che la consapevolezza della minaccia del terrore era gia’ patente in Israele. Prima ancora di nascere lo stato ebraico ha dovuto imparare a difendersi, combattere guerre non volute e misurarsi contro le aggressioni del terrorismo arabo, dentro e fuori i propri confini. Lo spirito che alimenta Israele e gli ebrei non e’ di onnipotenza ne’ di eccezionalita’, come lei afferma, bensi’ quello di sopravvivenza, senza il quale - mi si consenta il gioco di parole - questo sparuto popolo sparso ai quattro venti sarebbe gia’ sparito da un pezzo.

La conversione dal senso di quella che lei chiama onnipotenza americana verso la vulnerabilita’ europea, che lei raccomanda, noi l’abbiamo gia’ superata da un pezzo. Sappiamo di avere il tallone di Achille ma abbiamo imparato a non esporlo, altrimenti sarebbe la nostra fine. E lo sa lei da dove ci viene questa consapevolezza? Dal fatto che purtroppo in Israele non c’e’ famiglia che non pianga i propri caduti, parenti, amici o conoscenti. Gia’, Israele non puo’ permettersi di perdere una sola guerra perche’ sarebbe anche l’ultima. Ed e’ l’incombenza di questa minaccia che alimenta la nostra profonda ed autentica ambizione di pace, di integrita’ (shalom - pace, e integrita’ - shlemut, hanno in ebraico la stessa radice SHin-Lamed-Mem).

Riguardo la "crisi" nei rapporti tra americani e israeliani, e’ chiaro che questa deriva dal timore di Bush di perdere il sostegno dei paesi musulmani nella sua campagna contro il terrorismo. L'equilibrio e' fragile e lo si vede ad esempio in Pakistan, paese nella lista "nera" dei sostenitori del terrore fino al 10 settembre e improvvisamente diventato alleato in prima linea contro l'Afghanistan. E' chiaro che l'opportunismo debba condizionare patti ed alleanze. Ma rimane il fatto che il pakistano medio e' schierato con Bin Laden.

Anche Arafat ha difficolta' a nascondere l'entusiasmo dei palestinesi per quanto e' accaduto a New York. L'11 settembre, pochi minuti dopo l'attentato, ha dovuto fermare la distribuzione di caramelle ai bambini per festeggiare il colpo inferto agli americani. Oggi non si fa problemi a dare ordine di sparare ad alzo zero contro i dimostranti pro-Taliban (16 morti in un sol giorno a Gaza).

Lei accusa l'ebraismo di aver paralizzato con le proprie sofferenze l'attitudine al dubbio che caratterizza il monoteismo cristiano. Eppure l'ebraismo e' vivo proprio perche' si pone domande in continuazione, tutto viene messo in discussione. Basta leggere una pagina del Talmud per apprezzarne il carattere di vivace confronto dialettico. E a proposito di sofferenze: ma le pare che uno se le vada a cercare?

Per rispondere al suo appello alla convivenza pacifica tra i popoli, vorrei ricordare che Israele e' da sempre aperta al dialogo, mentre la controparte predica odio e martirio suicida nelle moschee, nelle scuole e attraverso i propri mezzi di comunicazione, negando il diritto di esistere allo stato ebraico. Le guerre di Israele sono sempre state di legittima difesa. Arafat e' un terrorista e lo abbiamo visto in divisa militare perfino quando ha ricevuto il nobel per la pace (questo si che e' uno scandalo!).

Ha ragione, non bisogna paragonare Arafat a Bin Laden. Bin Laden e' un terrorista dichiarato, nelle parole e nei fatti. Arafat e' piu' abile. Dietro ai suoi ideali di liberazione nazionale si nasconde in realta' un capobanda che si fa spietatamente scudo dei bambini per coprire i cecchini. Premia con duemila dollari la famiglia di chi si fa saltare in aria con cento innocenti. Sponsorizza le mostruose mostre di Hamas, come quella che esalta l'attentato alla pizzeria di Gerusalemme. Il festone all'ingresso e' una copia dell'insegna tricolore di Sbarro. Entrando si calpesta uno zerbino che riproduce le bandiere americana e israeliana. All'interno la prima teca protegge un trancio di pizza rossa - di sangue, come spiega la didascalia.

I fucili che i bravi di Yasser ci rivolgono contro sono gli stessi che hanno ricevuto dal governo di Israele dopo la stretta di mano tra Rabin e Arafat, immortalata dalla famosa immagine in cui Clinton sorride soddisfatto sullo sfondo.

Insomma, il nostro mea culpa deve fare i conti con il crudo motto del nemico: mors tua vita mea.

Le domando scusa nel caso la mia lettera l'avesse offesa. Mi creda, ho cercato di mantenere i toni smorzati, malgrado il suo articolo mi abbia colpito per l'alterco, l'intolleranza, la superbia e l'odio che aleggiano fra le sue righe.

Raphael Barki, Israele

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