Il 28 ottobre La Stampa di Torino pubblicava una articolo firmato Barbara Spinelli intitolato "Quel mea culpa che manca nell'ebraismo" che suscitava forti reazioni nel mondo ebraico e no. Non abbiamo mai creduto che fosse utile per gli ebrei in genere "rincorrere" le sollecitazioni del mondo esterno, perché crediamo nelle nostre capacità propositive, tuttavia le reazioni a questo articolo costituiscono sicuramente una spinta al dibattito interno ebraico, sempre vivace. Morashà vi contribuisce pubblicando gli articoli pervenuti in redazione, di cui solo alcuni apparsi sulla stampa "cartacea". Chiunque volesse inviare degli altri, l'indirizzo è sempre quello: redazione@morasha.it. Buona lettura.

La pretenziosa incursione sul cavallo magro

"MEA CULPA" ALLA MITTENTE

di Bruno Di Porto (Reuven Ben Namal)

Barbara Spinelli ha pubblicato, su "La Stampa" del 28 ottobre, uno dei suoi pezzi di bravura, questa volta clamoroso, di editorialista molto colta, ma di quella maniera di cultura che spesso porta ad esercizi di acute astrattezze, volando e svolazzando sull’attualità con barlumi e bagliori di profondità storiche, letterarie, filosofiche, religiose, di molto effetto. Israele e l’ebraismo sono sempre di attualità, e la novità più grande è che l’America, decisiva garante della sua difesa, in crisi e paura dopo l’attacco subito, molla Israele o almeno diviene sufficiente, infastidita, meno promettente nei suoi confronti. Il mondo occidentale, impensierito dal terrore, distingue quello con cui ha a che fare da quello specifico contro Israele, per conciliarsi il mondo arabo e isolare Bin Laden, per diminuire il rischio per sé, per comprensione della causa palestinese. Il tutto presenta gravi pericoli per Israele, come Spinelli evidenzia, forse con un intimo, scontroso, accenno di brivido per la parte materna dell’ascendenza. Ma lei, rovesciando il soggetto a rischio in accusato, afferra per il bavero Israele e anche l’ebraismo, scegliendo il momento più ingeneroso (o vogliam dire vile?) per dir loro, davanti a un uditorio più o meno acclamante, che non hanno capito l’evento dell’11 settembre e che non sanno recitare il Mea culpa, dovuto alle sofferenze del popolo palestinese. Così il rischio e il dolore trovano la causa, in una specie di karma, per una quasi congenita incapacità della sinagoga, dagli occhi eternamente bendati, a capire ciò che agli altri e soprattutto al cattolicesimo si rivela, finanche nel momento dell’apocalisse, che dovrebbe essere il più illuminante. Il bello è che, specialmente nell’articolo di replica al dibattito suscitato, nel numero del 3 novembre, Spinelli si appoggia ad una quantità di autori ebrei, più o meno critici dell’ebraismo, su cui il suo discorso si è innestato con veemenza in una situazione di apice.

In realtà, noi ebrei abbiamo compreso molto bene cosa è successo l’11 settembre, con angoscia per l’America, grande nazione di nazioni (tra cui l’ebraica); per il mondo libero, di cui, messi oggi in una sorta di quarantena, sentiamo di fare intensamente parte; per l’intera umanità, alla quale la Bibbia, partendo da Adamo ed Eva, ci ha abituato a sempre pensare; e per Israele, che con diabolicamente geniale strategia, il fondamentalismo islamico ha drammaticamente isolato, per farne il simbolo negativo di richiamo nell’esaltazione combattiva contro l’Occidente, sul precedente, bene studiato, del nazismo.

Del turbamento e della sofferenza palestinesi per effetto del risorgimento ebraico in quella stessa terra, che è d’altronde, vista da noi, da sempre, terra di Israele, una grande parte degli ebrei e una notevole parte degli israeliani (ogni popolo ha poi i suoi nazionalisti e i suoi duri) si sono resi sempre conto, cercando le vie del compromesso, accettando le spartizioni, cominciate quando l’Inghilterra mandataria sottrasse la Transgiordania alla regione geopolitica palestinese, per darla interamente agli arabi, precludendola agli ebrei. Si accettò il piano della Commissione Peel nel 1936 e, addirittura con entusiasmo, quello dell’ONU nel ’47. Sono stati gli arabi a non accettare e ad imporre ad Israele, con proposito di distruzione totale, una serie di guerre, intercalate e proseguite da martellanti azioni terroristiche, che Israele ha dovuto e deve fronteggiare con congrue risposte e operazioni preventive. La singola persona, offesa, può porgere santamente l’altra guancia: non lo ha affermato soltanto Gesù, ma, similmente a lui, certi passi dei profeti e certi saggi del Talmud (Se ti dicono asino, china la schiena e fatti mettere il basto). Ma chi ha la responsabilità di un popolo deve saperlo proteggere con l’opportuna capacità di deterrenza, specie quando c’è il precedente vicinissimo del genocidio, di cui molti vicini predicano da 50 anni la ripetizione. Non è vero che l’America ha capito, mettendosi in discussione. L’America cristiana, portata da Spinelli ad esempio di un bilancio di coscienza, bombarda giorno e notte l’Afghanistan, mentre chiede al cattivo Sharon di desistere da operazioni molto più selettive e mirate.

Non siamo affatto insensibili alle sofferenze dei palestinesi, le comprendiamo e desideriamo tutti, nel nostro stesso interesse, che vi si ponga fine, attraverso la soluzione pacifica, che poco più di un anno fa, con le offerte di Ehud Barak, era a portata di mano. Il modo politicamente e storicamente serio di por fine alla sofferenza palestinese è l’impegno realistico per la composizione del conflitto, che ardentemente desideriamo, d’accordo con la sicura maggioranza degli israeliani, quotidianamente provata da perdite e angosce senza fine. Non serve il cosparsi di cenere con il non corrisposto mea culpa (perché Spinelli non lo suggerisce ad arabi e ad inglesi, che, chiudendo le porte della Palestina negli anni ’30, hanno causato la morte atroce di milioni di persone, tra cui un milione e mezzo di bambini?). Noi non chiediamo un simile mea culpa. Chiediamo soltanto la fine del terrore, un equilibrato accordo di pace e, last but not least, la fine della propaganda negazionista che imperversa, con regolari congressi a partecipazione nazista, nel mondo arabo. All’unilaterale immaginario Mea culpa di Israele il mondo arabo semplicemente risponderebbe di riparare il torto commesso sparendo, togliendo di mezzo dal territorio dell’Islam l’abominevole scandalo e vulnus del dhimmi ebreo (l’infedele tollerato e discriminato) in veste di Stato, non riconosciuto come tale e denominato entità sionista. Arafat, in versione moderata, non ha chiesto ad Israele di sparire subito, ma di farsi sommergere dal ritorno in massa dei profughi. Il mea culpa comporterebbe questa conseguenza, che anche i più dolci pacifisti israeliani ritengono un suicidio. Perché poi non chiedere il mea culpa ai paesi arabi per la cacciata degli ebrei? Un mio amico tripolino stette quindici giorni barricato in casa, cibandosi di gallette e coca cola, nel 1967, col rischio di venir linciato se usciva dall’uscio. Con quel terrore nel cuore è venuto in Italia e ora sta in Francia.

Non sto qui a rispondere alla rappresentazione dell’ebraismo data dall’editorialista della "Stampa". Basta dire, in contrario a quanto afferma, che l’ebraismo, descritto quasi come neatzchiano, non solo possiede ma ha insegnato al mondo il senso dell’umana finitudine nel timore di Dio, a partire dalla propria finitudine. Nel colloquio con l’Eterno per salvare i pochi giusti di Sodoma, Abramo premise: "Sebbene io sia polvere e cenere, ardisco parlare al Signore". Quale maggior finitudine dello spazio angusto dei ghetti? Quale maggiore finitudine di una religione e di un popolo ridotti a costituire (per delitti altrui e per sbagli propri, di altro genere da quelli imputati da Spinelli) sì e no il 2 per mille del genere umano? Quale maggior finitudine di uno Stato, misurante, nel punto più vitale, tredici kilometri tra il nemico e il mare? Se, poi, questa finitudine ha generato o favorito il formarsi o il consolidarsi di settori rigidi e gretti dell’ebraismo, vi sono correnti, forze, forme che li controbilanciano nella varietà e nel dibattito interno del nostro mondo, nella diaspora come in Israele. Per questo sono personalmente impegnato nell’ebraismo progressivo, ma noi progressive chiariamo che il sostantivo viene prima dell’aggettivo (per quanto anche questo importante), che siamo progressivi per amore dell’ebraismo, nella luce dell’ebraismo, in fraterna dialettica ebraica e dunque reagendo alle distorsioni che si fanno dell’ebraismo, anche quando vengano da persona halachicamente ebrea.

Barbara Spinelli riprende l’annosa offensiva sulla doppia e contraddittoria lealtà degli ebrei della diaspora e quindi di noi ebrei italiani, su cui già risposi, su questo umile foglio, all’ambasciatore Sergio Romano nel numero 20 del 1997. Maturi nel comporre la nostra identità, reclamiamo e assumiamo, in democrazia, il diritto di gestirla. Comportandoci bene, abbiamo il diritto alla complessità. A non cadere in contraddizioni, sempre possibili e non sempre nocive, provvede il nostro dibattito collettivo e personale, il nostro bilancio morale, la nostra capacità psicologica di sintesi. La nostra sintesi italo-ebraica somiglia sempre di più a tante sintesi sparse per il mondo, per effetto di migrazioni e di incontri. Agli italiani, e anche a noi come italiani, fa tanto piacere sentire le vibrazioni italofile, il pride italiano, dei milioni di italo-americani. Perché Spinelli non parla della loro lealtà doppia e contraddittoria? Siamo profondamente italiani dagli albori tardosettecenteschi delle lotte per la trasformazione moderna e per l’indipendenza del paese, con la quale coincise la nostra emancipazione, e siamo profondamente ebrei, da Abramo ad oggi, in conseguente legame di costitutiva solidarietà con la Terra di Israele, centro dell’ebraismo nel mondo. Sono, al riguardo, non solamente ebreo amico di Israele, ma anche militante sionista. La nostra idea dell’Italia, grazie a Dio ancora eguale od affine a quella di non pochi italiani non ebrei, si precisa e si arricchisce nel comporsi con il patrimonio dell’ebraismo e con il riferimento alla democrazia israeliana. La nostra idea di Israele, a sua volta, si precisa e si arricchisce con la nostra millenaria esperienza di civiltà italiana, di formazione europea, di valori rinascimentali, illuministici, risorgimentali, democratici novecenteschi, in un peculiare insieme che ci fa essere quello che siamo in consapevole libertà di evoluta minoranza.

Gli italiani veterocomunisti, quelli che si son battuti per Salò (riabilitati in questi giorni dal presidente Ciampi, sollecito di patriottica unità), i tantissimi straripanti antiamericani, i simpatizzanti per Gheddafi e altri variopinti dittatori, senza bisogno di appartenere ad una minoranza etnica o religiosa, hanno altre idee dell’Italia, e con loro, volenti o nolenti, dobbiamo convivere nella società italiana, di cui facciamo parte. Ebbene, chiediamo rispetto anche per il nostro modo di essere italiani, che si compone con la nostra alta idea dell’ebraismo, con la nostra costitutiva, costruttiva, non acritica, solidarietà ad Israele, con la nostra naturale funzione di collegamento tra l’Italia ed un piccolo paese mediterraneo, mai dimenticato, sempre presente nelle nostre preghiere che credo Barbara Spinelli non reciti più ma noi siamo soliti meditare oltre che recitare (ubaem neeghé jomam valaila).

È il discorso sulla doppia lealtà ad essere in patente, perfino ridicola, contraddizione con le lodi progressiste dell’immigrazione massiccia, in presenza appunto di moltitudini di immigranti, benvenuti e ritenuti necessari allo sviluppo italiano, i cui figli e nipoti, italianizzandosi, non perderanno certo i legami con i mondi di appartenenza, e tanto meno gli islamici, che sono e saranno moltissimi più degli esigui 35.000 ebrei italiani e meno preparati (non gliene facciamo certo una colpa) all’amalgama italiano, di cui noi siamo fervida parte e parte pronta ad accoglierli, purché ci vogliano bene o semplicemente non ci vogliano male, in una civile società multiculturale di segno maggioritario italiano. Il discorso sulle doppie lealtà comincia inoltre ad essere anacronistico anche in presenza della proposta, imbarazzante ma significativa, di fare entrare Israele nella Comunità europea, magari insieme con una ideale Palestina.

Rispondiamo dunque decisi, o non abbiamo neppure bisogno di rispondere, alle contestazioni-insinuazioni sulla nostra lealtà di onesti cittadini (non annoveranti finora, grazie a Dio, mafiosi o terroristi o grandi evasori), che ripercorrono in democrazia, con concetti apparentemente affinati e con sottile linguaggio, le orme del nazionalismo e del fascismo. Il giorno che crescessero fino all’insopportabile, forse ce ne andremmo, portando tanto dell’Italia nell’animo, educato alle sintesi. Per quanto mi riguarda, nell’immaginare questa prospettiva estrema, non muterei diaspora, ma andrei a finire i miei giorni in Israele, sulle orme fascinose di nostri devoti antenati, tornando al punto di partenza, da dove vennero duemila anni fa, traversando il Mediterraneo, i miei avi, approdati alle foci del Tevere, a quel prisco latino porto, da cui la mia giudaica famiglia paterna prese il cognome che mi piace tanto. È questa storia, palpitante storia, non è quella metastoria, che Lei ci attribuisce in un negativo senso di chiusura dal mondo e di disamore del mondo, Barbara Spinelli. È storia di un popolo, che ha immaginato Dio intervenire nella storia.

È storia animata da un suggestivo culto della tradizione, da una tensione spirituale calata nel quotidiano, da una continuità ideale, da un’ispirazione religiosa, che si elevano al cielo per tornare sempre alla terra, come gli angeli nella scala del sogno di Giacobbe, patriarca idealista e realista ad un tempo. Come Giacobbe si conciliò con Esaù ed Esaù con Giacobbe, il nostro auspicio, di costituzionali ottimisti, è la pace con tutti gli arabi. Israele e Ismaele si riscoprano fratelli. Qualche somiglianza lo ha scritto anche Barbara Spinelli che la hanno. Sia somiglianza nel bene e, naturalmente, nell’armonia con Iafet, lietamente invitato alle tende di Sem (di tutto Sem). È caldo anelito messianico. L’ora attuale è diversa e chiama i consapevoli a vigilanza e a raccolta.

Indice di tutti gli articoli sulla questione Spinelli


Tutti gli interessati a pubblicare notizie di avvenimenti di carattere ebraico possono scrivere alla redazione. - Speciali di Morashà - Archivio


Le principali sezioni del sito Morashà

Cinema ebraico i film di argomento ebraico, di autore ebreo, di vita ebraica o che riguardano l'ebraismo da vicino.

Cucina kashèr le ricette ebraiche degli ebrei sefarditi, askenaziti e italiani, secondo le regole alimentari kasher della religione ebraica e dell'ebraismo come cultura.

Ebraismo abc l’ebraismo in pillole: spiegazioni e regole dell’ebraismo per principianti con norme dello shabbat ebraico, delle feste ebraiche, del mangiare kasher, della preghiera ebraica (tefillà).

Ebrei in italia la storia degli ebrei italiani e del loro ebraismo durante la lunga permanenza nelle diverse regioni italiane.

Israele la situazione socio-politica di Israele attraverso le riflessioni personali degli ebrei italiani residenti in quel paese.

Pagine oro il più completo e aggiornato elenco di indirizzi e di numeri telefonici di tutte le istituzioni ebraiche italiane, dei servizi di ristorazione kasher, dei prodotti kasher, degli ingredienti kasher, del turismo ebraico in Italia e dell'ebraismo italiano.

Sefer Tutti i più recenti libri ebraici pubblicati e gli inserti mensili su argomenti di ebraismo, di religione ebraica, di letteratura israeliana e di lingua ebraica.

Tesi di Laurea I testi completi dei lavori più interessanti presentati in ambito universitario pronti per la consultazione. Storia ebraica, sociologia, esegesi biblica.

Umorismo ebraico le barzellette ebraiche più divertenti sul modo di vivere e di pensare tipicamente ebraici.

Zehut tutto ciò che riguarda l’ebraismo: identità ebraica e pensiero ebraico attraverso i testi dei pensatori ebrei italiani su feste ebraiche, sulla preghiera ebraica, sui motivi del mangiare kasher e in generale sulla religione ebraica..